Il ritorno dei buddisti. Quale ruolo alla politica?

 

 

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano “Il riformista” il 14 giugno 2007.

 

Quarantacinque gradi all’ombra giorni fa a Mumbai. Eppure all’ippodromo di Mahalaxmi c’erano cinquecentomila persone, pacifiche e miti. Da tutta l’India si era radunata la povera gente: dalit (intoccabili) e tribali di quarantadue diverse sotto caste. Più di mille monaci nelle loro vesti ocra, viola e scarlatte, suonavano i tamburi ai bordi dello stadio. Al microfono, a tutto volume come in un concerto rock, le preghiere nell’antica lingua pali che normalmente i buddisti devoti ascoltano e ripetono quasi a mezza bocca , con la massima concentrazione, sulla montagne dell’Himalaya come nelle tante comunità di oriente e occidente.

L’occasione era una conversione di massa al buddismo, in quanto religione egualitaria, compassionevole e rispettosa dei più poveri, da parte dei tanti dannati di questa terra ,che viaggia, come ci informano orgogliosi i quotidiani, al 9.4 % di crescita all’anno.

Era atteso il Dalai Lama, ci si aspettava che lasciasse il suo rifugio di onorato profugo politico a Dharamsala e raggiungesse Mumbai. Ma non l’ha fatto e tutto sommato era prevedibile. Il Dalai Lama si astiene dal proselitismo: come incoraggia intellettuali e artisti occidentali a cercare prima di tutto di conciliarsi con le proprie radici spirituali, così guarda con una certa distanza critica al ritorno del buddismo in India e alla sua matrice squisitamente politica.

Infatti l’eroe della giornata non era il Dalai Lama, ma uno straordinario uomo politico indiano, B.R. Ambedkar, morto nel 1956 , della cui morte si celebrava appunto il cinquantesimo anniversario.

Intoccabile lui stesso, quattordicesimo figlio di poveri contadini del principato di Baroda, avrebbe continuato a vivere nella fame che aveva conosciuto da bambino, se non fosse entrato, per fortuna e per caso, in una fiaba.

Durante il Raj, gli inglesi avevano mantenuto, un po’ per quieto vivere e un po’ per cinismo, formalmente intatto il potere dei vari maharaja e nawab, soprattuto nelle zone meno rilevanti dal punto di vista strategico e militare. Questi, patetiche copie degli eroi salgariani, per lo più cacciavano tigri e belle signorine, ospitavano ufficiali britannici nei loro possedimenti, si annoiavano e nuotavano nella ricchezza. Non così il principe di Baroda, che nel 1906 stabilisce che l’istruzione di base sia obbligatoria fino a 12 anni per tutti, intoccabili compresi. In più istituisce delle borse di studio per i migliori fra i poveri. E’ in questo modo che Ambedkar varca l’oceano, prima per Londra, poi per la Columbia University. E’ con la borsa di studio del principe che il difensore degli oppressi diventa uno dei più fini giuristi dell’India.

Sempre in giacca, cravatta e occhiali di foggia moderna, Ambedkar rispettava Gandhi, ma non simpatizzava con l’universo simbolico gandhiano. E’ lui a sostituire l’orgogliosa parola “dalit” (oppressi) al termine usato da Gandhi per definire gli intoccabili, “harijan”( figli di dio). E’ lui a considerare il profluvio di kurta, dothi e berrettini bianchi tuttora in uso fra i politici indiani, come uno snobismo da caste alte. E’ lui, cosa ben più importante,a fare una battaglia, da relatore alla Costituente (1946) e da ministro della giustizia del primo gabinetto Nehru (1947), per basare il diritto indiano sull’individuo e non sulla comunità di villaggio come qualcuno nel Congresso avrebbe voluto. Nella sua relazione alla Costituente due sono le citazioni più importanti a sostegno del modello democratico indiano: John Stuart Mill (“ mai consegnare a un uomo, per quanto grande, tanto potere da renderlo capace di sovvertire le istituzioni”) e gli antichi Sangha buddisti dove il dibattito democratico e la critica dei sovrani erano la fisiologia della vita sociale.

Tuttavia Ambedkar era stato fondamentalmente un combattente politico per tutta la vita. Solo a pochi mesi dalla morte matura una clamorosa e pubblica conversione, insieme a centinaia di migliaia di seguaci, alla fede che probabilmente praticava in privato da decenni. Perché? Probabilmente deluso dal primo decennio di indipendenza, tanto poco generoso di opportunità per gli ultimi e lucidamente consapevole della fame di miti del popolo indiano, decide di lasciare un’eredità simbolica fortissima: il richiamo ai valori democratici della religione ancestrale, ormai numericamente minoritaria, ma vicinissima al cuore di tutti gli indiani.

Non si può dire che abbia fallito il suo disegno. Periodicamente le conversioni di massa si ripetono e i dalit trovano spesso nel buddismo un vero rifugio spirituale. Ma la classe politica indiana non è più quella della Costituente. Non c’è piccolo personaggio politico dalit, che voglia far carriera ,che non tiri su una statua ad Ambedkar o non renda omaggio formale all’Illuminato. Di recente persino i neo buddisti si sono fatti conquistare dallo sport dell’intolleranza: hanno bruciato in effigie Rakhi Sawant, un’attricetta televisiva, perché si era fatta riprendere in una vasca da bagno ornata da una statuetta del Buddha.

Sarà per questo,oltre che per i microfoni da concerto rock, che il Dalai Lama se ne è rimasto nelle sue montagne.

 

 

 

 

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