Il Gujarat, la regione di Ahmedabad, come del resto buona parte dell’India, è percorsa per tutto il secolo da terribili conflitti inter comunitari ( come qui vengono chiamate le frequenti esplosioni di odio fra indù e musulmani, e in alcuni casi, sikh) o inter castali.
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Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 3′ e ultima puntata
Domenica, 27 Maggio, 2007 · 3 Commenti
Categorie: Riflessioni
Tubercolosi fuor di metafore
Sabato, 26 Maggio, 2007 · Nessun Commento
Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2007 sul quotidiano “Il Riformista”.
Mettiti la mano davanti alla bocca quando starnutisci! Copriti con il fazzoletto quando tossisci! Antiche raccomandazioni della mamma. E quel buffo “salute” dopo lo starnuto, ormai in disuso dalle nostre parti. E ancora. Ricordi vaghi di targhe di metallo bianche e blu sugli autobus, che portavano scritto “non sputare” e che già mi parevano da bambina reperti archeologici, rimandi a un’epoca tanto lontana da essere indecifrabile.
Per uscire dalle metafore, dai rimandi morti, dalle sagge e blande regole di buona educazione, basta prendere una jeep, abbandonare il centro di Ahmedabad e superare il cavalcavia della ferrovia su cui viaggia il Sabarmati Express, il treno dello sviluppo, quello che corre ogni giorno da Delhi a Mumbai e che trasporta l’India che conta.
A pochi metri dall’invaso della ferrovia sta lo slum di “Amraivadi”: 100.000 abitanti, in grande maggioranza indù, per il settanta per cento alloggiati in baracche, talvolta tende, o comunque case di fortuna. Come ci hanno raccontato i celeberrimi romanzi di Dominique La Pierre (in particolare “La città della gioia” e “Mezzanotte e cinque a Bhopal”) le vicinanze di una ferrovia o di una grande fabbrica sono i luoghi ideali perché nasca uno slum: i poveri sopravvivono con qualche materiale di riporto abbandonato, con gli scarti delle produzioni, persino con quello che i passeggeri buttano giù dai finestrini.
Qui la tubercolosi non conosce distanze metaforiche. E’ presente, angosciosa, è la malattia più diffusa per la quale si muore e, al momento, ha aggredito in maniera conclamata un numero imprecisato di persone, di cui trecento ( sembrano un’enormità, ma forse sono pochissime rispetto ai malati che nessuno riesce a raggiungere) vengono curate dal centro specializzato gestito, insieme ad altri nove in città, da Sewa (Self employed women’s association) , il sindacato di donne per il quale lavoro.
Ankita, la capo progetto, mi accoglie in un minuscolo dispensario che ha la stessa metratura e il medesimo povero arredo dei due spacci che gli stanno a fianco, uno di granaglie, riso e lenticchie, l’altro di incensi, nastri dorati, luminosi piccoli lussi per le pratiche religiose.
Qui si fanno l’analisi della saliva e il test della tubercolina, ma soprattutto si chiede tassativamente ai malati di venire in ambulatorio per prendere le medicine e li si va a trovare a casa se non lo fanno. Il motivo è semplice: la terapia è lunga, dura dai sei ai nove mesi, a volte dà l’ingannevole sensazione di un miglioramento così radicale da somigliare alla guarigione, altre volte effetti collaterali. Così il paziente, spesso analfabeta oltre che povero, se lasciato a se stesso, interrompe, si dimentica e, alla successiva aggressione del male, la prognosi è assai più spesso infausta. Non esiste un programma sanitario nazionale sulla tubercolosi, il prezzo proibitivo della cura completa è di 20.000 rupie, l’equivalente di 366 euro, una cifra notevole persino per il ceto medio. Sewa un po’ fa da sé e un po’ è aiutata dall’Oms, ai pazienti chiede la cifra simbolica di trentacinque rupie.
