Meno bambine, meno mogli

Questo articolo è stato publicato sul quotidiano “Il  Riformistail 4 settembre 2007

Meno bambine, meno mogli. A vent’anni dall’appello accorato di Amarthya Sen sui cento milioni di bambine mancanti nel continente asiatico, purtroppo poco è cambiato, tranne il fisiologico trascorrere della vita e l’affacciarsi all’età del matrimonio di coorti statistiche zoppe, dove ogni cinque maschi manca una donna. Ovunque appaiono fenomeni perversi: in Cina torna in auge il ratto delle mogli, in Corea del sud si importano le ragazze da alcune etnie coreane del nord della Cina, oppure ci si spinge fino alle Filippine.

 

Nell’immensa India, l’incrocio dei matrimoni avviene fra gli stati : il nord maschilista, gerarchico, ossessionato dal figlio maschio fino a ridurre le bambine alla vergognosa percentuale di 80 ogni cento maschi, è costretto a chiedere soccorso al Kerala, l’incantevole terra verdeggiante del Sud, la terra di canali e palme, di cristiani gioiosi che adorano dei Gesù bambini colorati come piccoli Krishna. E anche la terra famosa per il suo “comunismo dal volto umano”, dove, non solo ci sono più bambine che maschi , ma la percentuale dell’alfabetizzazione femminile è quasi da paese del primo mondo, 87 per cento contro il 54 per cento medio dell’India. Dove, però, la povertà non è stata sconfitta al punto tale da non rendere appetibile un matrimonio rischioso per un ragazza che abbia superato il crinale, qui da condanna senza appello, dei trent’anni.

 

Fra Delhi e il Punjab si stende, invece, l’Haryana, una terra secca e desolata, benedetta solo dalle generose rimesse dei suoi emigranti. E’ qui che negli anni ottanta, prima che nel 1994 passasse la legge che vieta la predeterminazione del sesso, giravano flotte di pulmini tecnicamente attrezzati che rintronavano i villaggi dagli altoparlanti: “paghi 500 rupie ora, ne risparmi 50.000 dopo per la dote”. E’ qui che oggi il 36% dei maschi in età fertile non è sposato.

 

Rambir, trentatré anni, del villaggio di Sorkhi, quinto fratello di una famiglia di scapoli, nel luglio scorso ha preso la ferma decisione di sfuggire al destino comune. L’esempio da seguire era a portata di mano: il suo vicino aveva già sposato un donna del Kerala, come accade, in almeno un pugno di casi, anche nel più minuscolo dei villaggi. Nelle mani la foto della promessa sposa, si è messo in treno per tremila chilometri per definire matrimonio e accordi. Niente richiesta di dote alla sposa, niente costosa festa di nozze, il che, date le tradizioni indiane, già colloca il rito e il vincolo nella serie delle relazioni meno pregiate e meno solenni,ma solo le spese di viaggio e un buon compenso alla mediatrice ( l’equivalente di centocinquanta euro, una piccola fortuna) come impegni economici per lo sposo.

 

Le ragazze del Kerala, che sono povere, ma civili e non sprovvedute, chiedono solo due solenni promesse in cambio della loro disponibilità: un decoroso gabinetto in muratura vicino alla capanna dello sposo per non andare a nascondersi nei campi, come è ancora largamente in uso in India, e la possibilità di tornare a partorire sotto la protezione della propria famiglia d’origine, dato che non sfugge loro che tanta scarsità di bambine nelle terre dei loro promessi non è un casuale infierire del destino.

 

Il resto è affidato al caso e alla buona sorte. Dovranno adattarsi a una nuova lingua, talvolta a una nuova religione, essere accettate benché non collocabili nel barocco sistema castale dell’India del nord, imparare a cucinare “i chapati”, l’immancabile pane azzimo di quelle regioni, e dimenticare riso e dhosa, le loro delicate focacce sottili simili a crèpes. Ma, soprattutto, dovranno accettare l’autoritarismo e il patriarcalismo del nord: rinunciare a quel po’ di emancipazione considerata naturale nella famiglia d’origine, abituarsi a chiedere il permesso alla suocera per ogni sciocchezza, compresa una visita alle case o alle capanne dei vicini.

