Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 3′ e ultima puntata

Il Gujarat, la regione di Ahmedabad, come del resto buona parte dell’India, è percorsa per tutto il secolo da terribili conflitti inter comunitari ( come qui vengono chiamate le frequenti esplosioni di odio fra indù e musulmani, e in alcuni casi, sikh) o inter castali.

E’ proprio un conflitto del secondo tipo, nel 1981, a accendere la miccia della clamorosa rottura fra le donne di Sewa e il TLA (il sindacato dei tessili). Nel 1980 il Congresso ha vinto le elezioni insieme a una coalizione molto progressista, anche dal punto vista di un’inedita autorevolezza delle caste più basse: un dalit (intoccabile) è ministro degli affari interni dello stato e addirittura un rappresentante delle minoranze tribali detiene il decisivo portafoglio per l’irrigazione delle campagne.

 

E’ in questa atmosfera politica che l’anno successivo viene decisa una quota fissa di posti da riservare ai dalit nella facoltà di medicina di Ahmedabad . Gli studenti della caste alte, sostenuti anche dalla destra induista che comincia a preparare la sua irresistibile ascesa, organizzano manifestazioni e ribellioni di una violenza infuocata: 40 morti e tre mesi di coprifuoco in città.

 

Pochi leader politici hanno il coraggio di affrontare la furia dei pregiudizi, ma Ela Bhatt sì. Va alla facoltà di medicina, fronteggia studenti inferociti e baroni che danno loro man forte, prende la parola e si esprime più o meno così: “ io vedo le donne morire dopo il parto perché nei villaggi si taglia ancora il cordone ombelicale con il coltello sporco e arrugginito e voi, invece di preoccuparvi della salute dei poveri, pensate solo ai vostri posti”.

 

E’ troppo per i medici, ma è troppo anche per il TLA. Da tempo Sewa va per la sua strada, dalla metà degli anni ’70 Ela Bhatt è una leader di livello nazionale assai più nota dei suoi colleghi maschi e questo naturalmente non fa loro piacere, ma soprattutto il TLA non intende giocarsi l’anima per i dalit: nella tradizione indiana esistono i lavori puliti, anche se modesti, riservati ai poveri delle caste alte, e i lavori impuri (che hanno a che fare con la sporcizia o con parti di animali uccisi) per la caste basse. Il tessile è tipicamente del primo tipo.

Ela Bhatt prende per l’ultima volta la parola al congresso del 1981, viene interrotta, offesa, coperta di fischi, costretta a lasciare i podio. In un’intervista ricorderà quella giornata epica con una citazione di una delle più celebri eroine indiane, Draupadi, la moglie dei fratelli Pandava nel Mhabharata. Ela, al congresso del TLA, si sente come l’orgogliosa regina, cui il crudele cugino che l’ha vinta al gioco vuole strappare il sari per umiliarla davanti alla corte. Draupadi si rivolge alla protezione di Krishna e il sari miracolosamente si riproduce e si riallunga cento e mille volte. Ela si rivolge alla protezione delle sue donne ed esce dalla sala per iniziare una nuova strada.

Il primo ordine del giorno del primo congresso autonomo di Sewa stabilisce che gli uomini non possono essere né membri, né dirigenti del sindacato.

Tuttavia, nella cultura di Sewa – almeno per come io la posso testimoniare oggi- non c’ è alcun furore anti maschile, né alcuna rigidezza separatista. Anzi, si insiste molto sul fatto che la crescita delle donne, soprattutto fra i più poveri, è un fattore di benessere e di sviluppo culturale della famiglia. Per giunta, io, qualche uomo oggi iscritto a Sewa, l’ho incontrato: un esperto di family planning ( ex operaio tessile licenziato) che ha il compito di animare gruppi di discussione e di presa di coscienza fra i mariti dei villaggi e due o tre maestri di informatica. Forse il tempo ha lenito qualche ferita.

Ciò che veramente conta è costruire la leadership femminile. Ma per capire questa parola, nel senso in cui la usa Sewa, bisogna spogliarsi del verticismo tipico dell’attuale cultura politica italiana. Leader, nel suo linguaggio, è una figura che equivale a quello che nella più nobile tradizione sindacale italiana erano (o sono?) i quadri. Persone preparate, competenti della strategia del sindacato, capaci di cogliere i fenomeni sociali, autorevoli, coraggiose, umanamente calde e solidali. In Sewa diventano leader in questo senso anche donne poco più che analfabete, formandosi alla politica del sindacato con molto rigore, ma anche con molta semplicità.

Innanzitutto leader dunque, ma anche autonome dai partiti e capaci di costruire dei modelli di innovazione sociale per farne successivamente oggetto di battaglia politica in modo che vengano diffusi e rappresentino nuovi orizzonti di diritto (la tutela della maternità, per esempio, ma anche l’assicurazione, il credito, la protezione delle vedove).

