Ahmedabad: vita e miracoli di una città

Cominciamo da lei, dalla città: Ahmedabad. Somiglia a un flusso senza fine che comincia all’alba e si attenua solo dopo le dieci di sera.

Alle prime luci arrivano i cammelli: tirano carri di legno lunghi e piatti, come usava nelle nostre campagne tanto tempo fa, e trasportano dalla campagna di tutto, dai manghi alle melanzane, dalle patate ai lychees. Sono i fornitori dell’infinità di mercati e mercatini che pullulano in città. Talvolta frutta e verdura si vendono nei banchi e nei negozietti, molto più spesso una donna si accoccola per terra, gambe incrociate, cestini intorno, pallu del sarij sulla testa per ripararsi dal sole, bambini al seguito, dato che la mamma, anche se lavora, è quasi sempre l’unico asilo nido.

Poi il moderno fa la sua comparsa. Un nugolo di moto, motorini, biciclette a motore che Roma, al paragone, fa ridere. Pochi i caschi, malgrado una campagna infomativa della polizia locale, molte le famigliole abbarbicate in cinque sulla moto, come su un’utilitaria. Tante jeep, tante automobili, anche di alta qualità con aria condizionata e autista.

Ahemedabad è, per gli standard indiani, una città ricca: negli anni trenta è stata la capitale di un’importante industria cotoniera che si è sviluppata anche in tutta la regione. Esistono bellissime foto d’epoca ,con le operaie in sarij bianchi dai bordi stampati, come usava allora, al lavoro sui grandi telai delle officine. L’ industria ha richiamato molta immigrazione dalle campagne e ha ingrandito la città fin dai primi anni dell’indipendenza. Poi, anche qui, per paradossale che possa sembrare, è cominciata la deindustrializzazione: i cotonifici hanno cominciato a chiudere al’inizio degli anni settanta e oggi sono praticamente spariti, la piccola e piccolissima attività commerciale e artigianale è diventata l’unica forma di vita economica, o spesso di pura sopravvivenza, dei poveri, soprattutto delle donne. E’ a questa attività che Sewa, il sindacato dle donne indiane per il quale lavoro, vuole dare dignità, anche alla più umile, come la raccolta della carta e del metallo nelle discariche.

Nel frattempo è nata l’information society, la società della conoscenza o dei servizi avanzati, comunque la vogliamo chiamare. Tutte le multinazionali dell’Ict sono qui, Tata trionfa nei servizi su internet e invade di pubblicità la città intera , pullulano università e centri di ricerca; i manager e gli “operativi” di questo nuovo mondo sono quelli delle belle automobili con autista, o alla peggio delle jeep e delle buone moto. Ma è un mondo mobile: ogni ragazzino (maschio,però), anche dello slum, sogna di avere i chip, invece del bastone da maresciallo, nello zaino.

Operosamente e disordinatamene tutti si intrecciano e si rincorrono per le strade della città, di qua e di là dal fiume Sabarmati, nella GC Road delle grandi firme e dei grandi magazzini, come nei budelli minuscoli del grande bazar di Manek Chowk. Ma nulla di definitivo po’ essere detto del traffico senza il suo grande protagonista: il tuk-tuk, il tre-ruote, l’Ape per dirla all’italiana, il taxi dei poveri. E’ la salvezza: lo prendi al volo all’angolo della strada, c’è sempre, ti salva dai 45 gradi all’ombra, sa dove andare anche se in India non esitono numeri civici e gli indirizzi richiedono lunghe spiegazioni, mastica quel po’ d’inglese che basta, è disposto a caricare le più stravaganti mercanzie, dal computer alla scorta di acqua da bere ,e ,per l’equivalente di dieci/venti centesimi di euro ti porta quasi ovunque. Sia benedetto il tuk-tuk driver. Da un anno a questa parte, il tuk-tuk ad Ahmedabad è anche ecologico: non si alimenta più con l’atroce kerosene, ma con una miscela ecologica apparentemente assai sopportabile.

Ma nel grande mare della città ci sono le isole. Io ne ho esplorate due per ora.

A quattro o cinque kilometri dal centro, sulle rive del Sabarmati, il Gandhi Ashram, dove Gandhi visse tra il 1917 e il 1930 e accolse nella vita comunitaria gli harijans (intoccabili) con grande scandalo persino della sua famiglia, conserva ancora molto del suo fascino. Il modestissimo cottage di Gandhi, i suoi oggetti (gli occhiali, i sandali, il bastone), il luogo di preghiera sulla riva del fiume, il silenzo che nonostante tutto si preserva, mandano ancora l’eco di un’energia lontana. Per il resto l’ashram non è più tale: è un bel museo popolare e un luogo di formazione.

 

Nel cuore della città antica, invece, ho visto gli storici “Pol”. Ghetti? Probabilmente sì: piccolissimi quartieri protetti da torri, grate, porte segrete e accessi difendibili. Al centro di ognuno una fonte per lavare, un piccolo tempio, una minuscola edicola scolpita per accogliere e nutrire gli uccelli. Molti portoni di case sono capovalori di legno intarsiato del quindicesimo/sedicesimo secolo. Nobilmente, urbanamente, la struttura di ogni “pol” ricorda un villaggio. Ma perchè tanti villaggi quasi fortificati, uno a ridosso dell’altro, senza neanche la presenza dell’acqua, che invece giustifica il tessuto urbano tanto fitto di Venezia? Forse perchè ad Ahmedabad, come in molte altre parti dell’India, le diverse comunità e caste convivono, sembrano accettarsi, ma d’improvviso si odiano e si fanno del male.Molto male. Ma questa è un’altra storia, su cui torneremo.

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