A sessanta anni da quella fatidica mezzanotte

Questo articolo é stato pubblicato sul quotidiano “Il Riformista” il 15 agosto 2007

Allo scoccare della mezzanotte,mentre il mondo dorme, l’India si sveglia alla vita e alla libertà”- era la mezzanotte fra il 14 e il 15 di agosto 1947 e, mentre si ammainava l’Union Jack dalle piazze e dai monumenti di Delhi, la voce vibrante del Nehru si diffondeva dagli altoparlanti dei saloni di quello che era stato il Consiglio Legislativo del Raj e correva di villaggio in villaggio, dal Kashmir al Kerala , ovunque ci fosse una radio.

Sessant’anni sono passati e il risvolto notturno, inquieto, sempre parzialmente irrisolto, di quella libertà ha ispirato i titoli di almeno due libri: “A mezzanotte la libertà”, l’incalzante reportage storico di Dominique La Pierre e Larry Collins, e “I figli della mezzanotte”, il più bel romanzo del troppo prodigo Salman Rushdie, una sorta di “Cento anni di solitudine” indiano.

 

Tanto sangue in questi sessanta anni, troppo per la patria della pace e della non violenza. Gli orrori della “Partition”, l’assassinio dell’ amato padre delle patria per mano degli integralisti indù pochi mesi dopo, una guerra contro la Cina, tre guerre contro il Pakistan, infiniti conflitti interreligiosi e intercomunitari che hanno tra l’altro causato la morte violenta di due presidenti del consiglio, Indira nel 1984 per mano dei sikh, Rajiv nel 1991 per mano delle Tigri tamil.

 

Eppure la democrazia indiana è viva,vegeta e cresce. In quel 1984 di dolore, vendette e impotenza che seguì la morte di Indira, nessuno avrebbe mai immaginato che la potentissima Unione Sovietica si sarebbe congedata dalla storia ben prima di lei.

 

L’India colta, molto colta quando lo è, si prepara al sessantesimo tra orgoglio, timore e autoanalisi.

 

L’orgoglio è il nuovo mantra della modernità, il fatidico Pil che viaggia a più del 9 per cento d’incremento all’anno: indicatore reale o feticcio per economisti che sia, certo fa brillare di speranza gli occhi dei giovani, speranza di un futuro migliore, di un buon lavoro, possibilmente nel mitico mondo dell’informatica, di un casa piena di gadget multimediali e di elettrodomestici, magari in un compound con giardino e piscina condominiale.

 

Il timore è quello degli eterni ingombranti vicini a oriente e a occidente. La Cina, invidiata, detestata, ammirata, raramente amata, ma sempre vissuta come un punto di riferimento competitivo, soprattutto nell’istruzione di base e di recente, purtroppo, anche nell’istruzione universitaria che in India ancora è figlia del Raj e si rinnova troppo lentamente. Il Pakistan, che dopo le vicende della moschea di Lal Masijd a Islamabad e lo scivolamento faticosamente resistibile verso l’integralismo, diventa sempre più, o un temibile punto di riferimento per le minoranze musulmane indiane, oppure, come è già successo nel 2002, un ottimo pretesto per chi le vuole perseguitare e accusare di anti patriottismo.

 

La nostalgia si incarna in due icone , Harilal Gandhi e Edwina Mountbatten, che occupano rispettivamente gli schermi e le pagine culturali dei quotidiani. Dopo il successo mondiale di Richard Attenborough, gli indiani propongono quest’anno il loro film su Gandhi: é un Gandhi intimo e privato che ha scandalizzato più di un benpensante, ma dice anche quanto bisogno di disincanto ci sia nel paese. “Gandhi, mio padre” è la storia di un fallimento: il padre della patria non ha riserve di accoglienza e dolcezza per il figlio Harilal che passerà la vita in pirotecniche ribellioni. Truffatore, polemicamente convertito all’Islam, morirà alla fine alcolizzato, pochi mesi dopo il padre, in un bordello di Bombay.

 

Edwina rivive invece in un libro della figlia Pamela. E con lei i vestitini a fiori stampati e le scarpette bicolori degli anni quaranta, gli ottocento servitori e le mille stanze della viceregina negli ultimi giorni del Raj. Ma soprattutto rivive un amore, romantico e proibito: quello fra la moglie del viceré e il primo presidente dell’India democratica, Jawaharlal Nehru. “Abbiamo parlato con tanta intimità -le scriveva lui in quell’infuocato 1947- come se un velo si fosse squarciato e d’improvviso abbiamo potuto guardarci fissi negli occhi senza paura e senza imbarazzo”. Molti anni dopo, alla morte di Edwina nel 1960, la marina indiana in picchetto d’onore inonderà il mare di Portsmouth di corone di calendule inviate dal suo presidente. In un mondo in cui non esiste che l’America e le sue prosaiche promesse, la grazia di queste foto fanées rimanda a un rapporto fortissimo fra India e Inghilterra che oggi si spegne, che spesso è stato odio, ma non di rado è stato anche grande amore , non solo fra Jawaharlal ed Edwina.

 

Ma ,ciò che sta oltre i sentimenti correnti ed esibiti, ed è un’angoscia tanto potente da diventare rimozione, è l’abisso di diseguaglianze che ancora segna il paese.

 

La più grande democrazia del mondo sembra ancora molto lontana dalla risoluzione dei più elementari problemi di redistribuzione e di giustizia sociale. La stessa rivoluzione informatica è largamente orientata all’esportazione e ricade sul mercato interno solo per 8,2 miliardi di dollari.

 

Ma, stando ai dati dell’ultimo censimento del 2001, è ancora l’alfabetizzazione tout court il grande problema, con impressionanti divari geografici e di genere: l’insieme degli alfabetizzati è il 65,38 della popolazione, ma i maschi sono il 75,85%, mentre le femmine il 54,16%.

 

Anche i bambini, il patrimonio del futuro, sono esposti a grande rischio: benché il tasso di povertà sia fortemente diminuito in India, dal 55% del 1973 al 26% del 2000, ancora oggi il 46% dei bambini sotto i tre anni di età é sotto peso e la malnutrizione diminuisce assai lentamente, solo di un punto ogni otto anni.

 

Vecchi ostacoli, il pregiudizio di casta prima di tutti, hanno impedito ai padri della patria di attuare davvero il loro socialismo. Oggi le sirene neoliberiste cantano le lodi dello sviluppo così com’è e una classe politica assai più fragile troppo spesso le lascia cantare.

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Una risposta a “A sessanta anni da quella fatidica mezzanotte

  1. bellissimo reportage come del resto gli altri. niente di geniale da aggiungere solo vorrei segnalare un romanzo storico meraviglioso sulla divisione dell’india. l’autrice, che appartiene alla piccola comunità parsi ed è nata a Karachi si chiama Bapsi Sidhwa e nel suo “La spartizione del cuore” (edito da Neri Pozza), narra lo spaventoso esodo di popolazione che seguì la spartizione a partire da Lenny, una bimba di Lahore, che la vede arrivare in casa propria, tra i musulmani, indù, parsi e cristiani che lavorano in famiglia e che d’un tratto si trovano nemici.

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