Inoltre, capaci di azioni simultanee e non sequenziali: disposte, diremmo con il nostro linguaggio, a cogliere contemporaneamente le diverse angolature dell’identità femminile e i modi in cui vengono tradotte in condizioni sociali.

Nel frattempo la popolarità di Ela Bhatt cresce. Gode della stima di Rajiv Gandhi, che è diventato primo ministro e che nel 1988 le affida il compito di portare al parlamento nazionale una relazione sul lavoro delle donne in tutto il paese. E’ un lavoro immenso, fatto con lo stile di una ricercatrice sul campo, redatto dopo un viaggio in diciotto stati ai quattro angoli dell’India: dalle saline alle foreste, dalle montagne alle miniere. Ancora oggi fa scuola. La stima verso Gandhi nel rapporto è ricambiata, ma senza sconti: le critiche verso la politica governativa di controllo delle nascite, che in quegli anni è molto autoritaria e aggressiva, non sono né tenere, né diplomatiche

Anche l’anno precedente è un tappa storica per le donne dell’India: in un villaggio del Rajastan una povera piccola vedova di diciotto anni si lascia bruciare sulla pira dopo la morte del marito, secondo l’antico rituale del “sati”. E’ la grande manifestazione di massa del femminismo indiano: le donne si riversano lì da tutti gli angoli del Paese e Sewa con loro. Non è difficile scoprire la pressione perversa dei fratelli, e in generale della famiglia, su Roop Kandar (questo il nome della vedova ragazzina) e il lucroso mercato che cominciava ad avviarsi intorno al culto della santa eroina. Da allora la consapevolezza sociale contro la barbarie del “sati” è cresciuta, ma è ancora possibile leggerne notizia sui giornali.

Ci avviciniamo ai giorni nostri e con essi a una nuova scommessa, quella della cosiddetta “società della conoscenza.

Per molto tempo Sewa aveva tentato di alfabetizzare le sue iscritte, ma senza successo. La durezza delle condizioni materiali faceva apparire loro la conoscenza un lusso al di sopra delle proprie possibilità. Poi, alla fine degli anni ottanta, con l’inizio delle crescita economica, il clima cambia. La voglia di sapere, in un paese in cui le donne alfabetizzate sono solo il 56%, comincia a farsi sentire. Nel 1990 nasce l’”Academy”, l’ istituto di formazione di Sewa, che macina un quantità indicibile di attività. Dai corsi di alfabetizzazione, a quelli di formazione politica, al training per qualificare le levatrici di villaggio, all’educazione alla salute negli slum, al recupero scolastico delle ragazzine che sono state costrette a restare a casa a badare ai fratelli più piccoli, alla formazione informatica per le più giovani, a quella economica (per quanto semplice) per le attiviste che si occupano della banca e delle assicurazioni. Insieme a tutto ciò nasce nell’Academy una vera passione per i nuovi media e in particolare per l’uso dei video nelle inchieste sociali. Come è nello stile di Sewa, anche in questo campo si formano alla leadership i quadri di base: una carpentiera diventa la più apprezzata film producer dell’associazione. Cambiano i tempi, ma non il metodo: il senso di sé e della propria dignità è alla base di tutto; ancora oggi le donne dei villaggi imparano ad avere un nome e a usarlo ( e a non dire di sé solo “sono la madre di di Sanjaj” o “la moglie di Arun”), o a salire su autobus sapendo dove vanno, solo dopo i corsi di Sewa.

I simboli. Se discute e se ne è discusso molto nel femminismo occidentale. Accade anche qui, anche se in forme diverse, più praticate, più indirette. La banca, per esempio, è la “casa della madre” o il “pozzo del villaggio”: un luogo sicuro, che ristora, ma un luogo di donne. Per l’India, poi, la casa materna ha un significato tutto particolare: la ragazza che va sposa, infatti, non sarà la “regina della casa” come vuole la retorica occidentale, ma entrerà in un nuovo dominio femminile, quello della suocera, spesso invadente e tirannica, talvolta apertamente crudele. Dunque la “casa della madre” è un porto sicuro, un luogo di eterna nostalgia. La dirigente autorevole o matura, invece, deve abituarsi a vedere il suo nome accompagnato dal suffisso Bhen. Anch’io qui sono Mariella Bhen, che vuole dire sorella, ma anche qualcosa di più, guida, compagna più grande. Comunque non è un’espressione confidenziale: segna il perimetro di una forma in cui le donne si riconoscono, o, per dirla al nostro modo, si danno valore.

Dove andrà Sewa nella nuova India? Oggi ha un nuovo gruppo dirigente più giovane in cui non esiste una leader carismatica. Ela Bhatt, ormai piuttosto anziana, ha scelto la libertà della distanza e soltanto talvolta orienta e consiglia dalla sua casa.

