Sigaraie in uno slum tutto blu

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E’ difficile definire Dudewers uno slum. Del resto, da che vivo ad Ahmedabad ho imparato che poche parole sono così imprecise come “slum”. Slum è l’orrore delle tende di plastica in mezzo all’immondizia , slum è la fila di negozietti lungo le grandi strade, di fronte a cui si dorme in una veranda di fortuna aspettando l’alba e il nuovo ciclo di lavoro, slum è la piccola enclave in muratura quasi dignitosa, con un abbozzo di fogna, i gabinetti in comune e le mucche a far da portiere del condominio. Slum è tutto ciò che sta al di sotto della rispettabilità del ceto medio e dunque é anche Dudewers, l’angolo di città con la massima concentrazione di sigaraie di bidi.

 

Ma Dudewers, cosa rara, è molto bello. Vi si entra alla disperata, superando un strada di terra battuta su cui ha incrudelito il monsone. Ma, dove finisce la melma, un enorme portone blu, intensamente dipinto di blu e incastonato nella pietra, regala al piccolo quartiere una grazia regale. Dentro un tempio dedicato ad Hanuman, l’amatissimo dio scimmia, protagonista del rocambolesco salvataggio di Sita dalla grinfie del demone Ravana e della sua restituzione a Rama.

 

Abituata come sono ad imbattermi in decine di versioni bollywoodiane e antropomorfe di Hanuman, mi commuove l’idolo senza tempo del piccolo tempio: la statua è dipinta di un rosso intensissimo che sfuma nell’arancio e contrasta con gli occhi grandi, di bachelite bianca e nera . Più che un dio indiano pare un idolo animista. In mezzo al piccolo slum, che è anche un luogo chiuso, castale, da famiglia estesa, un enorme ibiscus fiorito. Dietro, in un cortiletto, le sigaraie di bidi.

 

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Il bidi è la sigaretta indiana dei poveri. Costa sei rupie (dieci centesimi di euro) a pacchetto, ogni pacchetto ne contiene venticinque e ha la forma di un tronco di cono. Nessuno che abbia fatto un po’ di fortuna fumerebbe mai un bidi. La carta che lo avvolge è piacevolmente antiquata, con disegni stampati di Ganesh, di un signore al telegrafo, di un illustre inventore del passato.

 

Chi li fabbrica? Spesso una percentuale consistente di quei 44 milioni di bambini indiani sotto i 12 anni che ancora lavorano e duramente. Nel caso del gruppo che incontro, donne invece, come sempre quando si tratta di adulti: agli occhi degli uomini è un lavoro troppo umile e mal pagato.

 

Il gruppo che vedo al lavoro è composto di sei donne: la prima pulisce e raschia le foglie esterne che raccoglieranno il tabacco, la seconda definisce le misure con cui dividere le foglie e le taglia, la terza e la quarta riempiono e arrotolano i bidi, la quinta lega ogni bidi con un filo, la sesta, con un secondo filo, unisce un pacchetto di venticinque.

 

Durante il lungo, monotono lavoro che si svolge sedute per terra in una veranda, piccolo riparo d’ ombra per le case di più famiglie, tornano, da scuola e dal lavoro, i vicini dirimpettai. D’improvviso un immenso televisore a colori abbaia suoni sulla nostra quiete: intravedo una donna ingioiellata, matura e ampia di forme, che si rivolge minacciosamente a una fanciulla, un giovanotto dagli occhi sgranati che promette amore mentre spinge lentamente la sua diletta sul dondolo del giardino. Insomma è la telenovela indiana che d’improvviso mi ricorda lontanissime polemiche italiane, quando nei primi anni sessanta comparve la tv fra i baraccati e si gridò allo scandalo.

 

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Oggi ad Ahmedabad circa diecimila sigaraie di bidi sono organizzate e tutelate da Sewa, ma c’è una lunga storia sindacale che le riguarda che inizia nel 1978.

 

E’ in quel periodo che la lavorazione dei bidi si caratterizza come lavoro a domicilio tipicamente femminile e chiudono alcuni tabacchifici che prima esistevano. Il lavoro era molto duro, si guadagnavano quattro rupie al giorno per trattare materiale sufficiente per 1000 bidi ed inevitabilmente la madre finiva per coinvolgere tutta la famiglia (bambini piccoli compresi) in un lavoro che comporta la continua respirazione di polvere di tabacco e notoriamente espone alla tubercolosi.

 

Ogni lavoratrice era alla mercé del mediatore che le forniva il materiale e che poteva accusarla i averlo usato male, di non aver ottenuto tutti i bidi che poteva, o addirittura di averlo trattenuto per fare affari per conto suo. Benché le sigaraie di bidi fossero tutelate da un’importante legge del 1966 che prevedeva un salario minimo, cure mediche gratuite e assistenza alla maternità, nessuno si prendeva cura di applicare la legge. Anzi: poiché era in indispensabile una carta di lavoro per avere l’assistenza medica e accedere agli altri benefici, spesso i datori di lavoro rifiutavano la carta, oppure la emettevano sotto falso nome, possibilmente maschile, per evitare di concorrere all’assegno di maternità.

 

Per anni Sewa ha condotto, in questo ambiente di lavoro, lotte epiche. Ha ottenuto che il salario minimo, che nel 1987 era ancora di quindici incredibili rupie al giorno, venisse almeno applicato. Ha ottenuto dal governo di essere l’autorità garante per il rilascio effettivo e l’autenticità delle carte di lavoro. Ha fatto aprire un vero centro medico che migliaia di donne utilizzano sia per la prevenzione e la cura delle malattie legate al loro lavoro, sia per l’assistenza durante la gravidanza e il parto.

 

Non sono certo un’aristocrazia operaia le sigaraie di bidi, ma la dignità di Dudewers sarebbe stata impensabile alla fine degli anni settanta.

 

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