Casalinghitudine

Verrà l’uomo della Bisleri?

E’ questa la domanda più assillante che un casalinga indiana (anche part time) di ceto medio si pone ogni mattina. E io naturalmente, in quanto cooperante, mi considero assimilata alla categoria.

A orecchie italiane la parola Bisleri ricorda pubblicità antiche e oramai totalmente fuori mercato: quando si beveva il Ferro China Bisleri invece del whisky e del cognac. Sospetto che il signor Bisleri (se esiste), o comunque il suo marchio, siano sbarcati in India molto tempo fa in cerca di nuove fortune. E le abbiano trovate. Oggi, in hindi, in indoinglese e in ciascuna delle decine di lingue del subcontinente, Bisleri è sinonimo di acqua minerale ed è una delle poche parole italiane capite da tutti.

Bisleri, oltre a vendersi in normali bottiglie, viene distribuita a pagamento nelle case in grandi taniche di plastica da quaranta litri. Sicurezza e salute al modico prezzo di 60 rupie per chi può permettersele. Già, ma l’uomo della Bisleri – magro come un chiodo e dal piglio severo, nel mio caso – si fa desiderare. Verrà, non verrà, azzeccherà il giorno in cui la tanica è davvero alla fine, oppure verrà due volte di fila quando non ti serve, dato che non puoi cumulare più di due taniche? All’ufficio reclami (che esiste sempre in India) lo danno sempre in viaggio verso casa tua e si dicono certi del suo arrivo nel giro di un quarto d’ora, massimo mezz’ora. Una volta su cinque è persino vero.

L’acqua, il grande dramma dell’India povera e contadina, non risparmia nemmeno i privilegiati. Nel mio appartamento, al piano terreno di una casa di tre piani in un quartiere considerato borghese, l’acqua arriva per due ore al mattino, dalle sette alle nove, e poi basta. Non è buona né per bere, né per cucinare. Per bere si dipende dall’uomo magro e severo, per cucinare bisogna comprare un apparecchio di filtraggio da applicare ai tubi della cucina.

Alla casalinga part time che deve raggiungere l’ufficio, dunque, è richiesta un certa intelligenza organizzativa. Lavare la verdura e la frutta prima di uscire (o conservare l’acqua filtrata se la spesa la farà dopo ), lavarsi con cura per l’unica volta nella giornata in cui lo si può fare con l’acqua corrente e tenere da parte l’acqua per rinfrescarsi al ritorno dal lavoro (la temperatura è sempre intorno ai 40/45 gradi), non abbandonare mai la presa sul team Bisleri.

Ma, intorno alla casalinga di ceto medio, si materializza, quasi senza sforzo di ricerca, un’intera piccola comunità di aiutanti. Alle otto del mattino compaiono in casa mia due donne poverissime, in sari scuro. Chiaramente c’è fra loro un rapporto gerarchico: la più importante delle due non pulirebbe mai il bagno: si dedica ai panni e alla cucina, mentre il bagno e i pavimenti sono appannaggio della sua sottoposta. Però alla fine del breve lavoro ( in un’ora scarsa hanno fatto tutto) si siedono insieme sul dondolo del mio piccolo giardino e chiacchierano e scherzano in gujarati a lungo, finché riprendono le forze e se ne vanno, forse verso casa, forse verso un altro lavoro. Nel frattempo, qualche volta, sono apparsi un signore discreto e quasi invisibile a bagnare il giardino e un giovanottino in bicicletta vestito di bianco a portare gli abiti stirati: non arrivano tutti i giorni, anche le loro sono visite imprevedibili, ora frequenti ora no, secondo ritmi impossibili da controllare. Alle sette di sera, invece, in sari immacolato, con piglio deciso e alta professionalità, compare sempre la cuoca : in quattro e quattr’otto fa la pasta e stende i chapati con un gesto più stretto di quello con cui noi stendiamo la sfoglia. Il chapati sta su un piccolo tagliere ed è come una piccola sottilissima pizza.

Non so a cosa attribuire questa sofisticatissima divisione del lavoro: se a un’implicita solidarietà di comunità che consente a molti del circondario di godere di uno scampolo dei benefici di una nuova presenza che offre qualche opportunità di guadagno, o se alla passione tutta indiana per la gerarchia e per la divisione del lavoro, raccontata da tanti scrittori, e da Naipaul in particolare, con severo sarcasmo.

Certo, gli elettrodomestici non aiutano e non sono previsti. Tranne che per il frigorifero non ve n’è traccia. Si lava tutto a mano: la biancheria in un bacino esterno (nel giardino o nel terrazzo) bassissimo che ricorda il greto del fiume del villaggio, i piatti nel lavello della cucina. Il ferro è nelle mani del giovanottino vestito di bianco insieme ai vestiti. L’India globalizzata non importa né produce spazzoloni o scope dal manico lungo: la povera aiutante-cameriera sta sempre con la schiena china a terra e non sono riuscita a comprarle qualche strumento adatto a evitarlo.

