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	<title>ordito e trama</title>
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	<description>il blog di Mairella Gramaglia</description>
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		<title>ordito e trama</title>
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		<title>In ricordo di Roberta Tatafiore</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2009/06/15/in-ricordo-di-roberta-tatafiore/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 14:33:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo è comparso sul numero di aprile di Leggendaria insieme ad altri due interventi, di Anna Maria Crispino e di Nadia Tarantini, accompagnati da  foto di archivio di &#8220;Noidonne&#8221; degli anni ottanta,  foto di Roberta insieme ad altre colleghe  e amiche del giornale.
A ogni primavera nei viali storici e nei lungotevere di Roma rinascono, di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=258&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Questo articolo è comparso sul numero di aprile di Leggendaria insieme ad altri due interventi, di Anna Maria Crispino e di Nadia Tarantini, accompagnati da  foto di archivio di &#8220;Noidonne&#8221; degli anni ottanta,  foto di Roberta insieme ad altre colleghe  e amiche del giornale.</em></p>
<p><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">A ogni primavera nei viali storici e nei lungotevere di Roma rinascono, di un verde tenue e sottili nel vento, le foglie dei platani. Scendono nei rami fino al fiume, accarezzano il cielo cristallino e i tetti dei palazzi antichi. A ogni primavera penso a quante volte vedrò ancora questo spettacolo incantato e auguro alla persone che mi sono care di gustarlo per tante stagioni. Roberta non sarà tra loro. Non la nutriva più. Forse nulla la nutriva più.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Tra la metà degli anni ottanta e l&#8217;inizio degli anni novanta il susseguirsi dei platani mi guidava letteralmente dalla mia casa alla redazione di<em> noidonne. </em><span style="font-style:normal;">Lì c&#8217;era un collettivo di donne belle, appassionate e pensose. Controcorrente, in quegli anni che per molti (uomini soprattutto) erano, o di malinconia ripiegata dopo le passioni rivoluzionarie, oppure di apprendistato all&#8217;edonismo, al nuoto secondo corrente. Lì, a dove andasse la corrente, non badava nessuna. E Roberta meno di tutte. La ricordo fulva negli abiti, nei colori del corpo e dei gioielli, con un tratto leonino nell&#8217;eloquio, nella passione dell&#8217;argomentare, nella potenza quasi fisica del diniego rispetto all&#8217;opinione dominante, se non la convinceva. E spesso non la convinceva. Roberta era profondamente anarchica, ma non solo per carattere, piuttosto per la torsione particolare con cui usava la sua intelligenza e il suo rapporto con il mondo. E per me, che di quel collettivo ho avuto per un periodo la responsabilità, tutto ciò era un problema di non poco conto. Ci stimavamo, io la consideravo, oltre che una donna di grande fascino, una professionista acuta e affidevole. Ma ci divideva qualcosa che sarebbe riduttivo rinserrare nei comportamenti, che aveva a che fare con la battaglia delle idee fra le donne in quegli anni e negli anni a venire. In che contesto si colloca la libertà femminile, ammesso che il contesto abbia rilievo? Può fiorire autonomamente, anche per una scelta di metodo che mette il resto del mondo “tra parentesi”? Io ho sempre pensato di no, ho sempre portato due passaporti in tasca, quello del femminismo e quello della ricerca sulla democrazia e le sue regole, e della pratica delle istituzioni. Per Roberta anche un solo passaporto era troppo: non esitava a sgualcirlo, a perderlo di tanto in tanto, pur di seguire fino in fondo il suo demone. Da qui spesso le nostre divisioni, anche i nostri scontri, su molte questioni concrete: dalle azioni positive, alle quote, all&#8217;utilità in sé di legiferare su aborto e violenza sessuale, alla prostituzione, al valore del voto e delle istituzioni. Erano grandi discussioni e grandi rabbie, talvolta seguiti da lunghi silenzi.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Più tardi ci siamo ritrovate per momenti. Le nostre diverse strade di lavoro ci hanno portate lontane e l&#8217;intensità della nostra consuetudine di allora non si è mai trasformata in un&#8217;amicizia privata. Negli ultimi incontri non facevamo più faville. Forse ero cambiata soprattutto io, dato il più modesto affidamento che ormai faccio sui miei passaporti.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">E&#8217;, credo, il senso di incompiutezza, che mi fa apparire il suo gesto come puro strazio. Non ho vissuto la tenerezza amicale che fa spazio alla compassione profondamente vissuta, né ho partecipato di un&#8217; avventura intellettuale che fa pronunciare ad alcune le parole “rispetto” e “atto di libertà”. A me resta il vuoto. E una preghiera, se in qualche luogo Roberta può ascoltarla: “non ci indurre in tentazione”. Credo che la mia generazione di donne, al momento in cui il sole declina, abbia bisogno di tanto coraggio per vivere. </span></span></p>
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		<title>Il cuore non basta</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 15:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[in italia...]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo, che recensisce e commenta gli ultimi libri di Anna Bravo e Simonetta Piccone Stella, è uscito sull&#8217;ultimo numero della rivista &#8220;Leggendaria&#8221;.
 L&#8217;occasione è casuale. Un&#8217;occasionalità un po&#8217; spericolata che può aguzzare l&#8217;ingegno o mettere a rischio il rigore critico. Mi chiedono, dalla fondazione Basso per la voce e l&#8217;idea di Gabriella Bonacchi, di mettere [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=249&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><em>Questo articolo, che recensisce e commenta gli ultimi libri di Anna Bravo e Simonetta Piccone Stella, è uscito sull&#8217;ultimo numero della rivista &#8220;Leggendaria&#8221;.</em></p>
<p style="text-align:justify;"> <span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;">L&#8217;occasione è casuale. Un&#8217;occasionalità un po&#8217; spericolata che può aguzzare l&#8217;ingegno o mettere a rischio il rigore critico. Mi chiedono, dalla fondazione Basso per la voce e l&#8217;idea di Gabriella Bonacchi, di mettere insieme le note di lettura di due libri che ho amato: “<em>A colpi di cuore: storie del sessantotto” </em><span style="font-style:normal;">di Anna Bravo (Laterza 2008) e </span><em>“In prima persona: scrivere un diario” </em><span style="font-style:normal;">di Simonetta Piccone Stella (Il Mulino 2008). L&#8217;uno storico, l&#8217;altro sociologico e letterario, sono davvero leggibili in modo incrociato? Cosa li unisce? </span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Nel riflettere nasce fra le mie mani un piccolo lemmario in cinque voci e un post scriptum dedicato ad Anna. <span id="more-249"></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><em>Praticanti. </em><span style="font-style:normal;">E&#8217; la parola d&#8217;esordio per Simonetta Piccone Stella fin dalla prefazione: “Sono una partigiana del diario e una sua praticante”- scrive nella prima riga. C&#8217;è l&#8217;attribuzione al diario di un soccorso al dolore di vivere che mi incanta. Mi preme meno l&#8217;analisi – che pure c&#8217;è – del diario come brogliaccio di lavoro, strumento ancillare della scrittura letteraria. Il diario come esercizio di disciplina spirituale ed emotiva, invece, ha esempi particolarmente intensi nelle pratiche femminili dei diari di guerra. “Nella realtà </span><em>in progress,</em><span style="font-style:normal;"> l&#8217;unica che i diari possano registrare &#8211; annota Simonetta &#8211; la guerra non si sa come andrà a finire: è un accadimento che estende la sua ombra su sei lunghissimi anni&#8230;è un corpo estraneo che si abbatte su oggetti consueti”. “Tutto il mondo trema e io sono felice davanti allo specchio con i miei orecchini nuovi, per un attimo, un attimo solo”- scrive Giancarla Arpinati. Nulla di frivolo. Al contrario, nel praticare, nel piegare l&#8217;anima agli esercizi come ginnaste, c&#8217; è un&#8217;esporsi alle emozioni inattese, una capacità di accogliere la vita da sveglie, malgrado tutto. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Anna Bravo, invece, che a quarant&#8217;anni di distanza scrive un&#8217;autobiografia collettiva, sa, almeno in parte, come è andata a finire. Ma non è questo il suo punto; anche lei sembra coinvolta soprattutto da una pratica, dall&#8217;esposizione di un punto di vista, dal desiderio di non rimuovere le emozioni. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span style="color:#000000;">“ <span style="color:#000000;"><span style="font-style:normal;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;">La memoria – scrive- è molto spesso puntiforme, mostra vuoti, slabbrature, cronologie incerte”. E, riferendosi esplicitamente a se stessa, alla soggettività del suo punto di vista sul &#8216;68 che ha vissuto, aggiunge: “quando si è sperimentato qualcosa di simile alla felicità pubblica, lo scotto sono certe visite a sorpresa della nostalgia”.</span></span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><em>Intimismo e bulimia. </em><span style="font-style:normal;">Dire che due intellettuali donne siano attente alla soggettività, può suonare ovvio. Scavare su come lo facciano, forse lo è un po&#8217; meno. L&#8217;intimismo, facendosi aiutare dal dizionario, rimanda a “nascosto, segreto, stato d&#8217;animo connesso a legami stretti”. E&#8217; proprio questo il diario? &#8211; si domanda Simonetta. E&#8217; certamente comunicazione fortuita, contingente, per se stessi, ma quasi sempre porta in sé anche l&#8217;idea di potersi aprire alla comunicazione.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">L&#8217;autobiografia, invece, bilancio di una vita, è spesso un monumento dell&#8217;ego. Cattedrale o piccola cappella che sia, poche donne la tentano. Non è la cifra dell&#8217;una, né dell&#8217;altra autrice: il loro esserci nel testo spunta attraverso un metalinguaggio, in modo sottilmente e piacevolmente ambiguo.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Ambedue, invece, temono la bulimia biografica dei nostri tempi “che non distingue fra privato e intimità” (Anna Bravo). I blog, le mail, gli instant book sembrano toglierci qualcosa: il lavorio silenzioso, che non sempre si perfeziona fino a diventare comunicabile. Giusta diffidenza verso i pregiudizi dell&#8217;immediatezza, oppure pregiudizio generazionale? Io, che pure appartengo più o meno alla stessa generazione, non avrei mai osato scrivere un libro sull&#8217;India se non avessi cominciato con un blog che mi permetteva di non perdere di vista amici e amiche lontane. Ma, in questo caso, era il piacere dell&#8217;immensa vicinanza nella lontananza ad accendere il gusto della comunicazione.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><em>Il cuore. </em><span style="font-style:normal;">Il cuore ha un posto chiave in ambedue i libri. Simonetta gli dedica un capitolo: “il cuore messo a nudo”. Anna addirittura il titolo: “a colpi di cuore”. A nessuna delle due però questo “cuore” piace granché. Mettere a nudo il cuore, per Simonetta, significa riconoscere che non esiste un nucleo dell&#8217;io, che la sincerità integrale è un mito, che l&#8217;animo di chi scrive è plurale e cangiante. Culturalmente significa misurarsi con la psicoanalisi.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span style="color:#000000;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;">Per Anna, questo cuore che dà colpi, che sussulta, che strazia, che nega, che si autoassolve, “che ama chi ti ama”, che scambia la propria impazienza per dedizione agli oppressi, batte nel petto del </span><em>puer aeternus</em><span style="font-style:normal;">. L&#8217;angelo dell&#8217;ideale che non invecchia e non conosce (anzi non pratica) l&#8217;elaborazione del lutto. Meglio del cuore è la sensibilità &#8211; precisa Anna &#8211; l&#8217;emozione, la compassione, persino la bontà e la cattiveria, virtù e vizio di cui erroneamente parliamo solo con i bambini, come se lo loro semplicità non potesse nutrirci. “Sono diventata molto suscettibile al tema della violenza”-precisa. </span></span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span style="color:#000000;"><span style="font-style:normal;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;">Il tema della violenza, se preso sul serio, implica sempre una lotta fra una parte di noi e un&#8217;altra. Un tipo di battaglia per la quale “il cuore” non basta. </span></span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><em>Dolore e cura. </em><span style="font-style:normal;">Simonetta cita l&#8217;ultima pagina di diario di due geni suicidi. Cesare Pavese: “&#8230;resta che ora so qual è il mio più alto trionfo, e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita&#8230;”. Virginia Woolf: “Con un certo piacere mi accorgo che sono le sette di sera e devo preparare la cena. Merluzzo e salsicce. Credo che sia vero che scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni di merluzzo e salsicce”. Diversissimi, eppure simili. L&#8217;impossibilità, o l&#8217;incapacità, di ancorarsi a quello che c&#8217;è, di sentirvi pulsare la vita, sembra il comune dolore insormontabile. </span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Non così nei diari di guerra delle donne. Mentre il mondo crolla, gli orecchini, appunto, o la casa, il cibo, i riti, la cura &#8211; cura del quotidiano, della riproduzione della vita, cura consapevole del limite &#8211; ancorano alla vita anche sul limitare della catastrofe.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">C&#8217;è qualcosa di politico nel rispondere al dolore con la cura e non con il titanismo. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><span style="font-style:normal;">Così mi pare ragionare Anna Bravo a proposito di politica delle donne dopo il &#8216;68. E&#8217; l&#8217;unica politica – argomenta – che si sottrae allo scacco del</span><em> puer aeternus</em><span style="font-style:normal;">, che, senza irenismi, ha i talenti possibili per sfuggire all&#8217;ingenuità, ieri prometeica, oggi cinica, dell&#8217;immaginario maschile.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><em>Cura e indifferenza. </em><span style="font-style:normal;">Ma il lavoro per la vita può essere appartato? Può la cura delicata e sottile essere l&#8217;altra faccia, fragile e crepuscolare, del cinismo diffuso? Il femminile che non agguanta il mondo, che all&#8217;</span><em>indifferenza,</em><span style="font-style:normal;"> che non sa vedere e discernere, contrappone </span><em>la differenza </em><span style="font-style:normal;">, costi quel che costi?</span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><span style="font-style:normal;">Nei giorni precedenti al dibattito, un&#8217;amica, con cui ne discuto la preparazione, mi parla di</span><em> microetica</em><span style="font-style:normal;">, della diligente attenzione con cui ogni giorno seleziona, prepara e separa i rifiuti secondo le regole, e di come tutto questo le appaia come una piccola preghiera laica, un servizio alla comunità. Quasi contemporaneamente l&#8217; assessore ai rifiuti della regione Lazio, Mario Di Carlo, viene intervistato a </span><em>Report. </em><span style="font-style:normal;">In un </span><em>gramlot </em><span style="font-style:normal;">romanesco fiorito di aneddoti privati e turpiloquio, comunica serafico che, certamente, molti rifiuti riciclabili finiscono nel termovalorizzatore perché: “mica se pò arzà &#8216;a temperatura co&#8217; du&#8217; verdure”. </span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Eserciti di mamme, di maestre, di bambini dal civismo aurorale, capaci di un proselitismo tenero e pedante, mi passano sotto gli occhi sconfitti.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Mica se pò arzà a temperatura co&#8217; du&#8217; verdure. Così muore il partito democatico. Ma del rapporto fra le donne la democrazia -cosa ben più importante – che ne sarà?