Pochi e maschi i figli della nuova India

 

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano “La Stampa” il 12 giugno 2007.

 

Due codini strizzati nei nastri, un sorriso e una faccetta di bimba spiritosa che ricordano i “Peanuts”. E’ il logo della campagna che compare ogni giorno nel “Times of India”, quotidiano indiano in lingua inglese letto dai ceti medi colti. Lo slogan che lo accompagna non lascia spazio a equivoci o ad allusioni: “salviamo le bambine!”.

Ogni giorno viene fotografata una famiglia, che indossa le magliette con la faccetta spiritosa accompagnata dall’imperativo morale e mostra orgogliosa le proprie bambine/ragazze salvate: una da grande vuole fare il manager, l’altra ha appena passato gli esami di settima classe con il massimo dei voti, la terza si prepara a iscriversi a medicina. Tutte in jeans, tutte sorridenti, tutte un ottimo investimento per la famiglia. Eppure il quotidiano non va leggero. In base alla legge del 1994, che persegue la predeterminazione del sesso, il reato è punibile, per medici e genitori, fino a cinque anni di carcere; “Times of India” chiede ai lettori di rispondere, via sms o e-mail, al seguente quesito: “non sarebbe il caso di passare all’ergastolo?”.

Domanda quanto mai oziosa perché il reato è difficilmente perseguibile. In India l’aborto è legale dal 1972, l’ecografia è diffusissima, fino dalla fine degli anni ottanta, anche in ambulatori installati su piccoli pullman che vanno di villaggio in villaggio e offrono il servizio alla modica cifra di 150 rupie ed è legittima per tutti i fini diagnostici di tipo sanitario. Certo, non si può rivelare il sesso dell’embrione, ma esiste un codice fra medici e famiglie. Per esempio: “torni lunedì”, vuole dire che l’embrione è maschio, “torni venerdì” che è femmina. Poi la donna sceglierà la sua motivazione da dichiarare al momento dell’aborto.

Benché oziosa, la domanda è un segnale. Cosa è cambiato dalla metà degli anni ottanta, quando Amarthya Sen mise tutta la propria autorevolezza e la propria rabbia nel denunciare la sparizione delle bambine in Asia, paragonando la somma delle loro morti o delle loro mancate nascite (100 milioni in un decennio) all’insieme delle vittime della prima, della seconda guerra mondiale e delle grandi epidemie del secolo passato?

E’ cambiato che l’India sta crescendo al 9,2% annuo e che sono i ceti medi colti, quelli che hanno una disperata voglia di vincere alla lotteria dello sviluppo, che vogliono pochi figli, ma soprattutto, dovendo scegliere, rigorosamente maschi.

Non è difficile farlo per chi si sa muovere in rete. Giorni fa l’”Hindu”, l’altro grande quotidiano in lingua inglese, spiegava che si può acquistare on line un kit (formalmente illegale) che consente di determinare il sesso a casa propria dopo sei settimane con la semplice analisi di poche gocce di sangue.

Un libro duro, “Le bambine che scompaiono”, della giornalista e sociologa tamil Gita Aravamudan, da queste parti fa discutere. Le sue tesi sono basate su cifre eloquenti. Il rapporto fra i sessi alla nascita dovrebbe essere di 945 bambine ogni mille maschi per una legge naturale e universale. Tuttavia, secondo gli ultimi dati indiani, mentre la quota di donne adulte aumenta cominciando ad abbozzare la tendenza tipica dei paesi sviluppati, le bambine fino a sei anni sono solo 902 ogni 1000 maschi. Ma attenzione alle differenze: sono 878 nella relativamente benestante città di Ahmedabad , 845 nella ricca South Delhi, 844 a Chandigarth, la città modello disegnata da Le Corbusier negli anni cinquanta. E la correlazione con il livello di educazione dei genitori conferma le preoccupazioni: se i genitori hanno meno di sette anni di istruzione la quota di bambine sale a 934, sopra la media nazionale e vicina a quella fisiologica, al contrario, se ambedue hanno superato l’istruzione secondaria superiore, le bambine calano a 690.

Che fare? Ai tempi delle prime denunce di Amartya Sen si mobilitò tutta l’India democratica. Per ottenere la legge del 1994, certamente, ma anche per costruire un movimento di educazione sociale.

All’inizio imboccò la strada sbagliata del paternalismo, invitando i genitori a lasciare le bambine indesiderate negli orfanotrofi che oggi ospitano ben undici milioni di bambine che nessuno vuole adottare. Poi affinò le sue strategie e cominciò a proporre, attraverso le organizzazioni non governative impegnate nelle campagne e negli slum, incentivi economici, cicli di istruzione gratuita e borse di studio per le bambine. Ho visto a Ranip, uno slum di Ahmedabad dove si svolgono i corsi gratuiti di recupero scolastico delle bambine, Mittel ,di 12 anni, prepararsi per entrare alla scuola di computer grafica e Neha , 14 anni, sotto pressione per gli esami all’istituto tecnico superiore: il tutto in un enorme sobborgo senza luce, dove l’acqua arriva un’ora al giorno e ancora oggi si cucina usando come combustibile gli escrementi di vacca essiccati.

I poveri stanno cambiando: i casi delle bambine soffocate con la coperta o avvelenate con il latte all’oppio e fatte sparire nei campi vicini vanno diminuendo in modo evidente. Insieme all’ossessione dei maschi indu osservanti che, se un figlio maschio non accenderà il fuoco sotto la pira al momento del trapasso, l’anima paterna vagherà senza riscatto di reincarnazione in reincarnazione.

Qualcosa di nuovo e di inquietante si affaccia all’orizzonte. L’India che cresce, determinata, ma anche insicura del futuro e memore in maniera vivida della miseria, non ha ancora scelto di considerare le sue bambine e le sue ragazze un patrimonio per il futuro.

 

 

 

 

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