Pashota, l’amico dei marziani

Le fotografie sono di Laura Salvinelli

 

con Pashota

 

Il confine fra Gujarat e Rajasthan lo segnano i turbanti. Discretamente bianchi, intonati alle camicie e ai dhoti degli uomini della campagna, d’improvviso diventano rosa shocking, rossi, arancio, o di mille sfumature solari, quasi abbagliano come catarifrangenti nella vastità della pianura: abbiamo passato la frontiera.

 

Per la prima volta un lungo viaggio nel treno vero degli indiani, quello senza nessuna concessione ai comfort occidentali, quello di tanti film e di tanti romanzi. Spartane panche blu, finestre senza vetri, protette soltanto da sbarre orizzontali, portelli inesistenti e velocità di crociera così lenta che consente a tutti di salire e di scendere come nei vecchi tram . Gli scompartimenti sono come piccole piazze di paese: donne che cantano, anziani con gli occhiali d’osso e il cappellino bianco alla Nehru che non si capacitano che la straniera non mastichi nessun’altra lingua civile oltre all’ostico inglese, venditori di tutto, di samosa, di chai, il magnifico the indiano alle spezie servito in tazzine di terracotta, di insalate di cetrioli e pomodori al limone e peperoncino, di “soap paper”, la carta oleata immersa nel sapone profumato e confezionata in disegni pastello che in Italia collezionavo da piccola.

 

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I bambini, in divisa scolastica, si sbracciano a salutare il treno dai terrapieni. Accadeva anche da noi quando il viaggio era un sogno e un’avventura.

 

Sono diretta a Pushkar e non è solo turismo: ho un messaggio di un amico italiano per un amico indiano. Non si vedono e non si sentono da molti anni e io ho con me una mappa sommaria e il compito di ritrovarlo.

 

Pushkar è l’antichissima città sacra dedicata a Brahma, anzi con ogni probabilità è l’unico luogo sacro in India dedicato al dio Brahma che, forse per la sua unitarietà e il suo tratto apollineo, non ha mai stimolato la fantasia degli indiani quanto Vishnu e Shiva, inesauribili fonti di arte, di storie e di leggende. Il lago minuscolo, brulicante di pesci, anguille e tartarughe in un groviglio primordiale perché nulla a Pushkar può essere ucciso, i ghatt, i sari stesi ad asciugare perpendicolari all’acqua lungo i sacri gradini, i palazzetti dei maraja sempre pronti per i pellegrinaggi del signore e della sua corte, i sadhu immobili e seminudi.

 

Probabilmente Pushkar è rimasta uguale e e stessa per tremila anni e più, finché, come dice una mia amica, sono arrivati i marziani. I freak con i jeans, i capelli lunghi, le chitarre, il libero amore, un po’ di soldi (moltissimi per gli indiani) e la voglia di godersi un luogo che, per antica tradizione, consente di fumare canne in assoluta libertà. Sono comparsi gli alberghi, i negozietti, i ristoranti, il disordine multicolore del cosmopolitismo giovane, ma i sacri ghatt sono senza tempo, come prima che atterrassero le astronavi.

 

Il mio amico da giovane era un marziano e Pashota, l’amico indiano, gli ha fatto da guida e da protettore nel paese sconosciuto.

 

Come trovarlo? Pushkar è piccolissima e il suo assetto corrisponde a un’urbanistica mitologica e semplice concepita da Brahma e dalle sue due mogli in conflitto fra loro.

 

Brahma lanciò un petalo di loto in mezzo a una conca verdeggiante e ne scaturì il lago, poi decise di prendere moglie. Scelse Saivitri, ma la vanitosa impiegò troppo tempo ad agghindarsi per le nozze e il dio non sopportò di aspettarla. Così, enorme scandalo, scelse una moglie intoccabile della tribù dei Gujar, Gayitri. Umiliata, Saivitri si rifugiò in cima alla collina più alta che circonda la conca del lago, non prima di aver lanciato le sue maledizioni: al marito traditore perché non fosse adorato in altri luoghi oltre a Pushkar e alla rivale perché la sua tribù fosse segnata per sempre dalla schiavitù e dall’umiliazione. Maledizione efficacissima anche quest’ultima, a giudicare dalle cronache politiche recenti: nel giugno scorso i Gujar, esasperati per la loro povertà e marginalità, hanno infiammato il Rajasthan con una rivolta violenta durata quindici giorni.