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Il 24 novembre, alla vigilia dell&#8217;incontro, Mumbai va in fiamme, di odio, di bombe, di terrorismo, di insipienza e di trame. Io sogno la donna che stirava all&#8217;aperto nel vicolo accanto alla mia casa di Ahmedabad. Mi sorride e, in italiano, con lo sguardo fermo, compita adagio: “io stiro con lo stesso ferro i vestiti dei bambini musulmani e di quelli hindu”. Milioni di donne lo fanno, in tutto il subcontinente. Potrà salvare i bambini dall&#8217;odio?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><em>Post scriptum. </em><span style="font-style:normal;">Anni addietro (ormai quattro) un&#8217;anticipazione del libro di Anna Bravo suscitò scalpore e non poca ostilità a proposito di un tema al calor bianco: l&#8217;aborto. Anna, “sensibile alla violenza”, non si risparmia e non ci risparmia. Osa pensare alla sofferenza del feto, si interroga su quanta mancanza d&#8217;immaginazione ci abbia indurito l&#8217;anima per non riconoscere la nostra parte di colpe nella ribalderia di quegli anni di giovinezza. </span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Ma erano davvero ribalde le ragazze del &#8216;68? Io, quattro anni fa, tacqui e mi sentii ingenerosa. Ma non trovavo le parole, stretta fra il senso di tradimento infuriato di alcune vecchie amiche e la marea montante degli ideologi, laici e cattolici, dell&#8217;ontologia dell&#8217;embrione che per sé sta e di per sé vive. Alla mia mente vengono ora molte domande da rivolgere ad Anna e a molte altre.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Era davvero nuovo il comportamento delle ragazze di quella generazione, oppure riproduceva la memoria ancestrale di madri e di nonne, di una cultura femminile antica che sempre era ricorsa all&#8217;aborto di fronte al pericolo e alle strettoie della vita? Certo, prima c&#8217;era il silenzio e ora la voce di molte, ma non è proprio la voce a produrre rivoluzioni della coscienza?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Quanto ha contato la trasformazione della cultura scientifica e tecnica di questi quarant&#8217;anni nel ridisegnare l&#8217;immaginario femminile e collettivo intorno al corpo e all&#8217;embrione?</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Quali sono gli slittamenti diversi che nella storia si producono, sia riguardo alla sensibilità verso tutte le creature viventi, sia riguardo alla responsabilità etica nella sfera pubblica? Se la coscienza femminile, in questi quarant&#8217;anni, fosse progressivamente slittata verso una distanza morale sempre più intensa nei confronti l&#8217;aborto, sarebbe uno splendido risultato, dato che la storia è anche lì per fare qualcosa &#8211; talvolta persino di buono &#8211; di tutti noi. O no? Certo, a patto che questo non ci autorizzi a giudicare, a brandire la spada o la legge. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;text-align:justify;" lang="it-IT"> </p>
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		<title>Cofferati in Europa e i 500.000 babbioni riflessivi</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2009/04/01/cofferati-in-europa-e-i-500000-babbioni-riflessivi/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 09:32:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[in italia...]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito sul &#8220;manifesto&#8221; di martedì 31 marzo.
Ho seguito con un certa affettuosa sollecitudine i primi passi di Franceschini segretario del Pd. Non ho particolari passioni distruttive, cerco di tenere a bada le ire sdegnose e le furie moleste, non ho mai mancato in tutta la mia vita l&#8217;appuntamento con il voto . [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=246&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Questo articolo è uscito sul &#8220;manifesto&#8221; di martedì 31 marzo.</em></p>
<p style="text-align:justify;">Ho seguito con un certa affettuosa sollecitudine i primi passi di Franceschini segretario del Pd. Non ho particolari passioni distruttive, cerco di tenere a bada le ire sdegnose e le furie moleste, non ho mai mancato in tutta la mia vita l&#8217;appuntamento con il voto . In più, benché le persone che mi sono più care si affannino a dare un po&#8217; di ossigeno al mondo di Vendola e dintorni, il sommarsi stanco di tante sigle antiche mi sembra rendere scipita la sfida. Ma un demonio mi soffiava nelle orecchie: “Attenzione, bisogna aspettare la composizione delle liste. Lì si capirà se c&#8217;è autonomia, visione del futuro, tempra &#8211; osiamo dir così &#8211; del segretario”.Ieri è stato il giorno del demonio. E la prima indiscrezione è come un crampo allo stomaco.<span id="more-246"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Sergio Cofferati sarà &#8211; pare &#8211; candidato alle europee.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Avevo capito che Sergio Cofferati rinunciasse a battersi per diventare per la seconda volta sindaco di Bologna perché desiderava prendersi cura di un figlio piccolo e amatissimo avuto in età matura. Non sono io ad aver messo il naso in sentimenti e relazioni altrui, cosa che amo fare solo se autorizzata e partecipe. L&#8217;ho appreso in ogni dettaglio e per ogni dove: dai quotidiani, alla Tv, ai rotocalchi, cui, come si sa, almeno dal parrucchiere non si resiste. Con me, inevitabilmente, l&#8217;ha appreso anche il suo figlio maggiore che avrà dovuto fare i suoi conti con le intermittenze del cuore.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Intendiamoci, abbiamo tutti degli amici astuti che ti spiegano “la politica”: “Bada, anima candida, usare il figlio era l&#8217;unico modo per non ammettere che i bolognesi non lo avrebbero mai rieletto e per restare comunque in pista”.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Non li ho creduti: più per la stanchezza che ti prende di fronte alle furbizie eterne che per ingenuità.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Perché si può andare da Genova a Bruxelles e non da Genova a Bologna? Forse perché si conferma la regola che l&#8217;attività di parlamentare europeo è di poco momento e di molto emolumento, un ottimo congedo di paternità per vip? Mi era parso che il Pd volesse, questa volta, prendere sul serio l&#8217;istituzione e mettere al lavoro giovani intelligenze a prova di assenteismo. O no?</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">E poi perché non c&#8217;è un po&#8217; di rispetto per le donne? Alzi la mano chi non conosce almeno una donna che, a una brillante carriera, ha scelto di rinunciare <em>davvero</em> per amore dei suoi figli. Non meriterebbe almeno di non essere presa in giro, come persona e come elettrice?</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Viviamo in un tale disordine di simboli e di valori che ciò che per un genere è un dramma di vita, per l&#8217;altro può diventare un simpatico espediente mediatico?</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Ma quel che più ferisce è che queste cose Franceschini le sa benissimo e la avrebbe attentamente soppesate. Infatti avrebbe dichiarato: “Cofferati è ancora molto popolare e la vicenda di suo figlio la sanno solo 500.000 persone”.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Devono avergli preparato un sondaggio. Sostitutivo di ogni principio di responsabilità. Scriveva Vittorio Foa nel suo ultimo lavoro:“Una caratteristica dell&#8217;irrilevanza dei discorsi di oggi è che l&#8217;interlocutore non ha più importanza. La parola è un impegno verso qualcuno, verso qualcosa : quando l&#8217;interlocutore non è considerato o non c&#8217;è, la parola è nel vento”.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Già, siamo solo 500.000 ad esserci informati, ad aver preso alla lettera relazioni umane e conflitti, a considerarci degni di un&#8217; interlocuzione che avesse un nocciolo di verità: 500.000 babbioni riflessivi. E gli altri? Forse erano troppo occupati con “l&#8217;Isola dei famosi” e collocheranno la storia del sindaco di Bologna in un altro reality. Ma è davvero così l&#8217;Italia? Un luogo dove – come ci ha insegnato magistralmente Berlusconi – tutto può esser detto e smentito, affermato e negato, perché tutto è uguale e irrilevante?</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;">Io spero ancora di no. Spero in una smentita sdegnata di Franceschini. Lo spero per il Pd e anche, sia detto senza ironia, per Cofferati. Per quel po&#8217; di ordine che, quando non si è più ragazzi, vale la pena per tutti di mettere nelle proprie relazioni e nei propri affetti.</p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;"> </p>
