La candidata di Sonia

 Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano “La Stampa” il 4 luglio 2007

Delhi.“Un indovino mi disse che avrei ricoperto la più alta carica del paese nel quarantaduesimo anno del mio matrimonio”: se ne è uscita così , da politica consumata, Pratibha Patil nella sua prima intervista confidenziale all’indomani della designazione ufficiale come candidata alla carica di presidente della repubblica indiana. Due obiettivi centrati in un sol colpo per farsi apprezzare dall’India profonda: la valorizzazione di un lungo e felice matrimonio e l’omaggio all’astrologia, amuleto collettivo del subcontinente oltre i confini delle religioni.

Ma la futura presidente non è tipo da limitarsi carezzare per il verso giusto il senso comune. A due giorni dalla designazione è già riuscita a far infuriare Maulana Khalid Rashid, il leader del più importante corpo legislativo musulmano, sostenendo in un pubblico incontro che è ora che tutte le donne indiane si tolgano il velo, estraneo alla tradizione nazionale e introdotto nel sedicesimo secolo dagli invasori Moghul. Apriti cielo: offesa al Corano e alla minoranza musulmana, che rappresenta pur sempre il 14 per cento del paese e che si è precipitata a reclamare il ritiro della candidatura.

 

E tuttavia, per aprire la sua campagna, Prathiba ha scelto un’ouverture da comprimaria.

 

Sullo sfondo di un giardino rigoglioso, tra gli alti fusti delle palme reali, gli arbusti delle palme della savana e le radici aeree dei banyani, due donne si stringono forte la mano. Sonia Gandhi, la più giovane, elegantissima in sari verde mela orlato di rosa cipria, la fronte di vedova libera dalla tikka rossa delle donne indiane sposate, sembra trascinare l’altra sul proscenio. Pratibha Patil, la più anziana, copre modestamente il capo con un sari bianco che brilla di rosso e di oro ai bordi, nasconde lo sguardo emozionato dietro gli occhiali ed esibisce al centro della fronte il segno di distinzione della buona moglie indù. Così si presentano alla stampa le due donne più potenti dell’India: la presidente del Congresso e la governatrice del Rajasthan, con ogni probabilità futura presidente della repubblica indiana. Il 19 luglio prossimo migliaia di grandi elettori, fra parlamentari federali e statali, saranno chiamati al voto e la coalizione che governa il paese, insieme agli altri partiti della sinistra più radicale, ha fatto per tempo la sua scelta.

 

Una scelta concepita e voluta da Sonia e poi fatta scendere nella pratica dall’accorto tessitore di alleanze, il primo ministro Manmohan Sing. I più maligni attribuiscono la determinazione di Sonia alla notoria fedeltà di Pratibha alla dinastia Nehru-Gandhi, ma c’è dell’altro. Quando Sonia, da politica di livello, dopo aver portato il Congresso alla vittoria nel 2004, ha deciso di rinunciare in quanto italiana a un ruolo istituzionale, ha giurato a se stessa -secondo molti osservatori- che avrebbe regalato per altre vie alle donne indiane il gusto di essere protagoniste. All’uscita dalla riunione di designazione,infatti, le sue parole sono state solenni: “ A sessant’anni dall’indipendenza avremo l’orgoglio di presentare al mondo la prima donna presidente della repubblica indiana”.

 

Pratibha Patil è un’ammiraglia di lungo corso della politica, ma, come si è visto, è donna tutt’altro che banale: giurista di formazione, esperta di educazione, più volte parlamentare federale e statale, è stata ministro della regione di Mumbai e da ultimo governatrice di uno degli stati più importanti del paese.

 

Dietro le dichiarazioni di maniera, “la mia candidatura sarà di ispirazione per altre donne e dimostra che l’India rispetta il nostro genere”, c’è molto lavoro vero: contro la predeterminazione del sesso dei nascituri, per l’educazione delle bambine, per sradicare la schiavitù dell’imposizione della dote. Tant’è che il mondo delle associazioni femminili e femministe è in fibrillazione e, con l’occasione, chiede che sia rimessa all’ordine del giorno del parlamento la legge che prevede una quota del 33 per cento di seggi per le donne a tutti i livelli istituzionali, non soltanto nei consigli di villaggio come stabiliscono le norme attuali.

 

E c’è anche un bel carattere. Da governatrice del Rajasthan ha rifiutato di firmare una legge che penalizzava le conversioni al cristianesimo e il proselitismo da parte dei cattolici, guadagnandosi le ire degli integralisti indù, i complimenti dell’ arcivescovo cattolico di Delhi e la fama di personalità laica e tollerante. Pur essendo la prima donna di Jaipur, la “città rosa” , nota al mondo per “il palazzo dei venti” ornato di un merletto di pietra intarsiata dietro cui si nascondevano agli sguardi le nobildonne musulmane e per le meraviglie dell’architettura Moghul, non ha mai fatto sconti, sul piano dei principi, alla minoranza musulmana, che pure nelle regioni nord occidentali conta più che altrove.

 

Ce la farà? Trappole e sorprese in politica (e nella politica indiana) sono sempre possibili, ma viene accreditata di quasi il doppio di voti certi rispetto al candidato della destra e i grandi elettori degli stati più potenti si sono già mobilitati in suo favore.

 

E conterà, una volta eletta? L’India, come l’Italia, è una repubblica parlamentare, e i poteri del presidente sono forse ancora più limitati, ritagliati come sono stati per ovvie ragioni storiche sul modello della corona britannica.

 

Tuttavia la figura del presidente ha un forte significato simbolico, incarna l’unità della nazione in un paese fortemente pluralistico: non è un caso che l’attuale, Abdul Kalam,sia un musulmano, peraltro molto amato, tanto che la destra nelle ultime manovre tattiche, sembra lasciar cadere il suo candidato di bandiera per riproporlo e godere il vantaggio della sua popolarità.

 

In più la politica indiana negli ultimi anni sta cambiando: i partiti sono meno solidi, le coalizioni più instabili, i governi più brevi. Dunque i poteri tipici del presidente, nominare il primo ministro, rimandare le leggi alle camere, possono diventare assai meno formali. “Non sarò un presidente notaio”- ha subito dichiarato Pratibha ai giornali. Forse questa non è un’affermazione di maniera.

 

 

 

 

 

 

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