Il villaggio e la levatrice

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Le fotografie sono di Laura Salvinelli
L’autobus che ci porta vicino al villaggio di Pasunj è il 251, ma destinazione e numero sono rigorosamente e solo in lingua gujarati, simile all’hindi nei caratteri, ma priva di quelle eleganti cornici superiori che connettono le lettere in hindi fino a formare le parole e che lo rendono particolarmente prezioso nella stampa su carta e su tessuti.

Finestrini protetti da due sbarre di ferro orizzontali e privi di vetro, piccole panche a due posti, affollamento medio di donne e di mercanti, il 251, fra sbuffi di vento e sobbalzi, ci conduce attraverso l’immensa periferia di Ahmedabad, un bazar operoso e sterminato, ma duro, polveroso e sovraffollato.

A un bivio traslochiamo su un rikshaw collettivo: il minuscolo veicolo è in grado di imbarcare anche otto o nove persone, più frutta, verdura, provviste e quanto altro chi torna dalla città o da altre zone coltivate porti con sé. D’improvviso tutto cambia ed è l’India dei millenni, non quella della modernità, davanti ai nostri occhi. Piccoli templi bianchi e azzurri all’ombra di olivi selvatici, banyani, alberi di frangipane e salici indiani, dalle foglie lunghe e flessuose usate anche per ornamento alle porte delle case. Aratri nei campi coltivati. Uomini dai lunghi baffi, vestiti di bianco, longhi attorcigliati ai fianchi,turbanti e camicie sbracciate e lavorate sul petto con mille pieghettature. Donne avvolte nel sari fino a coprire la testa come in un peplo, portano erette una doppia anfora di ferro per l’acqua che si restringe verso l’alto in due curve: se non si trattasse troppo spesso del giogo di una schiava sembrerebbe il copricapo di una regina.

Dopo una mandria di bufali e un gregge di capre nere, all’entrata nel villaggio corre verso di noi un nugolo di bambini felici all’uscita da scuola. Tutti in divisa, secondo un tradizione che in India non muore, le bambine in blu e bianco con le trecce ripiegate e raccolte da sgargianti nastri rossi.

Siamo ospiti di Chanchal Ma, la dai, la levatrice, ma anche un’ anziana saggia del villaggio: vedova da quarant’anni, continua una tradizione e una sapienza appresa dalla suocera, come accade spesso. Il rikshaw ci lascia poco lontano dal portico della sua casa. Atterriamo stordite su un charpoi e d’improvviso decine di sguardi si sgranano su di noi: vengono da tutte le capanne e piccole case vicine, è una folla di occhi brillanti, penetranti, curiosi, come pupille di gatti nella notte. Restiamo così, imparando pian piano a gustare il reciproco stupore, per più di un’ora: senza muoverci, sorridendo e rispondendo ai sorrisi di tanto in tanto, respirando piano.

Poi ci si abitua almeno un poco gli uni agli altri e lo sguardo si solleva sul villaggio. Pasunj è grande, cinquemila abitanti, una torre colorata al centro per ospitare gli uccelli di passaggio, una scuola dal grande cortile con il volto del Nehru dipinto alla parete e due mandir, due templi. Quello che visitiamo, dedicato a Krishna e Lakshmi, è molto povero, un angolino vicino all’ufficio postale. Come ornamenti, oltre alle immagini degli dei, tante luci colorate come quelle dei nostri alberi di Natale e l’unico lusso del villaggio, che troveremo poi quasi in ogni casa: secchi, bicchieri, pentole, piatti, anfore di ferro, di ottone, di rame, lucidissimi e disposti in complicate costruzioni lucenti. Quasi tutta la struttura del villaggio è per aree chiuse: piccole case, tutte con porticati, sono disposte a rettangolo: in mezzo gli alberi, gli animali, i pozzi per l’acqua. E’ la stessa struttura che i contadini inurbati tendono a riprodurre negli slum: ma senza l’aria, il verde, gli spicchi di cielo sulla testa, il profumo del fieno accumulato nella parte alta della casa sopra le travi del primo soffitto, l’ocra intenso del pavimento di paglia e fango essiccato.

