Il deserto,gli aironi e i pastori

dscn0441.jpgIl Rann del Kutchch, il deserto di sale che si espande bianco e luminoso a perdita d’occhio, è ai confini del mondo. Finiscono le colture e non resta che un piccola strada che corre nella luce abbagliante. Ora, che il monsone non è ancora alla fine, l’acqua si mescola al sale e stormi di aironi rosa dalle ali macchiate di nero avanzano guardinghi raccogliendo il pesce dal fondo salino con i loro becchi a pala. Alla vicinanza degli uomini si sollevano in volo nel vuoto dell’azzurro.

 

In mezzo al deserto sta Khadir, un’isola di dodici villaggi, dove si coltivano miglio e leguminose che sono alla base dll’onnipresente “dal” dell’alimentazione indiana. Vicina, un’altra isoletta è una postazione militare: cento soldati tengono d’occhio il confine pakistano, al di là di quella distesa di sale che sembra non avere fine.

 

Balasar è l’ultimo avamposto prima del nulla: poche case poverissime, acqua piovana per lavarsi, un piccolo bar tra le mucche e i bufali dove i cooperanti bevono “thumb up”, la coca cola indiana, dopo i loro sopralluoghi nei villaggi. La cooperazione italiana, infatti, dopo lo spaventoso terremoto del 27 gennaio 2001, che ha colpito soprattutto il Kutchch, è arrivata fin qui: con Movimondo, un programma di agricoltura sostenibile per undici villaggi e un bravissimo capo progetto di cui sono diventata amica, un lupo solitario che non vuole essere nominato. Nel gruppo di coloro che, nel gergo della cooperazione, vengono chiamati “beneficiari” ben 863 famiglie,il quaranta per cento del totale, sono senza terra.

 

Il progetto ha lo scopo di far condividere ai contadini banche di sementi, di sostenere l’agricoltura di insediamento attraverso piccole dighe che contengano e conservino l’acqua del monsone, di favorire i gruppi di risparmio e microcredito bancario, che sono diventati ormai così popolari che una circolare della “Reserve bank of India” del 30 giugno 2005 invita formalmente tutte le banche a dedicare un ramo d’azienda a questo scopo, a formare i quadri per trattare con pastori e contadini e a considerare la faccenda un “business”, dato che le mancate restituzioni sono sotto il 5 per cento.

 

Ma le popolazioni, davvero le popolazioni, sono il grande patrimonio, la sorpresa che lascia senza fiato.

 

Tuttavia ci avviciniamo per gradi. A Nilpar, lungo la strada verso Balasar, c’è una grande scuola gestita dal GSS (associazione per l’autogoverno locale), la Ong indiana d’ispirazione gandiana partner di Movimondo.

 

Bambine e bambini in divise blu festeggiano Raksha Bandhan, la festa di fratello e sorella di cui parla anche Vikram Seth ne “Il ragazzo giusto”, il romanzo dove la tenerezza fra fratello e sorella ha un posto speciale. Si scambiano un piccolo braccialetto di stoffa in segno di reciproca protezione. Il braccialetto non andrà tagliato per nessun motivo, potrà essere tenuto fino alla distruzione, o sciolto e lasciato galleggiare nell’acqua, oppure sepolto in una pianta di basilico, sacra agli dei per tradizione. Sembra riaffiorare spesso in India, di fronte alla durezza del vincolo coniugale e della vita matrimoniale, il bisogno di ricostruire legami tra le ragazze e le loro famiglie d’origine. Alla fine della festa i ragazzi piantano ciascuno, nel giardino della scuola, un albero di Neem in onore delle loro sorelle e il maestro non manca di ricordare alla famiglie quale grave colpa sia sbarazzarsi di una bambina.

 

Ma i Parkara koli, la tribù più povera e marginale del progetto (che ha una quota garantita nella scuola di Nilpar), non si sbarazzano delle bambine: non esistono fra loro né infanticidi, né aborti selettivi. Vivono nei Vandhs, villaggi isolatissimi in terre aspre di argilla e calanchi, sono immigrati qui dal Pakistan duecentocinquanta anni fa, ma pochissimi hanno titoli formali di proprietà della terra, così non hanno diritto a nessuna facilitazione governativa e i loro appezzamenti spesso non sono irrigui. Solo dodici Vandhs su trentatré della zona hanno una scuola, la grande maggioranza dei bambini rimane analfabeta e un misero 27 per cento accede a uno scampolo di istruzione. La mezzadria del Kutchch è quanto di più brutale si possa immaginare: si è mezzadri per il tempo del raccolto e solo sul raccolto, il padrone non è tenuto a investire nulla e la terra, non amata e non coltivata per il resto dell’anno, dà poco a tutti, ai contadini, ai padroni, al paese. Per il resto dell’anno i Parkara koli emigrano in altre zone del Kutchch e del Gujarat, lavorano i sale e il carbone e spesso, per disperazione, vendono sotto costo. Mi raccontano che, all’inizio del progetto, i Parkara koli, quando vedevano avvicinarsi qualcuno della casta Darbar, con cui sono storicamente indebitati, scappavano dalle riunioni per il terrore che la propria autonomia comportasse la loro vendetta. Eppure a Malu Wan, verso sera, la miseria non scuote l’anima: i Parkara koli hanno ricostruito le loro case tradizionali dopo il terremoto, hanno dipinto le porte con ogni sorta di animali, puliscono antichi aratri sbalzati in ferro. Le donne cucinano con i loro braccialetti d’argento che coprono l’intero avambraccio, portano gonne e corpetti aperti sulla schiena che non tralasciano una sola sfumatura del rosso, del verde, del giallo. Ma il monsone non è finito e le colture quest’anno sono rigogliose: per le povere cene di chapati di miglio e curry c’è ancora tempo.

 

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Dhabada, il villaggio di un’altra tribù, i Rabari (cui sono dedicate tutte le fotografie tranne quella della porta dipinta, che è di Malu Wan), è più ricco e più animato. I Rabari sono pastori e come tali si ritengono discendenti diretti di Krishna, cui sono devotissimi. Guidano nelle radure enormi greggi di pecore bianche dal muso e dalle orecchie rigorosamente nere, mandrie di mucche e di bufali. Si aggirano sotto la pioggia del monsone fra i cespugli bassi, un panno bianco sulla testa, raramente un ombrello. Sono l’incarnazione antica di un mestiere che forse nel mondo ha ancora pochi decenni di vita.

 

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Ma soprattutto sono teatrali, creativi e narcisi nel loro abbigliamento, come attori consumati. Turbanti, orecchini con pietre incastonate, giubbotti colorati, gli uomini. Abiti scuri, su cui risaltano gioielli d’argento senza limiti di peso e dimensioni, le donne.

 

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2 risposte a “Il deserto,gli aironi e i pastori

  1. Gentile Mariella, ho letto con interesse e con orgoglio il suo articolo sull’India. Con interesse perché certi situazioni, quando vengono vissute in prima persona hanno un fascino diverso e trasmettono, a chi legge, un’emozione particolare diciamo “da brivido”. Con orgoglio perché sono una collaboratrice di Movimondo, nella sede di Roma, e fa piacere sapere che c’è qualcuno che ancora sa riconoscere il lavoro di una ONG e sa cosa significa vivere in certi luoghi! Complimenti per il suo articolo e la ringrazio a nome di tutta MOVIMONDO

  2. Grazie a lei! Credo che troppo pochi sappiano quante belle persone ci sono nelle ong italiane.

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