Cambia la geografia delle patologie, cambiando paese . Sembra un’ovvietà, ma è come avere sulla testa costellazioni diverse:qui le costellazioni si chiamano tubercolosi, malaria e Aids. Qui si risistema in modo diverso nella mente l’aristocratica distanza della “Montagna incantata”e si assimilano più facilmente i dati che preoccupano ormai anche tanti medici europei, soprattutto quelli che lavorano nei grandi quartieri degradati delle metropoli d’immigrazione: un milione e mezzo di morti e nove milioni di nuovi casi di contagio all’anno, un terzo della popolazione mondiale infettata dal bacillo e potenzialmente esposta alla malattia.
Ankita e le sue compagne fanno sistematiche piccole assemblee nello slum. Gli slum consolidati, pur nella loro dura miseria, hanno dei tratti urbanistici che somigliano al villaggio e aiutano la socialità. Ogni gruppo di venti trenta stanze-case è disposto a ferro di cavallo intorno a una sorta di corridoio interno sopraelevato che protegge uomini bambini e animali (mucche ,capre) dai pericoli e dai fumi del traffico della città. E’ qui che Ankita ripete le raccomandazioni della mia mamma. Le riesce più difficile suggerire una buona areazione di case senza finestre o una dieta nutriente in un luogo in cui persino le banane, il frutto più povero in India, sono un lusso.
Anche in questo c’è differenza di genere? - le chiedo.” Le donne si ammalano per il 60%, gli uomini per il 40%: le donne mangiano meno e peggio”-è la risposta.
Un carro argentato, battuto al martello di mille motivi a festone, si intravvede nell’angolo fra la strada principale e i cortiletti dello slum. Lo tirano due poveri cavallini, ma bianchi. Sul carro lo sposo, in turbante rosso, circondato dalle sorelle che lanciano petali di fiori, si avvia verso la casa della sposa. Lo precede un’intera banda in cappello duro nero e giacca rossa. Per molte ore il sogno e la fiaba avranno la meglio su tutto.
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Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 2′ puntata
Lunedì, 21 Maggio, 2007 · 1 Commento
Nel 1915 Gandhi, dopo aver concluso l’esperienza sudafricana e aver ripreso contatto con tanti luoghi dell’India, decide di stabilirsi nella sua terra natale, il Gujarat. Fonda il suo Ashram alla periferia di Ahmedabad. Una donna di grande valore che gli è molto vicina, Ansuyabehn, cui ancora oggi è dedicato il giornale di Sewa, comincia a organizzare la branca femminile del sindacato dei tessili (TLA).
Dopo tanti anni e tante vicende politiche e organizzative il richiamo a Gandhi in Sewa è ancora fortissimo.
Non solo per i contenuti politici, la lotta per la dignità e l’emancipazione dei poveri e l’assoluto rifiuto del pregiudizio castale, ma anche per la scelta delle forme di azione e per l’ispirazione spirituale. C’è qualcosa che va oltre la non violenza ed è la più trasparente lealtà: anche nelle battaglie più dure l’avversario non è mai un nemico e va rigorosamente rispettato; gli vanno dette apertamente le proprie intenzioni, i tempi e i modi della vertenza che si vuole avviare e, senza menzogne, quali sono i punti su cui non si cederà . In più la religione è concretamente vissuta dalle donne di Sewa in un modo che non è facilissimo spiegare al lettore occidentale. Ogni mattina pregano (e io con loro, pur non capendo quasi un parola, ma mi piace e mi rasserena). Non si prega una religione particolare: si mescolano preghiere e canti hindu a preghiere musulmane, a sutra buddisti. Esattamente come faceva Gandhi, convinto come era, diversamente da buona parte del gruppo dirigente politico del Congresso, che un paese senza religione (senza spiritualità) è morto, ma che nello stesso tempo non esiste religione “rivelata” perché tutti i percorsi di consapevolezza spirituale hanno lo stesso valore.
Per molti anni le donne continuano un impegno tutto sommato abbastanza tradizionale all’interno del sindacato dei tessili fino a che nel 1968 emerge una leader di livello nazionale e forse non solo: Ela Bahtt. Ela Bhatt comincia ragionare a tutto campo sulle donne. Il 93% delle donne che si avvicinano al sindacato in quegli anni sono analfabete, il 97% vivono negli slum, in media i figli viventi per ognuna sono quattro, ma più che altrettanti sono i bambini perduti, o per la mortalità infantile, oppure per i parti prematuri. Molte altre lavoratrici dei cosiddetti settori informali (venditrici, sigaraie di bidi, produttrici di incensi,…) si aggiungono alle donne impegnate nelle varie attività tessili e nel 1972 nasce Sewa, ancora organizzata all’interno del TLA, ma già madre di se stessa.