La vera sfida per Sewa, come per tutta l’India democratica, è la tenuta dei valori fondanti del Paese in questi tempi di furori integralisti. Il Gujarat, nel 2002, è stato teatro di una delle ultime e più atroci carneficine inter comunitarie degli ultimi tempi: 2.000 morti, soprattutto musulmani, ma anche parsi; 140.000 persone con la casa bruciata, costrette a vivere per mesi nei campi per rifugiati. Le complicità del governo guidato dal BJP (partito della destra induista) e della polizia sono note e documentate da film, inchieste giornalistiche, atti giudiziari. Un celebre film ispirato alla vicenda, che racconta la storia vera di una famiglia che ha perso il suo bambino, “Parzania”, è tuttora vietato nelle sale di Ahmedabad “per motivi di ordine pubblico”. Narendra Modi, l’uomo che era governatore all’epoca e ha coperto mille misfatti, è stato rieletto, governa ancora e si sottoporrà di nuovo al voto alla fine di quest’anno. La città non si è ancora risollevata dal lutto e dalla vergogna: negli ambienti democratici circolano amarezze, reciproche accuse di sottovalutazione e di insufficiente impegno.

In realtà il Gujarat è stato sempre un po’ laboratorio politico: prima della grande epopea della libertà nazionale, poi purtroppo della nascita della nuova destra, cui è stato difficile resistere, opporsi, contrapporre i propri valori.

C’è chi dice che può esserlo ancora, che l’epoca dell’ascesa brutale dei partigiani dell’Hindutva (l’India agli indù) è finita e che nuovi protagonismi politici si preparano sotto questo grande cielo.

 

 

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4 risposte a “Storia di Sewa, uno strano sindacato inventato da donne. 3′ e ultima puntata

  1. Questa mattina, su Radio Popolare a microfono aperto si parlava del libro “La scomparsa delle donne” di Marina Terragni

    Più che del libro in se stesso si cercava di fare il punto della situazione sulla “questione femminile”in occidente.
    Ne veniva fuori un panorama caotico, magmatico e pesante.
    La lettura di alcune mail mostravano con un’evidenza lapalissiana l’aggressività generale con cui viene affrontato il tema.
    Direi che la cosa che mi ha colpito di più è esattamente il fattore leadership.
    Poichè i problemi, le difficoltà ma anche il piacere e la bellezza che riguardano il mondo femminile non riescono a trovare un modello di riferimento comportamentale ed una riflessione intellettuale adeguata.
    Il vero dilemma che rende impotente il mondo femminile di fronte alla gestione della vita e del potere materiale riguarda ovviamente il fattore procedurale.
    Questo significa che il fine non risiede mai nel fine in se stesso, ma nel percorso attraverso cui si raggiungono gli obbiettivi.
    Nel racconto indiano mi piace immaginarmi il coraggio di Ela Bath nel dire:“ io vedo le donne morire dopo il parto perché nei villaggi si taglia ancora il cordone ombelicale con il coltello sporco e arrugginito e voi, invece di preoccuparvi della salute dei poveri, pensate solo ai vostri posti.”
    Poichè parlare ha significato aprire una sorta di negoziazione in vista di un progetto.
    Immagino queste siano cose dette e ridette, però mi domando, chi, anche nell'”occidente civilizzato”, porta avanti un progetto per una visione femminile?
    Spesse volte, rivolgendomi anche agli studi e alle riflessioni delle artiste, mi accorgo che ci si trova ancora in una fase di denuncia e di rivendicazione sociale.
    L’mmaginario femminile è ancora strettamente legato al corpo e al mistero della maternità.
    Eppure, a fianco di questa impressionante questione ce n’è una altrettanto importante: avere la sapienza di fare crescere la vita, non solo dando alla luce ma progettandone crescita e mantenimento.
    Mi piacerebbe si passasse dalla questione dei 9 mesi della creazione di vita a quella dei minimo 19 anni di dipendenza materiale e affettiva nelle società evolute.
    E parlare di dipendenza affettiva tra gli individui significa toccare il puro e più unico senso di convivenza sociale.
    In una società complessa come quella del 2007 dove la cellula sociale è divenuta una scelta di famiglia e di progetto educativo (gay, lesbiche, case famiglia, convivenze…) la questione del progetto di crescita e mantenimento in vita dovrebbe essere quello che fa la differenza.
    Dunque mi piace leggere una storia che è tutt’altro da noi, da me, da quello che posso comprendere e anche immaginare, e poter attraverso di essa raggiungere la convinzione che:
    si è ora di riflettere sulla leadership, e non solo femminile.

  2. Ciao Mariella, ti ricordi di me, vero?
    Come posso contattarti? Mi farebbe piacere approfondire per Rainews24 – dove lavoro – la Storia di Sewa.
    Aspetto una tua risposta!!
    Please, keep in touch!
    Daniela

  3. Fatti viva quando vuoi.
    Mariella

  4. una moreeee quarda io manco lo letto ma gia mi maggino cosa ce scritto

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