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		<item>
		<title>Indiana a Genova e la &#8220;grande&#8221; notizia</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2009/03/26/indiana-a-genova-e-la-grande-notizia/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 12:45:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 19 di marzo si è presentato &#8220;Indiana&#8221; a Genova. Al tavolo Silvia Neonato, ex giornalista del Secolo XIX, amica carissima, e animatrice infaticabile della cultura delle donne in città, Francesco Surdich, preside della Facoltà di Lettere, Giulia Stella della segreteria regionale della Cgil, Andrea Ranieri, assessore alla cultura e anche lui amico e compagno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=243&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Il 19 di marzo si è presentato &#8220;Indiana&#8221; a Genova. Al tavolo Silvia Neonato, ex giornalista del Secolo XIX, amica carissima, e animatrice infaticabile della cultura delle donne in città, Francesco Surdich, preside della Facoltà di Lettere, Giulia Stella della segreteria regionale della Cgil, Andrea Ranieri, assessore alla cultura e anche lui amico e compagno di molte avventure politiche. In sala tante persone care: tra le altre Lorenza Codignola, Mercedes Bo, Anna Castellano.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-244" title="con silvia neonato" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2009/03/con-neonato.jpg?w=300&#038;h=199" alt="con silvia neonato" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align:justify;">Tocca, come è giusto, a Giulia Stella dare la GRANDE NOTIZIA. Il ministero degli Esteri ha deciso di finanziare, con circa 470.000 euro in tre anni, il programma di cooperazione di Progetto Sviluppo con Sewa, il sindacato autonomo delle donne indiane. Se a questa somma di aggiugono i quasi 200.000 euro raccolti dalla Cgil il 12 dicembre (dato che ha deciso di destinare a questo progetto la somma risparmiata per la giornata di sciopero dei suoi quadri) si arriva a un &#8220;tesoretto&#8221;  davvero rispettabile, tanto più per l&#8217;India, dove il suo potere d&#8217;acquisto va moltiplicato di circa dieci volte rispetto ai nostri costi. E&#8217; per me una soddisfazione immensa e inaspettata. Mi ero rassegnata all&#8217;idea di aver avuto un&#8217;avventurosa &#8220;borsa di studio&#8221; in età matura. Ora penso di essere stata anche un po&#8217; utile.</p>
<p style="text-align:justify;">Si discute di molto altro nell&#8217;incontro. Su un piano più teorico dello &#8220;sguardo migrante&#8221; che, nella società globalizzata, deve sostituire il mito dell&#8217;orientalismo, l&#8217;illusione dgli occidentali di parlare dell&#8217;oriente parlando in realtà di se stessi.</p>
<p style="text-align:justify;">Su un piano più pratico si fanno pronostici e si formulano speranze sulle prossime elezioni federali indiane. Cominceranno il 16 aprile e, nella democrazia più complicata del mondo, dove ancora si va a votare in molti luoghi remoti a dorso di cammello e di elefante, andranno avanti fino al 13 maggio. L&#8217;augurio di tutti è che l&#8217;integralismo della destra non viva la sua riscossa.</p>
<p style="text-align:justify;">
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		<title>Verona con tabla</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 10:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[amici]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; un grande piacere tornare a girare l&#8217;Italia, dopo l&#8217;India e dopo tanto tempo di stanzialità romana nel mio lavoro di ammnistratrice.  E&#8217; un&#8217;Italia più bella e più viva di quella di cui si legge sui giornali.
Purtroppo, per via della sua presenza nei media, l&#8217;immagine di Verona  sfuma e si offusca sotto il profilo fin troppo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=236&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">E&#8217; un grande piacere tornare a girare l&#8217;Italia, dopo l&#8217;India e dopo tanto tempo di stanzialità romana nel mio lavoro di ammnistratrice.  E&#8217; un&#8217;Italia più bella e più viva di quella di cui si legge sui giornali.</p>
<p style="text-align:justify;">Purtroppo, per via della sua presenza nei media, l&#8217;immagine di Verona  sfuma e si offusca sotto il profilo fin troppo netto del suo sindaco Tosi.</p>
<p style="text-align:justify;">Così è una sorpresa ancora più intensa approfondire il rapporto con le amiche dell&#8217;associazione  &#8220;Ponti Onlus&#8221;. Un dialogo nato su questo blog con Susanna Mariotti, appassionata e conoscitrice dell&#8217;India  (da dove è appena tornata), e cresciuto poi in tanti scambi e tante mail.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-237" title="verona-con-susanna" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2009/03/verona-con-susanna.jpg?w=500&#038;h=375" alt="verona-con-susanna" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align:justify;"> &#8221;Ponti Onlus&#8221; non è un&#8217;associazione ricca. Vive di piccoli risparmi e sottoscrizioni, ma soprattutto di cultura, di amore per il teatro e di entusiasmo civico. E&#8217; attiva in Argentina, dove il suo impegno è nella formazione dei giovani , e si prepara a varare un nuovo progetto anche in India. Cristina Baldesari e Francesca Dorizzi (nella cui casa incantata, con il frutteto che affaccia su canali fioriti di primule, vengo ospitata) sono tra le protagoniste di tante iniziative.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-238" title="verona-casa-francesca" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2009/03/verona-casa-francesca.jpg?w=500&#038;h=375" alt="verona-casa-francesca" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align:justify;">La  presentazione di &#8220;Indiana&#8221;  avviene in una splendida sala con affreschi quattrocenteschi, la Sala Da Lisca. Una folla inaspettata, ma anche una grande concentrazione. Sul palco di  calde assi di legno Elisabetta Giuspoli accorda la tabla nella penombra di candele e grandi sterlizie arancio. Dopo la musica comincia un lungo dialogo, fitto e confidenziale, fra me e Susanna su &#8220;Indiana&#8221;. Poi tante lettrici si avvicinano, commentano, hanno il libro con sè, mi chiedono di lasciare loro un pensiero. Grazie a tutte.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/orditoetrama.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/orditoetrama.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/orditoetrama.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/orditoetrama.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/orditoetrama.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/orditoetrama.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/orditoetrama.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/orditoetrama.wordpress.com/236/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/orditoetrama.wordpress.com/236/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/orditoetrama.wordpress.com/236/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=236&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Di ritorno da Bari</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2009/02/15/di-ritorno-da-bari/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 20:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[amici]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri, 14 febbraio, in una Bari insolitamente gelida e nevosa, presento &#8220;Indiana&#8221; alla splendida libreria Laterza, già teatro di tanti incontri di donne. Riconosco nelle foto Miriam Mafai, Elena Doni, Dacia Maraini e tante altre. Domani sera è attesa Anna Foa.
