Le fotografie sono di Laura Salvinelli
Il confine fra Gujarat e Rajasthan lo segnano i turbanti. Discretamente bianchi, intonati alle camicie e ai dhoti degli uomini della campagna, d’improvviso diventano rosa shocking, rossi, arancio, o di mille sfumature solari, quasi abbagliano come catarifrangenti nella vastità della pianura: abbiamo passato la frontiera.
Per la prima volta un lungo viaggio nel treno vero degli indiani, quello senza nessuna concessione ai comfort occidentali, quello di tanti film e di tanti romanzi. Spartane panche blu, finestre senza vetri, protette soltanto da sbarre orizzontali, portelli inesistenti e velocità di crociera così lenta che consente a tutti di salire e di scendere come nei vecchi tram . Gli scompartimenti sono come piccole piazze di paese: donne che cantano, anziani con gli occhiali d’osso e il cappellino bianco alla Nehru che non si capacitano che la straniera non mastichi nessun’altra lingua civile oltre all’ostico inglese, venditori di tutto, di samosa, di chai, il magnifico the indiano alle spezie servito in tazzine di terracotta, di insalate di cetrioli e pomodori al limone e peperoncino, di “soap paper”, la carta oleata immersa nel sapone profumato e confezionata in disegni pastello che in Italia collezionavo da piccola. (continua…)