Infatti non è solo il tratto, diremmo noi, confederale, a cambiare il contesto, ma molto di più. La vera rivoluzione è la scoperta della differenza di genere. E il primo terreno su cui le donne di Sewa la affrontano è quello del credito. Negli anni ‘70, sotto il governo di Indira, è possibile per i poveri chiedere un credito alla Bank of India. Ma le attiviste di Sewa, che all’inizio cercano di mediare fra la Bank of India e le donne povere, si accorgono che le cose non funzionano. Spesso le donne non restituiscono, sono passive e, poiché il governo “perdona” piccoli debiti, non capiscono perché le sindacaliste di Sewa si affannino tanto a far tornare i conti. Più spesso le donne vengono umiliate; il contatto con un impiegato di ceto medio è disperante: si sbagliano gli orari, si viene con i figli che fanno un caos inaudito per il buon ordine di una banca, non si sa firmare e nessuno ha la pazienza di spiegare una procedura complessa a una donna analfabeta. Così nel 1974 Sewa fonda la sua banca per il risparmio e il microcredito alle donne povere. Che da allora ne ha fatta di strada: oggi tiene nelle sue casse circa 300.000 depositi di risparmio che ammontano mediamente a 10.000 rupie all’anno per risparmiatrice, circa 170 euro, una cifra enorme per una donna povera indiana. Il prestito, a tassi molto bassi, può essere di tre o quattro volte il risparmio. L’essenziale (e su questo l’intervista della bancaria Sewa alla cliente è molto scrupolosa e ha anche intenti pedagogici) è che il prestito sia chiesto per scopi produttivi, per possedere, appunto, direttamente quei mezzi di produzione, quelle merci da trasformare che consentano una qualche autonomia da padroni e mediatori. Una delle tragedie contro cui Sewa si batte è la devastazione della vita dei poveri da parte degli usurai che profittano di alcune tradizioni fortissime in tutte le società contadine, ma in India più che altrove: in particolare la festa di nozze e la dote delle figlie che possono portare sul lastrico anche famiglie relativamente assestate. Ma quello che più conta è la dignità: gli orari sono scelti in modo da conciliarli con il lavoro delle donne, le “bancarie” si spostano negli slum e nei villaggi e a raccogliere il risparmio o a distribuire le quote di credito, torme di bambini si aggirano per la banca e la foto, non un segno umiliante, sostituisce la firma.
Tuttavia, nel preparare l’avvio della banca, Sewa si accorge anche di un’altra cosa: che le debitrici meno solerti nel restituire il prestito alla Bank of India sono le neo madri e le vedove. La fragilità delle donne nella relazione con uomini assai poco protettivi è scioccante: nessuno si cura dell’alimentazione della donna in gravidanza e della neo madre, tutti chiedono alla vedova un mese di lutto nel più assoluto isolamento, ma nessuno si preoccupa di come mangerà. Sewa organizza un piccolo sistema assicurativo che, nel caso delle neo madri, verrà fatto proprio dal governo nazionale e varato come piano nazionale di assistenza:contro un impegno economico diretto di quindici rupie all’inizio della gravidanza, la neo madre ne riceverà cento alla nascita del bambino, più un chilo di ghee (un burro chiarificato particolarmente nutriente che si conserva a lungo) e le cure mediche al parto e nei primi mesi di vita del bambino.
Insomma l’orizzonte si allarga: via via nascono i centri per la salute e per la vendita di medicine a prezzi calmierati, i centri per la prima infanzia, le associazioni assicurative, le cooperative di produttrici.
Siamo all’inizio degli anni ottanta e si profilano nuove sfide per Sewa, prima fra tutte quella dell’autonomia definitiva che avverrà nel 1981, dopo una rottura traumatica con il sindacato dei tessili.
Ma il seguito alla prossima puntata.
