I Piccoli spaccapietre della roccia dell’elefante

dscn0532.jpgfuori dalla “scuola”i bambini spaccapietre Questo articolo è uscito l’otto ottobre sul quotidiano “il Riformista”

Nella punta estrema del Tamil Nadu sta Madurai, una città sotto lo scudo femminile. L’immenso tempio dedicato a Sri Meenakshi, la fanciulla divina di cui ogni notte i bramini celebrano le nozze con Shiva, domina la linea dell’orizzonte con le sue alte torri: il tempio é mercato, ricovero e mensa dei più miseri, splendore d’arte e stalla di elefanti. Attrae milioni di turisti e pellegrini da ogni parte dell’India e del mondo e  permette a molti dei dieci milioni di abitanti della città di sopravvivere.

Ai quattro lati esterni della città stanno quattro guardiani naturali di granito rosso: sono rocce che nel tempo hanno preso forme fantastiche, ma, sapendo vedere,  identificabili con le sagome esterne di quattro animali, il serpente, la vacca, il bufalo e l’elefante.

I cento bambini spaccapietre di Madurai vivono all’ombra delle roccia dell’elefante.

 Il paesaggio digrada, dalla montagna di pietra, al terrapieno dove poggiano le loro capanne di foglie e rami di cocco intrecciati, giù giù fino a un torrente e a un enorme vallone dove i ragazzini, tutti sotto i quattordici anni, accovacciati sulla roccia bollente, lavorano di piccone e di braccia, dividono, tagliano, accumulano. Il tutto per 35 rupie al giorno (meno di un euro) dalle sei alle dodici del mattino e dalle quattordici alle diciotto della sera. Nelle ore più calde le donne del villaggio, le mamme per chi le ha, perché molti si sono avvicinati alla città da soli, lasciando in campagna i poverissimi genitori senza terra, li nutrono e li proteggono per un po’ all’ombra delle capanne. Oggi, per merito di una straordinaria associazione non governativa indiana, “People’s development association”, quaranta di questi bambini sono tornati, per dir così, a scuola. Alle sei di sera una maestra li accoglie in una delle capanne del terrapieno e fa loro lezione per un paio d’ore, mentre le palpebre cadono. La speranza è di integrare questa prima iniziativa con forme di aiuto alle famiglie e di riuscire almeno a ridurre  l’orario di lavoro dei bambini, in modo da reinserirli davvero nel percorso scolastico.

 

 

Madurai non è certo peggiore delle grandi megalopoli del centro-nord: eppure tre persone su dieci vivono in slum di fortuna, 6,3 per cento dei bambini muoiono alla nascita, 11,4 per cento nel primo anno di vita. Sono  migliaia i ragazzini che raccolgono rifiuti nelle discariche, altre migliaia quelli che lavorano, con gli acidi e senza protezione antinfortunistica, nelle piccole ferriere dove si producono le suppellettili povere della casa, tipiche dell’India, i bicchieri, le brocche, i grandi piatti per il tai.

Pankaj Mishra, commentando il 28 giugno scorso sulla “New York Review of Books” il nuovo libro di Martha Nussbaum (“The clash within: democracy, religious violence and India’s future”) si chiede, insieme a lei, cosa fa della democrazia un valore vivo, non un puro accompagnamento retorico delle necessità del mercato. E si risponde proponendo due grandi campi: un campo di valori, “la capacità di far prevalere il rispetto degli altri sulla volontà di dominio” nell’ambito etnico e religioso, e un campo sociale, di ridistribuzione del reddito sufficiente a garantire diritti e dignità, di cui i bambini dovrebbero essere il metro. Secondo questo criterio, una democrazia orgogliosa di sé ,come quella indiana, vecchia di sessanta anni, aperta al mercato mondiale dal 1991, ha un debito d’onore verso i suoi bambini difficile da estinguere.

Sono duecentoquaranta milioni i bambini indiani sotto i quattordici anni, più dell’intera popolazione degli Stati Uniti. Le fonti ufficiali  sostengono che “solo” undici milioni lavorano, ma la distorsione è nota a tutti i ricercatori:   rispondono “sì” al censimento solo i genitori contadini, che non si sentono in colpa nel farsi aiutare dai figli, anzi lo ritengono da generazioni del tutto naturale. Tutti gli altri negano e nascondono. Così le fonti internazionali, ben più attendibili, parlano, chi di 55 (Mani Tese), chi di quarantadue milioni di bambini lavoratori, di cui quasi sei milioni di piccoli “schiavi”, ceduti ai datori di lavoro dai genitori disperati e coperti di debiti (Unicef). Secondo l’Unicef questo grande esercito dell’infanzia negata contribuirebbe al prodotto lordo del paese per il ventitré per cento. Un legge del 1886 vieta almeno i lavori pericolosi e nocivi, mentre leggi successive regolano, con grande scandalo dei più radicali, il lavoro ritenuto  compatibile con le forze e le attitudini di un bambino.

Tuttavia l’India è uno di quei paesi dalle belle (talvolta) leggi, fatte per infiammare i cuori nei dibattiti parlamentari e restare lettera morta nelle mani di una burocrazia e di una polizia   quasi sempre forti con i deboli  e deboli con i forti. Solo se diventano bandiere delle organizzazioni non governative, le buone leggi sono uno strumento di battaglia politica e di civiltà .

I bambini lavoratori, che non sono attori sociali, non votano, non hanno sindacati, devono tutta la poca tenerezza che li separa dall’inferno alle associazioni non governative, che sole sembrano interpretare, forse non solo in India, quel concetto caldo di democrazia che, per dirla con Nussbaum, non è un insieme di regole, “ma una lotta all’interno di ogni essere umano per far prevalere le ragioni del rispetto e della solidarietà su quelle del dominio”.  

  

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