Quando le donne sono leader

Questo articolo uscirà il 3 ottobre su “Rassegna sindacale”, in un numero dedicato al rapporto fra cooperazione e politiche di genere, e vuole dare qualche primo spunto sul progetto di collaborazione costruito insieme da Sewa (Self employed women’s association) e Progetto Sviluppo.

Se per le strade di Ahmedabad (la capitale del Gujarat, dove il progetto di cooperazione di Progetto sviluppo e Sewa sta realizzandosi) incontrate una ragazza in moto avvolta in un chador che la copre dalla testa ai piedi , con mani e braccia protette da lunghi guanti bianchi, non lasciatevi ingannare. Non sta seguendo le più rigide regole della purdah: in novantanove casi su cento, alla sosta in ufficio o all’università,uscirà da bozzolo con un paio di jeans di buon taglio e una lucente maglietta alla moda che voleva proteggere dalla polvere della strada; in novantanove casi su cento fa parte dell’élite delle ragazze che corrono, insieme al Pil che cresce, verso l’emancipazione.

 

Se all’uscita di uno slum vedete una figura femminile flessuosa, avvolta in un sari azzurro senza una macchia, i lunghi capelli lucidi raccolti in una lunga treccia , non lasciatevi ingannare. Non è una principessa nomade: più probabilmente è una sigaraia di bidi, che rischia la tubercolosi , che guadagna non più di venti rupie (meno di mezzo euro) al giorno, madre di un bambino che fa parte di quel 46% di bambini indiani sotto i tre anni ancora denutriti o malnutriti, la cui dignitosa povertà è costata a Sewa vent’anni di lotte sindacali, per il salario minimo, per la tutela della maternità, per la carta ufficiale di lavoro.

 

L’India è così, ombre e luci, disperazione e ottimismo. Non è un pugno nell’anima come l’Africa, o almeno come l’Africa come io me l’immagino.

 

Ma l’India che si affaccia allo sviluppo con tante ambizioni è ancora il paese dove il 45% delle donne sono analfabete. Questa è una delle ombre senza luce. Questo è il punto fondamentale da cui parte il lavoro comune fra Progetto sviluppo e Sewa (Self employed women association), il sindacato autonome delle donne indiane, noto nel mondo per il suo impegno per le lavoratrici non tutelate del settore informale (il 93% delle donne che lavorano in India) e per essere stato una delle organizzazioni pioniere del microcredito.

 

Nel lontano 1972, quando Sewa nacque dal bozzolo del sindacato dei tessili, impegnarsi sulla conoscenza era un lusso: i più elementari diritti umani, oltre che sindacali, delle lavoratrici più povere erano mortificati ogni giorno. Solo nel 1990 nasce l’Academy, il ramo dell’albero organizzativo di Sewa dedicato alla formazione, alla comunicazione, all’innovazione tecnologica con cui Prosvil lavora: nasce felicemente all”inizio di un decennio di grandi trasformazioni in questo campo, in India e nel mondo. Parlare di empowerment, nell’epoca della società della conoscenza, senza capire quale potere è decodificare il mondo attraverso segni e simboli e sapervi trovare il proprio posto non ha alcun senso. Con Prosvil e con Sewa più di diecimila donne cresceranno in sapienza scegliendo i propri metodi per farlo. Un gruppo pilota di 400 ragazze si affaccerà al mondo dell’informatica, della fotografia, della multimedialità.

 

Le più – e questo è un punto chiave di Sewa- impareranno a esser leader. E’ un parola questa che tra noi occidentali ha cambiato di segno: rimanda automaticamente a un uomo solo al comando, a un nome noto. Per Sewa la leader è il quadro cosciente, colei che sa difendere i propri diritti, sa orientarsi nel suo mondo, sa tutelare, proteggere, far crescere le altre e studia e si prepara per questo con passione. Le leader sono migliaia, nei villaggi, negli slum, nei luoghi di lavoro. E questa forse è una lezione da imparare o da reimparare anche a casa nostra.

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Una risposta a “Quando le donne sono leader

  1. Sono appena ritornata da un Convegno sull’Imprenditore della Fondazione Malatesta, dove un prof. indiano di nome Vipin Gupta ci ha presentato un bella relazione sull’imprenditoria femminile in India, con caratteristiche che sembrano interamente diverse da quello che si riscontra nel resto dell’Asia. Alla mia domanda- perchè in India- il Prof che pur insegna alla Simmons School of Management di Boston (la sola dedicata a sviluppare l’imprenditorialià nelle donne) ha fatto qualche vago riferimento all’immaginario collettivo (le molte goddess dell’Olimpo indiano) e alla aspettativa sociale che alle donne spetti l’intervento di ultima istanza, quando l’uomo fallisce nel suo ruolo di bread-winner. Ma la domanda rimane, perchè in India e non in Cina o in Giappone?

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