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Incontri di polizia
Venerdì, 18 Maggio, 2007 · 2 Commenti
Questo articolo è uscito il 17 maggio 2007 sul quotidiano “Il Riformista”.
Una donna coraggiosa e una donna innamorata hanno riaperto in India uno dei dibattiti più dolorosi: quello sulla diffusa, impunita, spesso esibita, licenza di uccidere della polizia.
La donna coraggiosa, la signora Johri, è un magistrato di Ahmedabad che ha assicurato alla giustizia tre alti ufficiali, potenti a ben ammanicati con il presidente della regione, uno degli esponenti di spicco del BJP, il partito conservatore di stretta osservanza induista.
La donna innamorata è morta: si chiamava Kauserbi e non ha voluto a nessun costo lasciare il suo uomo quando la polizia gli ha intimato di scendere dal pullman che li portava dal Karnakata al Gujarat. Temendo gli urli e l’attenzione degli altri viaggiatori, i poliziotti se la sono trascinata con loro. Ucciso l’uomo quasi subito a sangue freddo, l’hanno torturata e stuprata per due giorni, prima di finire anche lei. Il suo sacrificio ha permesso di ricostruire qualche pista d’indagine, cosa rarissima in questi casi, e ora non resta che sperare ch la sigora Johri riesca a lavorare.
Naturalmente la versione ufficiale della polizia è tutt’altra: della donna nulla sanno, mentre l’uomo era un pericoloso terrorista musulmano e kashmiro intenzionato a portare a termine un attentato contro il presidente della regione, appassionato campione dell’integralismo indù.
Lo sport di uccidere a sangue freddo da parte della polizia, qui in India, ha un nome: si chiama, con un eufemismo imbattibile, “incontro” o, al massimo, quando è impossibile far tacere i dubbi, “falso incontro”. Già, perchè i criminali “si incontrano” e presumibilmente con essi si ingaggiano degli scontri a fuoco: peccato che avvengano tutti di notte, che non ci siano mai testimoni e che le cronache non riferiscano in nessuna occasione di un poliziotto ferito.Anche sui dati è difficilissimo avere fonti attendibili. Solo in Uttar Pradesh, dove è in corso un guerriglia strisciante con il movimento naxalita, le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono riuscite a far circolare qalche dato vicino al vero, ma probabilmente ancora approssimato per difetto: 122 “incontri” in due anni.
Nella Mumbai ribalda e moderna lo specialista di “incontri” è una delle figure del successo: è riconosciuto come tale, fa soldi, fa carriera, tratta da pari a pari con i potenti della politica e con quelli della criminalità. Non sempre ammazza e certo non secondo regole prevedibili:patteggia e rompe i patti, assesta il suo potere e ne cambia gli equilibri a seconda delle convenienze.Ben due romanzi di successo internazionale lo hanno scelto come protagonista: “Maximum City” di Suketu Metha e “Giochi sacri”di Sartaj Singh. Non è casuale: Mumbai ribolle di trasformazioni come le metropoli americane degli anni trenta e anche qui le figure del male alimentano l’immaginario collettivo. La saggezza dei poveri, invece, liquida il tutto senza tanti compiacimenti: “sangue nelle mani, oro nelle tasche”.
Già, ma la spirale del sangue e dell’oro si può spezzare? Di questo discutono giornalisti e intellettuali. Le proposte sono tante e anche molto tecniche Un primo gruppo riguarda la piena restituzione alla polizia dell’autonomia dalla politica, dato che oggi gli alti ufficiali vengono trasferiti, da uno stato regionale all’altro, sulla base del gradimento dei politici.Tra le varie misure si prevede un’autonoma autorità garante, cui i poliziotti debbano obbligatoriamnte rivolgersi ogni volta che un politico chieda loro di agire contro la legge. E’ una misura molto osteggiata, anche apertamente, da diversi parlamentari, il che è rivelatore dei tanti nessi a delinquere tra i due mondi.
Un’altra serie di misure è proposta dal grande scrittore e giornalista Khushwant Singh, l’autore di “Quel treno per il Pakistan”, insuperata testimonianza degli orrori della partition.
