Una presidente controversa

Questo articolo é stato pubblicato sul quotidiano “La Stampa” il 20 luglio 2007

Delhi. Oggi, con tutta probabilità, l’India avrà la sua prima presidente donna a sessanta anni dall’indipendenza, ma purtroppo senza gioia. I 977 grandi elettori del parlamento nazionale e i 4896 delle assemblee legislative dei differenti stati si sono recati disciplinatamente a votare in una percentuale altissima, rispettivamente del 91% e dell’88,5% degli aventi diritto. Rastrapati Bhavan, l’immensa residenza ornata da una cupola regale, affiancata da colonnati corinzi da grandeur coloniale e protetta da un cancellata di ferro battuto ritmata da giostre di elefanti, insomma il Buckingham Palace dei tropici, aspetta il nuovo inquilino.

Eppure, poco dopo il quattordici giugno, giorno del solenne annuncio di Sonia Gandhi che Prathiba Patil sarebbe stata la candidata del partito del Congresso, della coalizione che lo sostiene e delle forze politiche della sinistra, l’entusiasmo è andato via via scemando.

Il Bharatiya Janata Party (BJP), il maggior partito d’opposizione ha organizzato una campagna battente contro la candidata, dai toni inconsueti, dato anche l’alto prestigio della carica, anche per lo stile infuocato della lotta politica indiana.

Le accuse rivolte a Pratibha Patil e ai suoi familiari sono da codice penale e dipingono la famiglia della governatrice del Rajasthan più come un’associazione a delinquere che come un insieme di onesti comprimari chiamati ad affiancare una così autorevole congiunta. Il marito, manager di una scuola, avrebbe indotto al suicidio un povero insegnante cui si rifiutava di pagare lo stipendio dovuto, il fratello avrebbe addirittura commissionato l’omicidio di un rappresentante del partito del Congresso che aveva scoperto svariate sue malefatte e minacciava di rivelarle. Prathiba stessa si sarebbe improvvisata imprenditrice e banchiera, nel primo caso ottenendo un prestito restituito solo in parte per aprire un zuccherificio poi fallito, nel secondo utilizzando una banca per micro crediti alle donne povere come copertura per foraggiare la sua avida famiglia.

Vero? Falso? Probabilmente in larga misura falso. Il BJP infatti ha tentato senza fortuna anche la carta dell’impeachment anticipato coinvolgendo nella vicenda la Corte Suprema (che in India gode di grande considerazione d’imparzialità) attraverso una petizione che chiedeva di dichiarare l’ineleggibilità della candidata. Diversamente che nella campagna mediatica, alla Corte sono stati consegnati solo i dossier sulla banca di micro credito, probabilmente quelli meno vaghi, e comunque il 13 luglio scorso il verdetto emesso ha escluso ogni motivo di ineleggibilità.

Se anche fossero tutte e solo calunnie, come è probabile, hanno sicuramente svolto una funzione decisiva, quella di cambiare il clima politico e di sottolineare impietosamente la fragilità della candidata. Su molti giornali comincia a emergere che Sonia Gandhi, la vera queen maker, avrebbe ripiegato su Pratibha dopo che almeno due suoi candidati sarebbero stati bruciati: il ministro degli interni Shivraj Patil, leader di primo piano e casualmente omonimo della candidata, inviso alla sinistra radicale, e Mohsina Kidwai, donna di temperamento e antica compagna d’arme di Indira, ma ancora una volta musulmana dopo l’uscente Abdul Kalam.

Intanto Prathibha prosegue per un mese il suo viaggio tra i grandi elettori, ma il suo staff sembra incapace di reagire alla violenza delle cariche d’artiglieria: l’unica contromossa polemica verso l’avversario della destra è ricordargli, essendo lui ormai un gagliardo ottantatreenne, di essere stato ufficiale dell’esercito britannico fra il 1942 e il 1948, quando i migliori lottavano per la libertà. Certo non un titolo di merito, ma un rilievo un po’ tardivo per un uomo politico di lunghissimo corso.

Tra ingenuità e goffaggini della cerchia di Pratibha, il vero obiettivo polemico diventa inevitabilmente Sonia, accusata di aver scelto più con il criterio della lealtà che del merito e di esporre la sua coalizione alle incursioni dei particolarismi regionali e dei franchi tiratori. Insomma è lei, la donna più potente dell’India, che sta mettendo in gioco la sua credibilità.

E l’opinione delle donne? Kalpana Sharma, una delle commentatrici politiche femministe più autorevoli del paese, dalle colonne dell’”Hindu” non concede nulla ai fucilatori di Pratibha, ma con una certa freddezza critica si pone delle domande di fondo. Davvero le donne indiane hanno così bisogno di rispecchiarsi in un figura simbolica come sembra sostenere Sonia? Non sarebbe il caso di chiedersi come mai in sessant’anni nessuna donna sia mai stata ministro delle finanze, degli esteri o degli interni?

Nel lontano giugno del 1948 Gandhi aveva dato la sua risposta a questo problema. Assistendo a un matrimonio di intoccabili aveva detto: “ mi auguro che il primo presidente dell’India indipendente sia una coraggiosa ragazza intoccabile”. E, di fronte agli astanti attoniti: “e perché non vi siete scandalizzati quando una ragazza inglese di diciassette anni è diventata prima regina d’Inghilterra e poco dopo imperatrice dell’India?”.

Forse, per far vivere davvero i simboli, ci vuole molta immaginazione al potere.

 

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