Chanchal Ma fa la levatrice nel villaggio da 25 anni e in questo momento ci sono 110 donne incinte e molte puerpere da assistere. La seguiamo nel giro di visite: nella borsa di stoffa uno stetoscopio di ferro e piccoli volantini stampati da Sewa per informare e per divulgare alcune norme di igiene e buona alimentazione. Poco più che bambine, grandi occhi docili, le giovani donne incinte mostrano alla dai la piccola pancia che cresce tra il choli e la ripiegatura del sari; onnipresente la suocera le osserva. Le madri, accoccolate sul charpoi accarezzano e consolano i neonati con una grazia da natività quattrocentesca: i sari le incorniciano, le lunghe dita massaggiano il bambino sulla pancia e nelle pieghe del collo. Nei cortili interni altre donne mungono le mucche ovunque presenti, forse pregando Krishna, il dio vaccaro, perché porti prosperità alla famiglia. Le mostrano orgogliose alle visitatrici subito dopo i figli: sono presenze sacre e familiari, certamente, ma soprattutto sono un’assicurazione contro la fame e la miseria più disperata. Ogni tanto uno scroscio di monsone ci arresta sotto un portico e i cespugli secchi estirpati dal vento volano lungo il sentiero. Tutto sembra sereno, malgrado la povertà e la vita antica della campagna. Ma una delle ultime visite ci riserva il dramma. Un’intera famiglia è accoccolata e muta accanto al charpoi, una donna semi nascosta piange; un velo rosso poggiato sulle corde copre qualcosa di straordinariamente piccolo, la dai lo solleva, è una bambina di dieci giorni e un chilo di peso, quarta sorella di un famiglia tra le più povere, che non ce l’ha fatta.

Alle sei, quando cala la luce , tornano i ragazzi dalla città con le moto rombanti, i contadini dai campi con le greggi e i bambini arrampicati sui carri dei buoi. Noi, sedute sulla stuoia nel portico della nostra dai, mangiamo chapati, subjee, riso e dhal e ci prepariamo a una notte riparata, ma vicina al cielo gonfio di monsone e alle mille voci e presenze intorno a noi. Una donna anziana si lava al pozzo, altre si siedono vicine e parlano fitto.

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Alle prime luci dell’alba Chanchal Ma inserisce un bastoncino d’ incenso in una fessura della sua porta, poi si gira verso i nostri charpoi e ci benedice. Poco dopo compare un ragazzo, elegante nel portamento, palesemente diverso dai contadini, ma semplice e pulito come una bellezza antica. Rakesh è il maestro, un’ autorità nel villaggio così come suo padre, insegnante in pensione della scuola media. Vivono in una delle case più belle, ereditata dal bisnonno, portico di legno scolpito e porte intarsiate di metallo sbalzato. Ci invita da lui e l’intera famiglia ci accoglie e ci nutre con una cura che incanta. Mentre ci consentiamo i riti di pulizia che non avevamo osato a cielo aperta, la televisione ci aggiorna sul mondo, o meglio sul mondo visto da qui: Prathiba Patil è stata ufficialmente candidata alla presidenza della repubblica, Saunita, l’astronauta della Nasa di origine indiana, è tornata sana e salva sulla terra e, last but not least, la nazionale di cricket si prepara a sfidare l’Irlanda.

 

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5 risposte a “Il villaggio e la levatrice

  1. Cara mariella, che bello vederti nelle foto. Oggi è finito il convegno e come ti avevo detto c’erano due indiane brave è toste. Una giovane e una cinquantenne. Una è biologa molecolare e stà all’Università di Lucknow (Uttar Pradesh) si chiama Qamar Rahman. L’altra si chiama Suman Sahai e ha fondato un centro per difendere l’agricoltura dagli OGM che si chiama Gene Campaign e sta a Nuova Delhi. Capisco che non è l’Italia, comunque ho parlato a loro di te. Un abbraccio francesca

  2. Cara Francesca,
    grazie dell’attenzione, dell’affetto e delle notizie sulle donne indiane brave e capaci che hai conosciuto. Non mi stupisce: più vivo qui, più mi pare abbiano una forza straordinaria.
    Dato che diverse amiche e amici ormai leggono il blog quella che ci dai è una notizia per molti. Non so se ti è consentito anche mettere in rete i loro indirizzi. Faccelo sapere.
    Un abbraccio,
    Mariella

  3. Mariella, accidenti! Ci siamo messi tutti intorno al computer a guardare le tue foto. Peccato che i tratti somatici tradiscano l’origine sabauda! Altrimenti saresti perfetta. A casa mia in questi casi si dice “è la morte sua”, nel senso che è esattamente il tuo habitat.
    Sono felice per te. Siamo tutti felici per te.
    A roma tutto come sempre. Il sindaco ieri è stato promosso imperatore, tra il mio scetticismo cinico (di cui mi vergogno tanto, ma che posso fare, la storia mia ha reso così) e la commozione popolare.
    Non si sa che ne sarà del Comune di Roma, ovviamente l’ultimo dei pensieri del nostro gotha politico.
    Com’è il clima nella tua zona verso il mese di settembre?
    Capace che se metto insieme due lire due (difficile, ahimè), ti vengo a trovare.
    Un abbraccio,

    francesca

  4. Cara mariellina,
    sono qui con la mia mamma che guardiamo le tue splendide foto e lei è commossa a vederti lì , così a tuo agio e serena, quando vengo a trovarti? bacissimi emma dalla romagna

  5. mariella,
    che emozione vederti negli splendidi colori indiani che tanto ti si addicono! che bellezza tutto ciò che ti circonda! dietro la tua riservatezza sabauda si sente tutto un mondo di emozioni che ti vibra dentro e intorno… che voglia di sentirti a voce

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