Khushwant Singh è rimasto un militante della democrazia e della costruzione dell’India cone grande masala di popoli. Dopo il terribile massacro di migliaia di musulmani avvenuto in Gujarat nel 2002-2003, ha scritto un pamphlet disperato fin dal titolo: “La fine dell’India”. Se l’India si arrocca nel modello dello stato confessionale indù in maniera speculare ai suoi vicini pakistani, prendendo a pretesto il terrorsmo e piegando la polizia alla lotta politica e ideologica, è la fine della sua storia, della sua originalità e della sua lezione politica. Di qui l’idea di sovrarappresentare i musulmani nella polizia e nei suoi quadri dirigenti in ogni area in cui siano minoranza., cioè quasi ovunque. Nulla di più impopolare, perchè in India molti purtroppo condividono un detto che piacerebbe ai nostri nipotini di Oriana Fallaci: “è vero che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”.
E dire che gli indiani hanno perso il loro amatissimo padre Gandhi per mano di terroristi indù.
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Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 1′ puntata
Giovedì, 17 Maggio, 2007 · 1 Commento
E’ arrivato il momento di cominciare a parlare di SEWA, il sindacato autonomo di donne per il quale lavoro su incarico di Progetto Sviluppo, l’organizzazione non governativa per la cooperazione internazionale che fa capo alla Cgil.
Innanzitutto l’intero nome: Self employed women’s association. E’ un sindacato? E’ un movimento femminista? E’ un’associazione di donne?
E’ decisamente un sindacato e le sue dirigenti ci tengono molto a sottolinearlo. Ma è un sindacato tutto particolare: un sindacato senza la classe operaia, sia perché qui obiettivamente non esiste un modello produttivo basato sulla produzione sistematica su grande scala, sia perché non esiste nemmeno la storia e la mitologia della classe operaia come noi in Europa l’abbiamo vissuta, a maggior ragione non esiste fra le donne.
Ma è anche un movimento di massa di donne, con 500.000 iscritte nel solo Gujarat ( la regione di Ahmedabad e il punto di forza di Sewa) e altre 300.000 circa nel resto dell’ India, dove l’associazione sta cercando di mettere radici. Un movimento di donne perché, come tutti i movimenti femministi, è ben consapevole che il lavoro non è tutto e non è nemmeno necessariamente la chiave della liberazione: salute, controllo delle nascite, costruzione creativa di qualche soluzione di welfare, microcredito, cooperative, assicurazioni, alfabetizzazione e crescita del senso di sé sono strumenti di libertà altrettanto importanti. Ma è un movimento femminista in cui di sessualità si parla poco, discretamente e con tutti gli accorgimenti di pudore adeguati alla sensibilità delicatissima di questo Paese in questo campo, che è proprio il caso di definire minato.
Un sindacato senza classe operaia, un movimento femminista senza radici nel filone americano ed europeo della “sexual liberation”. Insomma una creatura tutta indiana, ma niente affatto provinciale, anzi, con nessi, contatti e riconoscimenti in tutto il mondo.
Torniamo al nome: chi sono le “self employed women”? Sigaraie di bidi (la piccola sigaretta indiana), stampatrici di tessuti, ricamatrici, materassaie e riutilizzarici di tessuti vecchi per coperte e tappeti, manovali e trasportatrici di mattoni e pietre nei cantieri, venditrici di frutta, verdura, tessuti e pentole, lavandaie, cuoche e cameriere di famiglie, scuole e ospedali, raccoglitrici di carta e metallo nelle immondizie e riciclatrici. L’elenco è puntiglioso, ma lontanissimo dall’essere esauriente: i mestieri umili delle donne indiane sono infiniti. Bene, in una concezione tradizionale dell’organizzazione del lavoro si direbbe che si tratta di lavori “marginali”. E’ proprio contro questa idea di “marginalità” che Sewa fa la sua battaglia culturale e sindacale. Come si possono definire marginali – obietta- tutti quei lavori non formalmente contrattualizzati che coinvolgono circa il 90% delle donne indiane? Di qui anche il nome orgoglioso “self employed women” : le donne più povere – mi spiegano- spesso pensano di non lavorare affatto; il loro non è che il prolungamento del lavoro familiare in una cornice che spesso è concretamente la stessa, la stanza nello slum o la capanna del villaggio, oppure è la stessa parapsicologico perché i bambini sono al seguito e dove si muove una donna si muove sempre anche una piccola eco di villaggio, fatta di oggetti, di una pentola con un po’ di cibo, di una rete di corda per riposare.