La casa è semplice, attenua il calore con le finestre piccole schermate da spesse tende colorate e con grandi pale di ventilazione al soffitto che scompongono tutto, appunti, ritagli, quaderni. Fuori un piccolo giardino un po’ stento si ringalluzzisce meravigliosamente alle prime avvisaglie di monsone: d’improvviso le foglie si sollevano, i germogli nascono, gli ibisco macchiano il verde di tante chiazze rosa e rosse.

Benché collocata in una città di più di tre milioni di abitanti, la mia casa è visitata dagli animali piuttosto spesso. I più familiari sono certi cagnoloni randagi e smilzi che cercano l’ombra dove la trovano. Il più sorprendente è un pavone che arriva quasi ogni mattino all’ora di colazione, fa una pausa di riflessione sul cassone dell’acqua piovana e se va. Le più temibili sono le scimmie: arrivano in branco, quando meno te le aspetti, e se non le cacci e difendi le tue cose possono fare di tutto, anche svaligiarti la casa. Sono molto più abili in furti e rapine degli scarsi malfattori presenti nel paese.

E la raccolta dei rifiuti? Non vorrei offendere nessuno, ma ha l’aria di essere un problema meno drammatico che a Napoli. Grandi pacchi e confezioni in un paese povero non ci sono, le mucche, che ovviamente girano in libertà per le strade, mangiano i rifiuti umidi se non vengono ritirati (come in teoria dovrebbe essere), carretti di riciclatori passano di casa in casa in cerca di carta, vetro e plastica.

La campagna è vicina: non solo per gli animali e per i carretti di frutta e verdura che percorrono la via, ma anche, strano a dirsi, per i cantieri.

Ahmedabad cresce; anche nella mia via si sta costruendo una nuova casa, dalla campagna arrivano muratori, manovali e donne di fatica per cantieri. Dall’altra parte della mia stradina, alla sera la famiglia dei muratori ricostruisce il suo villaggio: le brande (charpoj) di corda, un fuoco accesso, i chapati che friggono, gli uomini stesi in longhi e turbante bianco, le donne che ancora si affannano a rincorrere i bambini dopo aver trasportato i mattoni sulla testa per tutto il giorno. Le vedo, dal cancelletto della mia casa, cercare la quiete a poco a poco.

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5 risposte a “Casalinghitudine

  1. questo bellissimo articolo mi fa venire in mente l’India di oltre vent’anni fa dove ho passato anni molto intensi. Mi commuove sentire quante cose della vita quotidiana continuano ad essere le stesse. L’ufficio reclami, come dici sempre presente, mi ricorda uno splendido sportello che esisteva in quasi tutti gli aeroporti indiani vicino al punto di arrivo delle valigie chiamato, con un utilizzo tutto indiano della lingua inglese “discrepancy desk” e non come nel resto del mondo “lost and found” .Quasi che si potesse far reclamo se per caso al posto di una valigia blu con i bordi rossi all’arrivo se ne trovasse per caso una verde e gialla. Chissà se lo sportello esiste ancora.
    Continua a raccontarci

  2. Caio Mariella, che bellezza questo tuo diario, ti leggo, ti penso, e ti mando un abbraccio, P

  3. Quando, nel 1948 o 1949, arrivai a Bologna da un paesino della Carnia, il mio maestro (ero in quarta elementare) propose un folgorante indovinello. Sapete che differenza c’è fra il servo e il ferro? Risposta: il servo china la schiena, il Ferro China… Bisleri. Fragorosa risata della classe, cui cercai di unirmi a mezza bocca. Ero l’unico a non sapere cosa fosse questo benedetto bisleri! L’episodio mi è tornato in mente (con immutato senso di frustrazione – o forse più propriamente di colpa) quando ho visto la stazione ferroviaria di Madras (Chennay) tappezzata di scritte inneggianti al signor Bisleri, con la grafica mutuata da quella che era un tempo dell’acqua minerale Nocera Umbra.

  4. Grazie a tutti gli amici dei commenti belli e affettuosi.
    Grazie anche a Bia, Letizia e le altre per aver linkato il blog a http://www.donnealtri.it e aver consentito a nuove persone di trovarmi.
    Mariella

  5. Ciao Mariella, grazie per avermi indicato questo spazio, l’ho letto volentieri gustandone tutto, specialmente la gioia con cui si sente che guardi e vivi le cose e le persone che ti stanno intorno.
    Ti abbraccio. Gabriella

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