 

Comunque, alla fine anche Gayitri riuscì a prendere possesso di una collina,naturalmente più bassa di quella della Saivitri e opposta alla sua. Ecco. Pushkar è tutta qui: il lago, i meravigliosi ghatt, gli accampamenti dei marziani e le due colline con i due mandir (templi) dedicati alle due mogli rivali.

 

Pashota, l’amico indiano, sta lungo la strada che sale verso il tempio di Savitri, è un bramino, guida e governa un piccolo tempio con l’aiuto della sua famiglia.

 

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Ci accoglie all’entrata un’enorme testa di cartapesta in memoria di un saggio maraja, poi arriva lui ridente e loquace. L’italiano si mescola all’inglese: i suoi marziani erano italiani, li ha scarrozzati sui cammelli, li ha protetti e se ne è fatto proteggere, ne ha raccolto le fotografie che ci mostra con orgoglio e nostalgia, è venuto a trovarli ai quattro angoli della penisola, da Brescia a Venezia, da Napoli a Genova. Poi, forse quando le astronavi migliori hanno lasciato il suo pianeta, con l’aiuto del mio amico è tornato alle sue radici: ha rimesso a posto un antico piccolo tempio, ha scoperto e decorato di rosso le fattezze di un Ganesh “naturale” dall’intrico di un grande albero di baniano, ha dissodato un bel giardino e lentamente cerca di mettere in piedi un piccolo ashram per turisti e pellegrini.

 

Mi è sembrato felice. Sappilo, amico italiano.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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6 risposte a “Pashota, l’amico dei marziani

  1. Ciao Mariella,
    sono Flavia Novelli e per la prima volta entro nel tuo blog e ti ritrovo con un sorriso e un volto sereno che a Roma difficilmente ti ho visto. Sei la prova vivente che nell’aiutare gli altri si aiuta per primi se stessi. Quello che stai facendo è meraviglioso; sicuramente faticoso e impegnativo ma, da quel che intuisco, ricco di soddisfazioni e nuove scoperte.
    Ti mando un caro salutoFlavia

  2. In un paese in cui uomini e vacche sono magri magri, i bramini sono grassi grassi. Un bel bramino grasso è certamente l’orgoglio della sua comunità. Mi chiedo se a un certo punto, dopo averli ingrassati per benino, li macellino (con la necessaria delicatezza, s’intende). Il tuo, tenerello come sembra, con una mela in bocca farebbe certamente la sua figura.

  3. Cara Mariella,
    spero ti arrivino le nostre vibrazioni ogni volta che ti nominiamo. E io e Natalia lo facciamo spesso.
    L’ultima volta ieri sera, davanti ad un bicchiere pieno di qualche succo dal sapore esotico, ripensavamo a tutte le volte che ci hai emozionato con le tue parole. E’ bello almeno leggerti, circondate dalla desolazione e dalla mediocrità dei nostri uffici pubblici.
    Ci manchi.
    Lidia

  4. io ho scoperto stanotte il suo blog, e l’ho subito aggiunto tra i preferiti del mio.
    I suoi racconti dell’India sono molto affascinanti…
    Continuerò a seguirla con estrema curiosità.

    Un saluto, Simo.

  5. mia cara,
    ti seguo, ti seguo e mi sento anch’io un po’ in viaggio e in tua compagnia. E di questo ti ringrazio molto, ma una domanda mi sale alle labbra, quando guardo le piante dei tuoi piedi,
    spesso in primo piano e così maledettamente pulite, dopo tutto quel camminare.
    Ma come fai?
    Non mi dire che adesso voli.
    Incomincio a pensarlo, altrimenti non saprei spiegarmi il mistero.
    Con affetto Marina F.

  6. Non penso si tratti di “aiutare qualcuno”….
    in realtà noi “westerner” andiamo da loro per
    trovare risposte alternative alla vita stressante e cercare di mettere un freno alla “ruota” che da noi
    corre troppo veloce e che non possiamo piu’ fermare. Siamo noi che veniamo aiutati ad aprire gli occhi con un sorriso che molte volte abbiamo perso, vorremmo anche noi in fondo essere come loro “vivere il presente” invece di pensare solo al nostro passato e al nostro futuro come se fosse una condanna. Alla fine, quando siamo li
    non ci resta che camminare o al massimo pedalare, e la “ruota” rallenta…. Bolenath!

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