Qui l’analfabetismo femminile è ancora intorno al 60% e la pedagogia della dignità, basata sulle piccole cose che sono anche grandi simboli, per Sewa è decisiva: dunque io donna, membro di Sewa, non sono una povera cosa, una marginale; sono una donna che lavora, che si autoimpiega e che per farlo utilizza dei mezzi di produzione.
Proprio così, dei mezzi di produzione: il tabacco per fare i bidi, il carretto e le verdure per il mercato, la stoffa da stampare, i fili per ricamare, gli stracci da trasformare, etc..
E qui il ruolo di Sewa come sindacato conta, eccome se conta, perché quasi sempre questi mezzi di produzione sono nella mani di mediatori che sono anche strozzini e giocano sull’isolamento e la scarsa stima di sé delle lavoratrici. Le prime epiche lotte di Sewa cominciano tra il ‘68 e il ‘70 contro i mediatori del tabacco per tenere basso il prezzo delle foglie grezze e strappare un prezzo minimo per la sigaretta (e ottenere anche che venga pesata e non valutata a capriccio del padrone), continuano con i mediatori dei tessuti usati che riducono alla fame le donne Vaghari, una piccola minoranza tribale che sopravvive facendo coperte dagli stracci, proseguono nel 1980 con un vero corpo a corpo con la temibilissima polizia di Ahmedabad che chiede il pizzo alle venditrici di frutta e verdura di Manek Chowk, l’antico e affollatissimo bazar della città. In tutti questi casi Sewa si comporta esattamente come un sindacato classico, naturalmente di lavoratrici molto povere con una necessità vitale di non interrompere il lavoro se non simbolicamente o per poco tempo: sensibilizza le donne, le mobilita, organizza manifestazioni, apre delle vertenze con i padroni, convince la lavoratrici a ritardare la restituzione della merce trasformata fino a vertenza finita.
Ma nello stesso tempo si interroga. E se questi benedetti mezzi di produzione li possedessimo noi?
Ma, per capire meglio come si interroga, bisogna sapere di più della storia di Sewa, del suo debito verso Gandhi, della sua straordinaria leader Ela Bhatt, del suo percorso verso l’autonomia.
Il seguito alla prossima puntata.
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Ahmedabad: vita e miracoli di una città
Sabato, 12 Maggio, 2007 · Nessun Commento
Cominciamo da lei, dalla città: Ahmedabad. Somiglia a un flusso senza fine che comincia all’alba e si attenua solo dopo le dieci di sera.
Alle prime luci arrivano i cammelli: tirano carri di legno lunghi e piatti, come usava nelle nostre campagne tanto tempo fa, e trasportano dalla campagna di tutto, dai manghi alle melanzane, dalle patate ai lychees. Sono i fornitori dell’infinità di mercati e mercatini che pullulano in città. Talvolta frutta e verdura si vendono nei banchi e nei negozietti, molto più spesso una donna si accoccola per terra, gambe incrociate, cestini intorno, pallu del sarij sulla testa per ripararsi dal sole, bambini al seguito, dato che la mamma, anche se lavora, è quasi sempre l’unico asilo nido.
Poi il moderno fa la sua comparsa. Un nugolo di moto, motorini, biciclette a motore che Roma, al paragone, fa ridere. Pochi i caschi, malgrado una campagna infomativa della polizia locale, molte le famigliole abbarbicate in cinque sulla moto, come su un’utilitaria. Tante jeep, tante automobili, anche di alta qualità con aria condizionata e autista.