Anima e animatrice del luogo è Maria Laterza. Le presentatrici sono Giusi Giannelli e Patrizia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=228&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Ieri, 14 febbraio, in una Bari insolitamente gelida e nevosa, presento &#8220;Indiana&#8221; alla splendida libreria Laterza, già teatro di tanti incontri di donne. Riconosco nelle foto Miriam Mafai, Elena Doni, Dacia Maraini e tante altre. Domani sera è attesa Anna Foa.</p>
<p>Anima e animatrice del luogo è Maria Laterza. Le presentatrici sono Giusi Giannelli e Patrizia Calefato, ambedue docenti universitarie e protagoniste del movimento delle donne a Bari. Mi colpisce la loro lettura scrupolosa, completamente distante dal narcisismo mondano. In particolare il loro gusto e il loro amore per la lingua, per la sua espressività.  Giusi mi fa notare che, anche qundo il mio racconto dell&#8217;India si fa duro, non uso mai un linguaggio, come lei dice, da <em>grand guignol. </em>Mi tornano alla mente tanti giovani scrittori maschi, indiani ma non solo.  Talvolta il loro linguaggio diventa <em>pulp.</em>  Sembra in debito verso il cinema.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-233" title="india-femministe-0031" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2009/02/india-femministe-0031.jpg?w=500&#038;h=666" alt="india-femministe-0031" width="500" height="666" /></p>
<p>A cena condividiamo le nostre preoccupazioni politiche e culturali. Maria, Giusi e Patrizia, insieme ad altre, stanno cercando di costruire un coordinamento dei diversi gruppi di donne presenti a Bari. Parliamo di quanto ci appaia preziosa l&#8217;organizzazione in un momento così drammatico per il nostro paese e di quanto in passato l&#8217;abbiamo, forse colpevolmente, sottovalutata.</p>
<p>Luciano Anelli, che ha partecipato alla presentazione del libro ed è intervenuto sul rapporto fra femmnismo e linguaggio femmnile, mi invia con grande tempestività due fotografie. Si riconoscono, al centro, Patrizia Calefato e, a destra, Giusi Giannelli.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-234" title="india-femministe-0011" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2009/02/india-femministe-0011.jpg?w=500&#038;h=375" alt="india-femministe-0011" width="500" height="375" /></p>
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		<title>Indiana va a Siena</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2009 13:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[in italia...]]></category>

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		<description><![CDATA[La mostra di Laura Salvinelli, corredata dai miei testi,  Indiana:reportage dal più grande sindacato di lavoratrici autonome indiane, si è chiusa a Roma il 18 gennaio. La partecipazione è stata grande e attenta, i commenti sul libro dei visitatori talvolta commuoventi per la loro intensità.  Ora mostra e libro (Indiana: nel cuore della democrazia più coplicata [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=224&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>La mostra di Laura Salvinelli, corredata dai miei testi,<em>  Indiana:reportage dal più grande sindacato di lavoratrici autonome indiane, </em>si è chiusa a Roma il 18 gennaio. La partecipazione è stata grande e attenta, i commenti sul libro dei visitatori talvolta commuoventi per la loro intensità.  Ora mostra e libro (<em>Indiana: nel cuore della democrazia più coplicata del mondo,</em> Donzelli 2008 )  saranno a Siena. Il libro verrà presentato il due febbario e la mostra proseguirà, dopo l&#8217;inaugurazione che avverrà nello stesso giorno, fino al primo marzo. Ecco l&#8217;invito:<img class="alignnone size-full wp-image-225" title="salvinelli_invito_17x24_mail" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2009/01/salvinelli_invito_17x24_mail.jpg?w=500&#038;h=706" alt="salvinelli_invito_17x24_mail" width="500" height="706" /></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/orditoetrama.wordpress.com/224/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/orditoetrama.wordpress.com/224/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/orditoetrama.wordpress.com/224/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/orditoetrama.wordpress.com/224/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/orditoetrama.wordpress.com/224/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/orditoetrama.wordpress.com/224/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/orditoetrama.wordpress.com/224/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/orditoetrama.wordpress.com/224/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/orditoetrama.wordpress.com/224/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/orditoetrama.wordpress.com/224/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=224&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La mostra di Laura Salvinelli</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2008/12/14/la-mostra-di-laura-salvinelli/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 20:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lavoro sull&#8217;India prosegue. Dopo l&#8217;inserto fotografico di Laura Salvinelli nel mio libro Indiana, ora le parti si invertono. Venerdì 19 alle 17 si inaugura a Roma,  in via Dei Prefetti 22, la mostra di Laura dedicata al sindacato 
 
Sewa che sarà accompagnata dai miei testi.  Nelle foto e nelle didascalie si descrive anche l&#8217;intenso lavoro di formazione e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=220&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Il lavoro sull&#8217;India prosegue. Dopo l&#8217;inserto fotografico di Laura Salvinelli nel mio libro <em>Indiana</em>, ora le parti si invertono. Venerdì 19 alle 17 si inaugura a Roma,  in via Dei Prefetti 22, la mostra di Laura dedicata al sindacato<em> </em></p>
<p> <img class="alignnone size-full wp-image-221" title="indiana_invito_elettronico" src="http://orditoetrama.files.wordpress.com/2008/12/indiana_invito_elettronico.jpg?w=500&#038;h=285" alt="indiana_invito_elettronico" width="500" height="285" /></p>
<p><em>Sewa </em>che sarà accompagnata dai miei testi.  Nelle foto e nelle didascalie si descrive anche l&#8217;intenso lavoro di formazione e di alfabetizzazione che Sewa sta svolgendo<em>.</em>  E&#8217; a questo impegno che la Cgil ha deciso di dedicare un&#8217;attenzione eccezionale: i denari della giornata di sciopero del 12 dicembre dei quadri e e dei dirigenti sindacali italiani saranno devoluti al più grade sindacato di donne del mondo e alla crescita culturale della sua base di militanti.</p>
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	</item>
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		<title>La libertà non si può imporre</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2008/10/20/la-liberta-non-si-puo-imporre/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2008 13:45:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://orditoetrama.wordpress.com/?p=218</guid>
		<description><![CDATA[E&#8217;uscita su www.micromega.net questa risposta a Cinzia Sciuto a proposito del velo islamico.
Il di battito è aperto e chi vuole può intervenire

Mi esporrò subito alla critica di cerchiobottismo e subalternità alla retorica della complessità dicendo, che nel caso della signora in niqab di Ca&#8217; Rezzonico, si sono comportati bene sia il custode  che il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=218&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="margin-bottom:0;text-align:justify;" lang="it-IT"><em>E&#8217;uscita su www.micromega.net questa risposta a Cinzia Sciuto a proposito del velo islamico.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;text-align:justify;" lang="it-IT"><em>Il di battito è aperto e chi vuole può intervenire</em></p>
<p style="margin-bottom:0;" lang="it-IT">
