Tubercolosi fuor di metafore

 

Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2007 sul quotidiano “Il Riformista”.

Mettiti la mano davanti alla bocca quando starnutisci! Copriti con il fazzoletto quando tossisci! Antiche raccomandazioni della mamma. E quel buffo “salute” dopo lo starnuto, ormai in disuso dalle nostre parti. E ancora. Ricordi vaghi di targhe di metallo bianche e blu sugli autobus, che portavano scritto “non sputare” e che già mi parevano da bambina reperti archeologici, rimandi a un’epoca tanto lontana da essere indecifrabile.

Per uscire dalle metafore, dai rimandi morti, dalle sagge e blande regole di buona educazione, basta prendere una jeep, abbandonare il centro di Ahmedabad e superare il cavalcavia della ferrovia su cui viaggia il Sabarmati Express, il treno dello sviluppo, quello che corre ogni giorno da Delhi a Mumbai e che trasporta l’India che conta.

A pochi metri dall’invaso della ferrovia sta lo slum di “Amraivadi”: 100.000 abitanti, in grande maggioranza indù, per il settanta per cento alloggiati in baracche, talvolta tende, o comunque case di fortuna. Come ci hanno raccontato i celeberrimi romanzi di Dominique La Pierre (in particolare “La città della gioia” e “Mezzanotte e cinque a Bhopal”) le vicinanze di una ferrovia o di una grande fabbrica sono i luoghi ideali perché nasca uno slum: i poveri sopravvivono con qualche materiale di riporto abbandonato, con gli scarti delle produzioni, persino con quello che i passeggeri buttano giù dai finestrini.

Qui la tubercolosi non conosce distanze metaforiche. E’ presente, angosciosa, è la malattia più diffusa per la quale si muore e, al momento, ha aggredito in maniera conclamata un numero imprecisato di persone, di cui trecento ( sembrano un’enormità, ma forse sono pochissime rispetto ai malati che nessuno riesce a raggiungere) vengono curate dal centro specializzato gestito, insieme ad altri nove in città, da Sewa (Self employed women’s association) , il sindacato di donne per il quale lavoro.

Ankita, la capo progetto, mi accoglie in un minuscolo dispensario che ha la stessa metratura e il medesimo povero arredo dei due spacci che gli stanno a fianco, uno di granaglie, riso e lenticchie, l’altro di incensi, nastri dorati, luminosi piccoli lussi per le pratiche religiose.

Qui si fanno l’analisi della saliva e il test della tubercolina, ma soprattutto si chiede tassativamente ai malati di venire in ambulatorio per prendere le medicine e li si va a trovare a casa se non lo fanno. Il motivo è semplice: la terapia è lunga, dura dai sei ai nove mesi, a volte dà l’ingannevole sensazione di un miglioramento così radicale da somigliare alla guarigione, altre volte effetti collaterali. Così il paziente, spesso analfabeta oltre che povero, se lasciato a se stesso, interrompe, si dimentica e, alla successiva aggressione del male, la prognosi è assai più spesso infausta. Non esiste un programma sanitario nazionale sulla tubercolosi, il prezzo proibitivo della cura completa è di 20.000 rupie, l’equivalente di 366 euro, una cifra notevole persino per il ceto medio. Sewa un po’ fa da sé e un po’ è aiutata dall’Oms, ai pazienti chiede la cifra simbolica di trentacinque rupie.

Cambia la geografia delle patologie, cambiando paese . Sembra un’ovvietà, ma è come avere sulla testa costellazioni diverse:qui le costellazioni si chiamano tubercolosi, malaria e Aids. Qui si risistema in modo diverso nella mente l’aristocratica distanza della “Montagna incantata”e si assimilano più facilmente i dati che preoccupano ormai anche tanti medici europei, soprattutto quelli che lavorano nei grandi quartieri degradati delle metropoli d’immigrazione: un milione e mezzo di morti e nove milioni di nuovi casi di contagio all’anno, un terzo della popolazione mondiale infettata dal bacillo e potenzialmente esposta alla malattia.

Ankita e le sue compagne fanno sistematiche piccole assemblee nello slum. Gli slum consolidati, pur nella loro dura miseria, hanno dei tratti urbanistici che somigliano al villaggio e aiutano la socialità. Ogni gruppo di venti trenta stanze-case è disposto a ferro di cavallo intorno a una sorta di corridoio interno sopraelevato che protegge uomini bambini e animali (mucche ,capre) dai pericoli e dai fumi del traffico della città. E’ qui che Ankita ripete le raccomandazioni della mia mamma. Le riesce più difficile suggerire una buona areazione di case senza finestre o una dieta nutriente in un luogo in cui persino le banane, il frutto più povero in India, sono un lusso.

Anche in questo c’è differenza di genere? – le chiedo.” Le donne si ammalano per il 60%, gli uomini per il 40%: le donne mangiano meno e peggio”-è la risposta.

Un carro argentato, battuto al martello di mille motivi a festone, si intravvede nell’angolo fra la strada principale e i cortiletti dello slum. Lo tirano due poveri cavallini, ma bianchi. Sul carro lo sposo, in turbante rosso, circondato dalle sorelle che lanciano petali di fiori, si avvia verso la casa della sposa. Lo precede un’intera banda in cappello duro nero e giacca rossa. Per molte ore il sogno e la fiaba avranno la meglio su tutto.

 

 

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