I monaci birmani, le voci e il silenzio

Nella tradizione del Sud Est asiatico, di cui la Birmania fa parte, i monaci buddisti porgono la loro ciotola vuota  ai contadini e alla gente dei villaggi, esattamente come facevano il Buddha e i suoi discepoli  duemilacinquecento anni fa. Se nessun li nutre, non si nutrono. In una parola sono mendicanti, quanto di più umile si possa immaginare. Ma contemporaneamente sono i depositari della saggezza e della sapienza, conoscono i rituali della compassione e indicano la via che conduce alla liberazione. Senza di loro, una comunità povera come quella birmana sarebbe priva di un lievito e di una cultura, non avrebbe le chiavi di accesso alla spiritualità e all’introspezione.  Quanto di più alto si possa immaginare. E’ questo che spiega l’eroismo dei monaci birmani. La vicinanza al popolo, fatta di ascolto e di condivisone della vita materiale. Ma una vicinanza autorevole, che sa cogliere il momento delle responsabilità, che non cancella il proprio ruolo nel cameratismo, che dalle nostre parti fra laici e religiosi si pratica, mentre  è del tutto incomprensibile in oriente.

In più c’è la coloritura di libertà che il buddismo porta con sé in buona parte dell’Asia, benchè sia naturalmente in molti luoghi  anche religione di potere, come tutte le grandi religioni. Nella stessa Birmania durante l’epoca coloniale. In Vietnam, prima contro l’invasione americana, poi contro il materialismo comunista: in passato attraverso testimonianze che hanno commosso una generazione,  oggi con il lavoro culturale di un grande esule, Thich Nhat Hanh che in Francia dedica la sua vita alla ricerca dei legami profondi fra cristianesimo e buddismo. In India, dove, negli anni cinquanta, guidato dalla figura carismatica di Ambedkar , si è legato strettamente alla politica, diventando il movimento spirituale di riscatto degli intoccabili. In Cina, dove la nascita del Falung Gong è stato uno dei primi segnali di autonomia della società. E naturalmente in Tibet, dove l’eroismo di un intero popolo non violento, ha fatto del buddismo, e del Dalai Lama, un conforto del cuore per molti, che buddisti non sono, in tutto il mondo.  

Politicamente,  almeno dalla prospettiva indiana (anche se i in questi giorni tutto può cambiare, soprattutto dopo l’apertura cinese alle ragioni della rivolta), i birmani sono più soli dei tibetani. Gli  indiani, che con i monaci delle montagne furono così generosi da accogliere un’ampia diaspora  e da consentire loro di costituire la loro capitale in esilio a Dharamsala, con la Birmania, che pure divide  con l’India un lungo confine, hanno mantenuto una fredda distanza. L’ossessione della Cina, di un buon vicinato fatto di equilibri che non vanno scossi, ne è probabilmente la ragione principale. Certo  è che in questi giorni, sui giornali indiani Musharraf e il futuro della sua presidenza hanno la parte del leone,  mentre le notizie sulle manifestazioni a Rangoon vanno cercate in basso, o nelle pagine interne, con pazienza.

Ma è una solitudine anche spirituale quella dei monaci birmani? Possono essere capiti questi ribelli   persino verso l’ uso perverso della loro stessa religione, in un mondo in cui sempre più spesso la religione è “instrumentum regni”, risposta a domande d’identità, insomma integralismo?

L’attuale papa, quando era ancora il cardinal Ratzinger, con quel suo gusto di definire che è anche gusto di dividere,  scrisse che il buddismo “è una forma di autoerotismo spirituale”. Non ne nacque un incidente diplomatico perché i buddisti , diversamente dagli esponenti di altre religione, sono soliti infischiarsene con animo compassionevole delle sbrigative definizioni altrui. Tuttavia testimonia un riduzionismo molto significativo e assai diffuso nel mondo cristiano.  Non è raro veder sorridere con ironia molti cristiani attivi, figli come tutti noi della società dell’indaffaramento, quando ascoltano la testimonianza delle ore di immobilità, di meditazione, di ascolto del respiro e del silenzio,  tipiche della disciplina spirituale buddista. Dimentichi della loro grande tradizione contemplativa, che i buddisti colti conoscono e hanno molto cara, hanno smarrito un profondo messaggio del cristianesimo: quale grande perdita di tempo sia essere costantemente dediti “al mondo”.

Nei lunghi silenzi dei monaci birmani probabilmente è stato possibile far tacere il rumore, l’irrilevanza, la tentazione del conformismo. E far emergere cristallina la voce. In questo caso la voce di un popolo che soffre. E , se nel mondo del rumore, si scoprisse che i veri rivoluzionari non sono gli “attivi”, ma i “contemplativi”? Quelli che hanno ancora la pazienza e la libertà interiore di ascoltare il silenzio, di discernerne le voci e di assumersi la responsabilità morale di dare loro risposta?   

  

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Una risposta a “I monaci birmani, le voci e il silenzio

  1. E’ davvero uno splendido articolo!

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