<p style="margin-bottom:0;"><span lang="it-IT"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;">Mi esporrò subito alla critica di cerchiobottismo e subalternità alla retorica della complessità dicendo, che nel caso della signora in<em> niqab</em> di Ca&#8217; Rezzonico, si sono comportati bene sia il custode  che il dirigente. Il primo, nel non accoglierla a visitare il museo, ha fatto rispettare le regole così come sono, secondo il suo ruolo e i suoi compiti. Il secondo ha saggiamente esercitato la flessibilità, interpretando il regolamento. Un regolamento, sicuramente varato prima della grande immigrazione islamica nei nostri paesi, che impone di non entrare nelle sale “a volto coperto”, non certo per far scudo all&#8217;emancipazione femminile, ma piuttosto alle opere esposte e al loro valore, in modo da tutelarle da ladri e vandali.</span></span></span><span id="more-218"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;">Già, ma proprio la sicurezza- si obietterà- non è cosa su cui scherzare. Chiunque viaggi sulle rotte dell&#8217;Asia sa che è la legittima ossessione del personale di ogni grande aeroporto internazionale. Eppure è perfettamente conciliabile con <em>chador, niqab </em><span style="font-style:normal;">e persino </span><em>burqa</em><span style="font-style:normal;">, come mi<span style="background:#ffff00 none repeat scroll 0;"> è </span>accaduto di vedere almeno una volta. Personale femminile controlla la corrispondenza fra viso e documento in un<span style="background:#ffff00 none repeat scroll 0;">a </span>cabina protetta dagli sguardi maschili e le tecnologie della rilevazione dei metalli e degli altri materiali rischiosi fanno il resto. Le transumanze globali delle donne dell&#8217;islam, turiste o migranti che siano, sono una realtà che si calcola in milioni; difficile che Ca&#8217; Rezzonico non ne venisse o prima o poi sfiorata.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;">Ma la misteriosa signora di Ca&#8217; Rezzonico passa e va, non ci pone davvero un problema di valori, di conciliazione, di relazione fra culture. O meglio, la signora è un enunciato. Enuncia che per lei (non sappiamo se per spontanea convinzione o imposizione) coprirsi è un regola e una fede. A cui non</span><em> può</em><span style="font-style:normal;"> rinunciare. Diversamente da noi che possiamo tranquillamente calibrare bikini e gonne lunghe a seconda delle circostanze, oppure dalla stessa donna africana citata da Sciuto, che non avrebbe nessun problema a coprirsi il seno per andare a cantare nel coro della missione così come, se il caso volesse,  per visitare un museo veneziano.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Diverso è quando l&#8217;ospite smette di essere tale, resta, aspira a diventare cittadina, oppure noi ospitanti tentiamo di adoperarci per “integrarla”. E&#8217; qui che comincia la tenzone ideologica contemporanea, fra “multiculturalismo” e omogeneità “monocromatica” dei valori di una società.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;">Io credo che lungo questa frontiera ci sia una fortezza potente che non consentirei a nessuna indulgenza “multiculturalista” di abbattere: </span><em>l&#8217;inviolabilità del corpo femminile.</em><span style="font-style:normal;"> Escissione, infibulazione, matrimoni forzati, matrimoni di bambine, applicazione alle donne ribelli di sentenze private di clan maschili, vanno puniti secondo il nostro ordinamento e non possono avere alcun diritto di cittadinanza nei nostri paesi. In ognuno di questi casi sul corpo di una donna avviene, violentemente, qualcosa di </span><em>irreversibile</em><span style="font-style:normal;"> e di </span><em>irreparabile. </em></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"><span style="font-size:small;">Quanto al resto, a ciò che è reversibile e che può essere da alcune anche considerato una libera scelta, tenderei a un comportamento assolutamente empirico. Assumerei la libertà femminile &#8211; per giunta inevitabilmente la libertà femminile così come noi la conosciamo e la pratichiamo – non come un obbligo, ma come un principio regolativo. Un principio regolativo che, nelle mie speranze, possa rappresentare anche una fascinazione e un orizzonte di senso per le ragazze musulmane.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;">Cosa ci preme? Che le ragazze dell&#8217;islam studino, vadano a scuola, non restino a casa fare le serve ai fratelli? Oppure che la laicità delle scuole europee non sia macchiata dai segni delle devozioni e dei comunitarismi? Io, quando venne approvata la legge francese sulla proibizione  del velo a scuola (insieme agli altri simboli religiosi), reagii alla maniera di Don Milani, quando parlava dei suoi ragazzi di Barbiana e della loro esclusione: “la scuola è sempre meglio della merda”. Meglio aprirla quella porta, come che sia: imparare, sapere, e poi magari lasciare cadere il </span><em>chador</em><span style="font-style:normal;"> da sole, piuttosto che rimanere fuori al buio.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-style:normal;">Per queste ragioni, dovendo scegliere d&#8217;istinto, ho sempre preferito il modello </span><em>liberal</em><span style="font-style:normal;"> anglosassone che, sia in Inghilterra che in America, cerca la sintesi nazionale senza negare le radici comunitarie, all&#8217;idea francese della</span><em> republique d&#8217;abord.</em><span style="font-style:normal;"> E tuttavia, ormai a qualche anno dall&#8217;approvazione di quella legge, qualche ricerca sul campo non guasterebbe. Quali sono i modelli educativi di maggior successo per garantire dignità e autonomia dalla famiglia alle ragazze musulmane? Mi adeguerei senza esitazioni al modello che risponde di più al mio principio regolativo, anche se  fosse quello che ideologicamente mi convince di meno. Sì, perché – non me ne voglia Cinzia Sciuto – il problema è terribilmente complesso. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT"><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;" lang="it-IT">
<p style="margin-bottom:0;">
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/orditoetrama.wordpress.com/218/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/orditoetrama.wordpress.com/218/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/orditoetrama.wordpress.com/218/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/orditoetrama.wordpress.com/218/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/orditoetrama.wordpress.com/218/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/orditoetrama.wordpress.com/218/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/orditoetrama.wordpress.com/218/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/orditoetrama.wordpress.com/218/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/orditoetrama.wordpress.com/218/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/orditoetrama.wordpress.com/218/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=218&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>La rivoluzionaria gentile</title>
		<link>http://orditoetrama.wordpress.com/2008/09/22/la-rivoluzionaria-gentile/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 10:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gramaglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Sull&#8217;ultimo numero di  Elle (ottobre 2008) è uscito questo articolo a firma di Laura Salvinelli
L’incontro con Ela Bhatt comincia nel modo migliore per un fotografo, nel segno del rispetto del lavoro e del tempo. «Tu scegli l’ora e il posto, e io ti dico il giorno». E, con quella magia tipicamente indiana di saper dilatare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=orditoetrama.wordpress.com&blog=978615&post=216&subd=orditoetrama&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Sull&#8217;ultimo numero di  Elle (ottobre 2008) è uscito questo articolo a firma di Laura Salvinelli</em></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">L’incontro con Ela Bhatt comincia nel modo migliore per un fotografo, nel segno del rispetto del lavoro e del tempo. «Tu scegli l’ora e il posto, e io ti dico il giorno». E, con quella magia tipicamente indiana di saper dilatare il senso del tempo, e praticare l’arte del non perderne ad affrettarsi, questa donna sempre impegnatissima, che ora scrive libri, partecipa  a convegni, che è il massimo riferimento del più grande sindacato al mondo di lavoratrici, oltre a prendersi cura dei suoi figli e nipoti, non ci ha dato limiti di orario. Saremo in tre: io, Ela e Mariella Gramaglia. Mariella è il motore di tutto: ex parlamentare ed ex assessore del Comune di Roma che, quando ancora la giunta di Veltroni sembrava non avere alternative, ha dato le dimissioni, si è presa un lungo periodo sabbatico dalla politica italiana e si è fatta un gran regalo di libertà &#8211; come scrive nel suo bel libro <em>Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo</em> edito in primavera da Donzelli &#8211; andando a lavorare come volontaria per un anno in India su incarico di Progetto e Sviluppo, la Ong della Cgil. Così io l’ho raggiunta ad Ahmedabad, nel Gujarat, per collaborare con le mie immagini al suo progetto di cooperazione. <span id="more-216"></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Abbiamo scelto di incontrarci nel cuore luminoso di Ahmedabad e dello Stato nero del Gujarat: l’ashram di Gandhi sul fiume Sabarmati, luogo culto per il sindacato fondato da Ela &#8211; Sewa (Self-Employed Womens’ Women&#8217;s<span style="color:#ff0000;"> </span>Association) &#8211; e per tutti gli indiani figli e amanti della democrazia. L’ashram non è solo un museo di memorabilia (toccanti le foto storiche, la lettera del Mahatma a Hitler in cui lo scongiura di non imbarcarsi in quell’impresa disperata della seconda guerra mondiale, i suoi occhiali rotondi, i sandali di legno, il bastone), ma anche un luogo animato da sciami di bambini festosi, i nipoti degli di quelli che un tempo erano detti intoccabili, che qui venivano chiamati <em>Harijan</em>, cioè “figli di dio”, immerso in una bella natura ricca di alberi, uccelli, scoiattoli, affacciato sul fiume in piena del monsone estivo. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Ela, semplice, curiosa e collaborativa, si è fatta fotografare sulla porta della stanza di Kasturba, la moglie del Mahatma. E con la pazienza dei suoi 73 anni ci ha reso la storia vicina, comprensibile: «Me lo ricordo bene Gandhi, anche se ero una ragazzina, avevo solo 13 anni quando è morto. Lo vedevo passare davanti a casa mia, perché il Presidente del Congresso abitava sei case dopo. Poi, un giorno, alle quattro del pomeriggio, mio padre tornò a casa teso, non capivamo cosa avesse, e un certo punto disse: “Una stella è caduta”. Allora ci siamo attaccati alla radio, eravamo terrorizzati che fossero stati i musulmani, perché sarebbe stata la fine dell’India. Invece, “per fortuna”, ad assassinarlo erano stati i nostri fondamentalisti».</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">La sua semplicità ha reso l’incontro affettuoso, come se, oltre a essere una persona dalla vita straordinaria, Ela fosse anche una presenza familiare, che ti fa stare bene perché ti permette di essere te stesso senza dover fare niente di più. Eccezionale infatti è la sua storia. L’impegno sociale e l’amore di tutta la vita della “rivoluzionaria gentile” cominciano insieme, quando nel 1949 quello che sarebbe diventato suo marito le chiese di accompagnarla a raccogliere dati sulle famiglie che abitavano negli <em>slum</em>. All’epoca Ramesh Bhatt era attivista della Gioventù del Partito del Congresso, ed Ela una ragazza di buona famiglia, figlia di un padre avvocato di successo e di una madre progressista, figlia a sua volta di un combattente per la libertà che aveva fatto la Marcia del Sale con Gandhi (partita proprio dall’ashram dove ci siamo incontrate), ma che diventava conservatrice quando si trattava di educare le sue due figlie. “Ramesh mi ha aperto gli occhi al mondo”, scrive Ela nel suo libro <em>Siamo povere ma tante: la storia delle lavoratrici autonome in India</em> (</span></span><em><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">We are Poor but So Many: The Story of Self-Employed Women in India</span></span></em><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">, Oxford University Press,<span style="color:#00ffff;"> </span>New Delhi, 2006). </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Nel 1955 entra come giovane avvocato nel sindacato tessile TLA (Textile Labour Association) fondato da Ansuyaben Sarabhai e dal Mahatma Gandhi, che cercava la soluzione ai conflitti tra padroni e operai con la mediazione più che con gli scioperi. Ela infatti è cresciuta nutrendosi delle idee di Gandhi: l’enfasi sulla semplicità, sulla non-violenza, sulla dignità o addirittura santità del lavoro, sull’importanza dei valori umani e sul rifiuto di tutto ciò che compromette l’umanità delle persone, sulla lotta alla povertà che le priva della loro umanità, della loro libertà. Erano gli ultimi momenti d’oro dei cotonifici di Ahmedabad, che cominciarono a chiudere alla fine degli anni ’60. Un giorno, una donna le disse: «Sono senza lavoro, eppure la fatica del lavoro mi sta schiacciando». Fu una folgorazione. Ela si accorse del peso del lavoro non protetto, invisibile, che cadeva soprattutto sulle spalle delle donne. Nel 1972, all’interno del TLA fondò Sewa, l’unico sindacato di lavoratrici autonome al mondo, che oggi conta 1 milione di iscritte. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Il lavoro autonomo, che da noi si chiama informale o atipico, in India copre il 93 per cento della totalità del mondo del lavoro, ed è dunque paradossale definirlo marginale. È il motivo di quella perenne, onnipresente, universale operosità che colpisce chiunque vada nel subcontinente: tutti lavorano, riparano, riciclano, e quando dormono – anche in mezzo al caos, e in posizioni improbabili, come i bambini – è solo per recuperare le forze tra un turno e l’altro. «Ogni cosa che la natura dà va restituita. Pensa al ciclo del sole. Il sole scalda, l’acqua fa le nuvole, la pioggia cade, le piante crescono, si ara, e il primo raccolto lo si offre agli dei, e così l’anno dopo. Quindi tutti lavoriamo, anche Dio lavora», dice Ela a Mariella accucciata sulle belle pietre calde e lisce del Sabarmati Ashram. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Dopo anni di lotte con la madre, Elaben (“ben” significa sorella, ed è un uso gujarati e delle donne di Sewa aggiungerlo al nome, come forma di rispetto e calore, che rafforza il senso di sorellanza) ottiene il permesso di sposare Ramesh, nel ’56, e ha la fortuna di crescersi i loro due figli da giovane: «Quando sono diventata impegnatissima con il lavoro, loro erano già grandi». Dal momento della fondazione, la sua storia diventa la stessa di Sewa. La prima grande intuizione le nasce parlando con Chandaben, una commerciante di vestiti usati: «“Ben, perché non facciamo una nostra banca?”. “Perché non abbiamo soldi”, risposi pazientemente. “Serve un grande capitale per aprire una banca!”. “Ben, siamo povere, ma siamo così tante”, Chandaben rispose, e io dovetti ripensare a quello che avevo detto». In 6 mesi, con azioni da 10 rupie l’una, quelle donne analfabete, sporche, povere, e sempre piene di mocciosi tra i piedi, insomma le clienti indesiderate di tutte le banche del mondo, avevano già raccolto il capitale per fondare la <em>loro</em> banca. Mancava un dettaglio importante: nessuna delle 15 promotrici sapeva firmare. Elaben se le portò a casa, e le fece esercitare fino a notte fonda, fino a che non impararono a scrivere correttamente il loro nome. La prima banca di donne povere al mondo nacque nel 1974, come primo e riuscito esperimento di finanza alternativa. Le donne di Sewa hanno rivoluzionato il pregiudizio (“la parte più difficile del nostro viaggio è stata la rimozione dei pregiudizi”, scrive Ela nel suo libro) che i poveri non sono bancabili. «I poveri non appartengono alla visione grande di nessuno», ma la visione di Ela è grande proprio perché ha saputo mettere i poveri, e soprattutto le povere, al centro della sua visione. Le abitanti analfabete degli <em>slum</em> non solo si sono mostrate degne del credito, ma hanno reso la loro banca un’impresa finanziaria attuabile e redditizia, senza alcun bisogno di sussidi: «Le donne guardano alla banca come a una figura materna, comprensiva, che dà fiducia, onnipotente, ma questa non è la sua missione. La sua missione è quella di dare potere alle donne». Ed empowerment c’è stato, grazie soprattutto al microcredito, strumento ora incoraggiato in tutto il mondo e di cui le donne di Sewa sono state pioniere.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Sewa è cresciuta con le lotte delle lavoratrici urbane: trasportatrici di pesi, venditrici dei mercati, sigaraie di <em>bidi</em> (le sigarette indiane dei poveri, fatte di foglie di tendu e tabacco), cucitrici di coperte di stracci, riciclatrici di carta, contro lo sfruttamento degli intermediari, degli usurai, e contro le estorsioni della polizia di Ahmedabad. Ma mentre Sewa andava avanti, il TLA entrava in crisi: non era più in grado di ascoltare gli operai, né tanto meno voleva capire o accettare la grandezza del lavoro di Elaben. La rottura fu traumatica. Quando nel 1981 il governo del Gujarat propose delle quote fisse per studenti dalit e adivasi (oppressi e tribù originarie) alla Facoltà di Medicina, quelli delle caste alte si macchiarono la coscienza di gravissime violenze contro i fuori casta, facendo decine di morti. Sewa si schierò dalla parte delle vittime, ma da sola, perché i leader del TLA per un calcolo politico non presero posizione. Ela Bhatt affrontò studenti e baroni: «Io vedo le donne morire di parto perché nei villaggi si taglia ancora il cordone ombelicale con il coltello sporco e arrugginito, e voi invece di preoccuparvi della salute dei poveri pensate solo ai vostri posti», e nella sua storia di Sewa racconta:  “Siccome sono una bramina, gli studenti di medicina pensavano che mi sarei schierata con loro. Una loro banda ha vandalizzato<span style="color:#ff0000;"> </span>la mia casa ma, ancora peggio, la direzione del TLA mi ha chiesto di lasciare il sindacato”. Era sotto shock, si sentiva ferita e tradita, e pensava che Sewa senza il TLA non ce l’avrebbe mai fatta. Ramesh invece, che l’aveva sempre sostenuta e che sapeva vedere lontano, non faceva altro che consigliarla di prenderla come una benedizione. E aveva ragione. Infatti, Sewa ha continuato a crescere, moltiplicando le sue attività come i rami e le radici aeree di un immenso baniano</span></span><strong><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">, <span>ed</span></span></span></strong><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;"><strong> </strong>Elaben si è sentita spesso come il ragno che, salendo su per il muro, cade giù in continuazione, e che diventa forte proprio perché non perde la speranza. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Intanto, le lavoratrici si univano in cooperative, rafforzando insieme il sindacato e, soprattutto, il loro senso di sé e la loro dignità di donne. Uno dopo l’altro, hanno cominciato ad esercitare i loro diritti, perché ne sono diventate coscienti: «È un percorso di empowerment, un processo politico che non può essere insegnato, perché deve venire da dentro. Un processo lento ma irreversibile». Così Sewa diventa di fatto un movimento di liberazione delle donne, e la sua fondatrice una grande madre del femminismo indiano. «Secondo me le donne sono le leader dello sviluppo. I beni sono più forti e più protetti nelle loro mani, e questa non dovrebbe essere solo una micro-politica, dovrebbe diventare una politica generale. Le donne sono anche più aperte, più flessibili, e sanno apprezzare meglio le diverse alternative delle situazioni. Però, pur essendo femminista, non sono contro gli uomini. In realtà, non sono contro nessuno, non è questo il mio approccio», spiega gentile e con gli occhi luccicanti di passione. «Qui gli uomini hanno sofferto moltissimo, perché sono stati messi all’angolo dalla produzione: invece bisogna coinvolgerli, non andargli contro. Spesso gli uomini non sanno comunicare, non sanno mettere la testa sulla spalla di nessuno: e quando sono disperati sanno solo attaccarsi alla bottiglia ed esercitare il loro potere fra le quattro mura di casa».</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Studiando i casi di mancata restituzione dei prestiti alla banca, Ela si accorge che 15 donne erano morte di parto: «Come avevamo potute essere così preoccupate dei bisogni economici e così cieche ai loro bisogni di salute?». Sewa allora apre i primi corsi di formazione delle <em>dai</em>, le levatrici, figure centrali nella vita di un Paese dove ancora la maggior parte delle donne continua a partorire a casa (nel solo distretto di Ahmedabad il 60 per cento). In questi corsi, con spirito olistico, si unisce l’insegnamento della tradizione a quello della medicina moderna. Poi si fondano cooperative di sanità che collaborano con gli ambulatori mobili del governo. Si aprono dispensari di medicine a prezzi calmierati. Le organizzatrici di sanità di Sewa collaborano con la Corporazione Municipale di Ahmedabad per offrire educazione, informazione e cura della tubercolosi. Sewa organizza un sistema assicurativo per le puerpere che sarà fatto proprio dal governo come piano nazionale di assistenza: versando all’inizio della gravidanza la cifra di 15 rupie (un quarto di euro), al momento della nascita del bambino le donne ne riceveranno 100, insieme a un chilo di <em>ghee</em> (burro chiarificato) e alle cure del medico per il parto e per i primi mesi di vita del figlio. Viene fondata l’Accademia, l’istituto di formazione, con numerosi corsi di alfabetizzazione per donne adulte, recupero scolastico delle ragazzine che non possono andare a scuola, formazione politica, informatica ed economia per le attiviste che si occupano della banca e delle assicurazioni. Si inaugura la sezione video (che ora produce documentari premiati in tutto il mondo), e si apre uno studio radiofonico. E, soprattutto, si forma una leadership femminile fatta di donne spesso semianalfabete ma competenti, forti e autorevoli anche se molto semplici, radicate nella realtà in cui vivono. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Il lavoro è talmente vasto che Ela Bhatt ottiene grandi riconoscimenti: nel 1986 il Presidente dell’India la nomina deputata al Parlamento, nel 1988 Rajiv Gandhi, allora primo ministro, le commissiona una relazione sul lavoro delle donne, uno studio che fa ancora scuola. Lei intanto porta per la prima volta in Parlamento la questione delle venditrici di strada, sempre alla mercè dei poliziotti, e riesce a far approvare (all’unanimità) la risoluzione di formulare una politica nazionale per riconoscere i diritti dei venditori.  Dopo aver lavorato con le donne delle città, Sewa raggiunge le donne rurali (che ora sono la maggioranza delle iscritte al sindacato), e con loro Ela incontra il cuore dell’India. Forse è questo il momento in cui realizza al massimo il pensiero gandhiano: «Le contadine povere in realtà sostengono l’economia nazionale con il loro sangue e sudore, schiacciate sotto montagne di debiti, vivendo in estrema povertà. Sono la spina dorsale della nostra economia, la bestia da soma montata dalla nostra economia». Ela e Sewa riescono a far associare in cooperative e ad avvicinare al marketing le donne tribali, anche quelle che all’inizio scappavano a nascondersi nei campi quando sapevano che c’era qualcuno venuto da fuori che voleva parlare con loro. Nel 1991, ecco il grido più radicale contro la costruzione delle grandi dighe. Lo Stato ha a cuore il progetto di quella del Sukhi, che avrebbe funzionato da pilota per il progetto molto più importante delle grandi dighe del fiume Narmada, diventato poi una<span style="color:#ff0000;"> </span>battaglia della scrittrice indiana Arundhati Roy e di tutto il movimento no-global. Ela Bhatt si proclama stupita e oltraggiata: «Quanti poveri beneficiano dell’acqua della diga? Perché le fragili foreste devono essere sommerse e le città no? Chi ne trae profitto? La costruzione di una diga lascia una scia di immensa distruzione dell’ambiente; se le dighe sono costruite in nome dello sviluppo e del progresso, sembra che le persone non facciano parte di quell’equazione».  </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Elaben sembra così piccola accanto a Mariella. Sono sedute per terra nell’elegante vuoto luminoso dell’ashram, uno spazio che sembra ovvio solo a chi non ha mai messo piede in India, e non sa l’angustia claustrofobica degli ambienti ridotti, la fotofobia per evitare il caldo torrido, la luce livida dei neon degli uffici statali che incupisce tutto ciò che sfiora. La sorella indiana testimonia la perdita del suo adorato Ramesh rinunciando al colore del suo sari di cotone e a ogni ornamento, come tutte le vedove rispettose della tradizione. La sorella italiana sembra felice di indossare uno dei suoi coloratissimi <em>salwaar kameez</em>, e di prendersi la libertà di stare scalza, come da noi possono solo i bambini figli di genitori aperti di mente. Nonostante le storie diverse, si sentono vicine nella loro scelta, per niente comune, di aver rinunciato al potere quando hanno sentito che la strada che avevano percorso con tanta passione non le portava più da nessuna parte, e che bisognava lasciarla ad altri, cercando allo stesso tempo nuovi percorsi per se stesse. Prosegue Ela: «Sewa aveva raggiunto uno stadio nuovo e io pure: era il momento di farsi da parte. Avevo cinque giovani leader con molte potenzialità: io sono brava a capire questo genere di cose. Avevo fiducia che Sewa sarebbe cresciuta anche di più con un po’ di aria fresca. E poi volevo fare un esperimento. Le ho chiamate, tutte e cinque, e ho detto: chi di voi sarà la segretaria generale? Non illudetevi che sarò io a decidere, scegliete voi. Sono uscita e loro hanno optato per una direzione collettiva, in cui ciascuna avrebbe sostenuto per tre anni l’incarico di segretaria generale. Poi dopo dieci anni abbiamo indetto le elezioni e c’è stata un’altra svolta: abbiamo eletto la prima segretaria generale di Sewa di provenienza operaia, andando oltre una leadership di casta elevata, educata nella lingua inglese, che per un sindacato non è certo una buona cosa. Del resto, chi è un leader se non chi fa crescere altri leader? Io non ho perso nulla».    </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Passa un guardiano dell’ashram, e saluta con rispetto Elaben. Quando la conversazione è finita, apre l’unica stanza chiusa dell’ashram, quella di Gandhi. Dentro, mi trovo sul set della celeberrima foto di Margaret Bourke-White: a sinistra il <em>charka</em>, l’arcolaio, al centro il cuscino e a destra lo scrittoio. Come condizione per farsi fare quella foto, il padre dell’India aveva chiesto alla fotografa di imparare ad usare l’arcolaio. L’assenza sul cuscino fa vibrare tutta l’aria della stanza di una insopportabile presenza.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="justify"><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">Finiamo la mattinata a casa di Elaben. Un altro spazio gandhiano, in cui l’amore per il vuoto e per l’austerità sono anche amore per l’eleganza. «Quello che mi piace molto in Italia è la luce», ci dice, «questa casa è stata costruita in funzione della luce». E infatti, la luce di ogni finestra raggiunge tutte le stanze, e non c’è un angolo buio. Una casa allo stesso tempo austera e accogliente, resa bella dalla felice assenza di ogni </span></span><em><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">horror vacui</span></span></em><span style="font-size:x-small;"><span style="font-family:Arial, sans-serif;">. Le pareti della stanza da letto sono affrescate dai suoi nipotini. Il soggiorno è lo spazio per un dondolo, quell’amatissimo dondolo che gli indiani inventarono nella notte dei tempi, rilassante e benefico refrigerio, raro lusso che non costa fatica. </span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;"> </p>
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