 

Chi ingenuamente avesse pensato che la scarsità di donne le avrebbe rese un bene raro, dunque più protetto e apprezzato, temo che si debba ricredere. Il sistema di regole patriarcali e il governo del territorio sembrano avere la meglio sul numero ridotto di spose. Come non di rado accade ai nostri giorni, il peggio, dal punto di vista della civiltà, sembra divorare il meglio e consegnarlo alla marginalità , facendo eclissare dal mondo contemporaneo il sogno progressista.

 

Questi uomini,almeno nella loro maggioranza, sembrano piegare alle loro leggi di sempre le donne di altri luoghi con lo stesso crudele disamore con cui hanno impedito alle proprie di nascere.

 

 

 

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3 risposte a “Meno bambine, meno mogli

  1. Ciao Mariella,
    ti leggo e ti vedo sempre molto volentieri e penso che grande vantaggio per te esserti addestrata come giornalista.. Oggi torna molto utile per stare con noi e restituirci il senso del lavoro lì.
    Ripenso ai cristiani gioiosi che adorano dei bambini Gesù colorati perchè solo di recente ho visto non solo i tanti modi di vivere la religione cristiana (tantissimi già presenti in Italia) ma gli effetti delle diverse religioni negli equilibri tra i sessi. In Niger la popolazione è mussulmana, i cristiani pochissimi e la messa della domenica è un tripudio di corpi femminili colorati, sciolti, mescolati ai corpi maschili, come sempre meno si possono vedere nelle strade di città e nei villaggi. In Togo ho raccolto confidenze di donne sposate per le quali la pratica cristiana vissuta insieme al marito pare abbia traformato la visone che lui aveva della compagna molto amata ma, prima, non percepita come “persona”.
    Non pensavo… da noi l’ossione sessuale della chiesa cattolica ci ha impedito di leggere questo risvolto personalista.
    Sta bene e abbi cura di te, spero in compagnia di figlia o figlio. Bacioni
    Paola

  2. Ciao Paola,
    grazie di esserti fatta viva. Ti risponderò anche privatamente, ma mi fa molto piacere lasciare le mie riflessioni anche qui. Proprio in questo ultimo mese – sono in Tamil Nadu, vivo in una comunità secolare, ma fortemente ispirata da una leadership (in questo caso di una coppia) cristiana – mi sto misurando con la cultura cristiana così come si declina in India. Ci sarebbe moltissino da dire, anche su una devozionalità molto semplificata, ma quello che conta davvero è che qui il cristianesimo, insieme al buddismo che assume quanto a questo forme anche più militanti, fa parte delle religioni degli “oppressi”. Di quelle religioni cioè che non si riconoscono in nessun modo nella pervasività del pregiudizio castale che ancora mortifica la coscienza di questo paese. Qui sta, almeno secondo me, per l’India il nocciolo fondamentale di quello che tu chiami personalismo e che poi può prendere tante altre sfumature e pieghe. Del resto Gandhi ce lo ha insegnato molto bene.
    Anche tu abbi cura di te. Anche in Italia occorre. Abbracci,
    Mariella

  3. Interessante articolo, soprattutto per me che sto ultimando una tesi dottorale in Diritti Umani sulla Legge sul figlio unico della RPC e i diritti riproduttivi. Io sono stata 2 anni in Cina e comprendo bene le spietate gerarchie familiari che governano le relazioni sociali in Asia. Grazie per questa finestra sull’India, che, come la Cina, sono considerate solo come “attrazioni economiche” e non come Paesi in cui la cooperazione allo sviluppo è ancora necessaria per un’emancipazione sociale di genere.

    Buona giornata.

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