Ahemedabad è, per gli standard indiani, una città ricca: negli anni trenta è stata la capitale di un’importante industria cotoniera che si è sviluppata anche in tutta la regione. Esistono bellissime foto d’epoca ,con le operaie in sarij bianchi dai bordi stampati, come usava allora, al lavoro sui grandi telai delle officine. L’ industria ha richiamato molta immigrazione dalle campagne e ha ingrandito la città fin dai primi anni dell’indipendenza. Poi, anche qui, per paradossale che possa sembrare, è cominciata la deindustrializzazione: i cotonifici hanno cominciato a chiudere al’inizio degli anni settanta e oggi sono praticamente spariti, la piccola e piccolissima attività commerciale e artigianale è diventata l’unica forma di vita economica, o spesso di pura sopravvivenza, dei poveri, soprattutto delle donne. E’ a questa attività che Sewa, il sindacato dle donne indiane per il quale lavoro, vuole dare dignità, anche alla più umile, come la raccolta della carta e del metallo nelle discariche.
Nel frattempo è nata l’information society, la società della conoscenza o dei servizi avanzati, comunque la vogliamo chiamare. Tutte le multinazionali dell’Ict sono qui, Tata trionfa nei servizi su internet e invade di pubblicità la città intera , pullulano università e centri di ricerca; i manager e gli “operativi” di questo nuovo mondo sono quelli delle belle automobili con autista, o alla peggio delle jeep e delle buone moto. Ma è un mondo mobile: ogni ragazzino (maschio,però), anche dello slum, sogna di avere i chip, invece del bastone da maresciallo, nello zaino.
Operosamente e disordinatamene tutti si intrecciano e si rincorrono per le strade della città, di qua e di là dal fiume Sabarmati, nella GC Road delle grandi firme e dei grandi magazzini, come nei budelli minuscoli del grande bazar di Manek Chowk. Ma nulla di definitivo po’ essere detto del traffico senza il suo grande protagonista: il tuk-tuk, il tre-ruote, l’Ape per dirla all’italiana, il taxi dei poveri. E’ la salvezza: lo prendi al volo all’angolo della strada, c’è sempre, ti salva dai 45 gradi all’ombra, sa dove andare anche se in India non esitono numeri civici e gli indirizzi richiedono lunghe spiegazioni, mastica quel po’ d’inglese che basta, è disposto a caricare le più stravaganti mercanzie, dal computer alla scorta di acqua da bere ,e ,per l’equivalente di dieci/venti centesimi di euro ti porta quasi ovunque. Sia benedetto il tuk-tuk driver. Da un anno a questa parte, il tuk-tuk ad Ahmedabad è anche ecologico: non si alimenta più con l’atroce kerosene, ma con una miscela ecologica apparentemente assai sopportabile.
Ma nel grande mare della città ci sono le isole. Io ne ho esplorate due per ora.
A quattro o cinque kilometri dal centro, sulle rive del Sabarmati, il Gandhi Ashram, dove Gandhi visse tra il 1917 e il 1930 e accolse nella vita comunitaria gli harijans (intoccabili) con grande scandalo persino della sua famiglia, conserva ancora molto del suo fascino. Il modestissimo cottage di Gandhi, i suoi oggetti (gli occhiali, i sandali, il bastone), il luogo di preghiera sulla riva del fiume, il silenzo che nonostante tutto si preserva, mandano ancora l’eco di un’energia lontana. Per il resto l’ashram non è più tale: è un bel museo popolare e un luogo di formazione.
Nel cuore della città antica, invece, ho visto gli storici “Pol”. Ghetti? Probabilmente sì: piccolissimi quartieri protetti da torri, grate, porte segrete e accessi difendibili. Al centro di ognuno una fonte per lavare, un piccolo tempio, una minuscola edicola scolpita per accogliere e nutrire gli uccelli. Molti portoni di case sono capovalori di legno intarsiato del quindicesimo/sedicesimo secolo. Nobilmente, urbanamente, la struttura di ogni “pol” ricorda un villaggio. Ma perchè tanti villaggi quasi fortificati, uno a ridosso dell’altro, senza neanche la presenza dell’acqua, che invece giustifica il tessuto urbano tanto fitto di Venezia? Forse perchè ad Ahmedabad, come in molte altre parti dell’India, le diverse comunità e caste convivono, sembrano accettarsi, ma d’improvviso si odiano e si fanno del male.Molto male. Ma questa è un’altra storia, su cui torneremo.
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