Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 2′ puntata

Nel 1915 Gandhi, dopo aver concluso l’esperienza sudafricana e aver ripreso contatto con tanti luoghi dell’India, decide di stabilirsi nella sua terra natale, il Gujarat. Fonda il suo Ashram alla periferia di Ahmedabad. Una donna di grande valore che gli è molto vicina, Ansuyabehn, cui ancora oggi è dedicato il giornale di Sewa, comincia a organizzare la branca femminile del sindacato dei tessili (TLA).

Dopo tanti anni e tante vicende politiche e organizzative il richiamo a Gandhi in Sewa è ancora fortissimo.

Non solo per i contenuti politici, la lotta per la dignità e l’emancipazione dei poveri e l’assoluto rifiuto del pregiudizio castale, ma anche per la scelta delle forme di azione e per l’ispirazione spirituale. C’è qualcosa che va oltre la non violenza ed è la più trasparente lealtà: anche nelle battaglie più dure l’avversario non è mai un nemico e va rigorosamente rispettato; gli vanno dette apertamente le proprie intenzioni, i tempi e i modi della vertenza che si vuole avviare e, senza menzogne, quali sono i punti su cui non si cederà . In più la religione è concretamente vissuta dalle donne di Sewa in un modo che non è facilissimo spiegare al lettore occidentale. Ogni mattina pregano (e io con loro, pur non capendo quasi un parola, ma mi piace e mi rasserena). Non si prega una religione particolare: si mescolano preghiere e canti hindu a preghiere musulmane, a sutra buddisti. Esattamente come faceva Gandhi, convinto come era, diversamente da buona parte del gruppo dirigente politico del Congresso, che un paese senza religione (senza spiritualità) è morto, ma che nello stesso tempo non esiste religione “rivelata” perché tutti i percorsi di consapevolezza spirituale hanno lo stesso valore.

Per molti anni le donne continuano un impegno tutto sommato abbastanza tradizionale all’interno del sindacato dei tessili fino a che nel 1968 emerge una leader di livello nazionale e forse non solo: Ela Bahtt. Ela Bhatt comincia ragionare a tutto campo sulle donne. Il 93% delle donne che si avvicinano al sindacato in quegli anni sono analfabete, il 97% vivono negli slum, in media i figli viventi per ognuna sono quattro, ma più che altrettanti sono i bambini perduti, o per la mortalità infantile, oppure per i parti prematuri. Molte altre lavoratrici dei cosiddetti settori informali (venditrici, sigaraie di bidi, produttrici di incensi,…) si aggiungono alle donne impegnate nelle varie attività tessili e nel 1972 nasce Sewa, ancora organizzata all’interno del TLA, ma già madre di se stessa.

Infatti non è solo il tratto, diremmo noi, confederale, a cambiare il contesto, ma molto di più. La vera rivoluzione è la scoperta della differenza di genere. E il primo terreno su cui le donne di Sewa la affrontano è quello del credito. Negli anni ’70, sotto il governo di Indira, è possibile per i poveri chiedere un credito alla Bank of India. Ma le attiviste di Sewa, che all’inizio cercano di mediare fra la Bank of India e le donne povere, si accorgono che le cose non funzionano. Spesso le donne non restituiscono, sono passive e, poiché il governo “perdona” piccoli debiti, non capiscono perché le sindacaliste di Sewa si affannino tanto a far tornare i conti. Più spesso le donne vengono umiliate; il contatto con un impiegato di ceto medio è disperante: si sbagliano gli orari, si viene con i figli che fanno un caos inaudito per il buon ordine di una banca, non si sa firmare e nessuno ha la pazienza di spiegare una procedura complessa a una donna analfabeta. Così nel 1974 Sewa fonda la sua banca per il risparmio e il microcredito alle donne povere. Che da allora ne ha fatta di strada: oggi tiene nelle sue casse circa 300.000 depositi di risparmio che ammontano mediamente a 10.000 rupie all’anno per risparmiatrice, circa 170 euro, una cifra enorme per una donna povera indiana. Il prestito, a tassi molto bassi, può essere di tre o quattro volte il risparmio. L’essenziale (e su questo l’intervista della bancaria Sewa alla cliente è molto scrupolosa e ha anche intenti pedagogici) è che il prestito sia chiesto per scopi produttivi, per possedere, appunto, direttamente quei mezzi di produzione, quelle merci da trasformare che consentano una qualche autonomia da padroni e mediatori. Una delle tragedie contro cui Sewa si batte è la devastazione della vita dei poveri da parte degli usurai che profittano di alcune tradizioni fortissime in tutte le società contadine, ma in India più che altrove: in particolare la festa di nozze e la dote delle figlie che possono portare sul lastrico anche famiglie relativamente assestate. Ma quello che più conta è la dignità: gli orari sono scelti in modo da conciliarli con il lavoro delle donne, le “bancarie” si spostano negli slum e nei villaggi e a raccogliere il risparmio o a distribuire le quote di credito, torme di bambini si aggirano per la banca e la foto, non un segno umiliante, sostituisce la firma.

Tuttavia, nel preparare l’avvio della banca, Sewa si accorge anche di un’altra cosa: che le debitrici meno solerti nel restituire il prestito alla Bank of India sono le neo madri e le vedove. La fragilità delle donne nella relazione con uomini assai poco protettivi è scioccante: nessuno si cura dell’alimentazione della donna in gravidanza e della neo madre, tutti chiedono alla vedova un mese di lutto nel più assoluto isolamento, ma nessuno si preoccupa di come mangerà. Sewa organizza un piccolo sistema assicurativo che, nel caso delle neo madri, verrà fatto proprio dal governo nazionale e varato come piano nazionale di assistenza:contro un impegno economico diretto di quindici rupie all’inizio della gravidanza, la neo madre ne riceverà cento alla nascita del bambino, più un chilo di ghee (un burro chiarificato particolarmente nutriente che si conserva a lungo) e le cure mediche al parto e nei primi mesi di vita del bambino.

Insomma l’orizzonte si allarga: via via nascono i centri per la salute e per la vendita di medicine a prezzi calmierati, i centri per la prima infanzia, le associazioni assicurative, le cooperative di produttrici.

Siamo all’inizio degli anni ottanta e si profilano nuove sfide per Sewa, prima fra tutte quella dell’autonomia definitiva che avverrà nel 1981, dopo una rottura traumatica con il sindacato dei tessili.

Ma il seguito alla prossima puntata.

 

 

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Una risposta a “Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 2′ puntata

  1. la mia prima riflessione e’ questa:il terreno nel quale fiorisce SEVAun’esperienza cosi’ grande e dai contorni cosi’ poco definiti che nasce come sindacato e cresce come organismo promotore di uno sviluppo socioeconomico cosi’ potente,
    non puo’ che attingere la sua forza in elementi spirituali, come il pensiero e l’esempio di Gandhi,
    uniti ad un’analisi attenta e cosi strettamente legata al territorio dei rapporti di classe ed all’interno di esse dei rapporti di genere.
    Non vedo l’ora di esserci.
    Lucilla

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