Sulla manifestazione femminista del 24 novembre a Roma

 

Questo articolo è stato pubblicato il 3 dicembre 2007 sul quotidiano “Il Riformista” 

Manco dall’Italia da una manciata di mesi e, non so se per via dello sguardo reso più vigile dalla distanza, oppure della grande accelerazione dei processi sociali, ma, al mio ritorno, ho avuto la netta sensazione che qualcosa di molto doloroso sia successo e che abbia influito anche sulla manifestazione femminista di sabato scorso.

Ha ragione Paolo Franchi: troppo comodo definirlo come “il vento dell’antipolitica” e tutelare così le proprie certezze e le proprie abitudini. Si è spezzato quel meccanismo che permetteva di distinguere e scegliere: un insieme di privilegi, di afasie sulle questioni che contano, di narcisismi mediatici, di intemperanze puerili e connivenze castali, ha reso l’espressione “sono tutti uguali”, che una volta stava solo sulla bocca dei peggiori qualunquisti, senso comune di molti onesti cittadini.

Perché mai le donne, o molte donne, come giustamente Letizia Paolozzi ci invita a precisare, dovrebbero fare eccezione? Perché mai dovrebbero guardare chi appartiene al loro sesso e calca la scena pubblica con occhi più benevoli e accordare loro una diversa fiducia? Siamo sicure di essercelo meritato (mi permetto la prima persona plurale per aver fatto politica per molti anni), di aver proposto e testimoniato – soprattutto testimoniato: c’ è un disperato bisogno di testimonianze in questo paese – una concezione della politica che incoraggiasse le altre a fidarsi di noi e magari persino ad affidarsi a noi?

Che centinaia di migliaia di donne si ribellino alla violenza, che svuotino di senso, forti dell’esperienza concreta propria e delle proprie simili, l’equazione xenofoba “immigrato = violentatore”, mi sembrano valori democratici immensi. Così come che, intemperanze a parte, a nessuno sia stato torto un capello, ben diversamente da ciò che accade nella violenza degli stadi, citata, secondo me con un’analogia impropria, da Giovanna Melandri.

Questo vuol dire che tutto, invece, va bene nel “movimento”? Quello che a noi, mature cittadine di molte battaglie, può apparire ripetitivo, é in parte fisiologico dato che “il mondo nasce ogni volta con colui/colei che nasce al mondo”, in parte frutto di una catena di relazioni e di memoria condivisa che si è interrotta per un profondo tabù nei confronti dell’esercizio della leadership di movimento che ci ha accomunate tutte, quelle che in seguito hanno scelto la politica istituzionale e quelle che non lo hanno fatto. E’ la cosa che mi riesce più difficile far capire, nel mio lavoro di oggi, alle mie amiche indiane: loro considerano la rete di leader di movimento che hanno costruito nel paese, anche nei villaggi più remoti, un patrimonio preziosissimo di cui non va sprecato neanche un granello. Come le madri buone di Winnicott, lasciano andare e richiamano a sé le più giovani, in una lunga danza di andate e ritorni che prepara la via di un’autonoma autorevolezza. Ho visto le migliori menti femminili delle mia generazione talvolta severe e talvolta iconoclaste e, se ho un rimpianto, è di non aver saputo insegnare quella danza verso la libertà.

Mi sono chiesta cosa avrei fatto se, nella circostanza della manifestazione, avessi ancora avuto responsabilità istituzionali. Forse avrei cercato di distinguere “separatismo” da “atteggiamento separativo”. Sicuramente oggi, quando non c’è più una pratica di massa costante di molte donne in luoghi separati, la semplificazione “separativa”, e dunque aggressiva, può avere in un singolo evento il sopravvento. Dunque mi sarei occupata, dichiarandolo lealmente, solo di uomini. Li avrei convocati nel maggior numero possibile. Capi di associazioni, presidi di scuola, professori di università, leader di comunità straniere, organizzatori di volontariato e li avrei invitati a indossare quel giorno una fettuccia o un bottone nero sul risvolto della giacca e poi decidere liberamente se andare alla manifestazione oppure ovunque volessero. Lo si faceva nell’ Italia di un tempo per testimoniare il lutto per una persona cara . E le donne, non di rado, agli uomini sono care. Imparino a testimoniarlo e a essere di insegnamento ai molti loro simili che, nella loro incommensurabile aridità, ne hanno bisogno.

 

 

 

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7 risposte a “Sulla manifestazione femminista del 24 novembre a Roma

  1. Cara Mariella,
    ero alla manifestazione di sabato 8 e me la sono goduta molto, anche o forse proprio perchè c’erano tante che non potevo conoscere (un mare di studentesse e ragazzine, comprese le zingarelle) o non riconoscevo (un mare di pensionate SPI). Con un gruppetto di amiche eravamo contente “perchè qualcosa va avanti senza di noi”… Però viene naturale interrogarci su questa “appartenenza debole” a un movimento che o elabora poco (afasico, non scrive, non manda in giro messaggi udibili) o è molto carsico, acefalo, non ha voglia di connettersi alle intellettuali, alle politiche, alle donne più vecchie che contano.
    Mi domando perchè si è interrotta quella genealogia femminile, che mette insieme apprendiste e sapienti, neofite e capitane di lungo corso; la connessione che invece c’è nelle donne di Sewa e che c’era anche quando eravamo giovani noi; le vecchie femministe PCI e UDI si aprivano (abbiamo da poco dato l’addio a Giglia Tedesco), ci ascoltavano e noi – ricordo – eravamo lusingate della loro attenzione, non ostili o invidiose. Perchè oggi questa radicale distanza? Eppure quando ho visto come abbiamo lasciato ad altri (molto maschi) gran parte del dibattito su legge 40 e referendum abrogativo (compreso articolo di Rodotà su Repubblica di oggi) ho la misura della necessità di un pensiero approfondito di donne, insieme a una forma organizzativa che amplifichi le voci e ancora un potere diretto. Le giovani della manifestazione sentono questa urgenza, come si attrezzano? Non lo so. Noi sapremmo rispondere a una loro eventuale richiesta di passare competenze e poteri? Chissà. Fammi sapere se ne sai qualcosa.
    Ottimo un coinvolgimento di massa degli “uomini di buona fede”. Al corteo ne abbiamo visti un buon numero.
    baci Paola Piva

  2. Riflettendo sulla tua mail un’idea, piccolina, mi è venuta. Ti ricordi il bel convegno di tanti anni fa, “La ricerca delle donne”, di cui si deve il merito a un gruppo attivissimo di studiose allora docenti dell’università di Modena ( Anna Rossi Doria, Anna Simonazzi, Cristina Marcuzzo….)? Sarebbe bello costruire un evento altrattanto autorevole, con un comitato scientifico politico promotore libero da ogni vincolo (partiti, lobby, cordate accademiche) che scelga relatrici e temi. L’unico impegno vincolante sarebbe che ogni relatrice proponga, sottoponendo i loro curricula al comitato scientifico politico, due discussant sotto i 40 anni di età cui dare la propria relazione con un mese di anticipo perchè ci possano lavorare, destrutturarla, criticarla e così via… Sembra facile , ma non lo è. Pensa a come è clandestino, silenzioso, umiliante il lavoro intellettuale e politico delle giovani donne.
    La cosa più difficile, oggi più di allora, sarebbe scegliere i temi con grande libertà, senza accademismi, ma con rigore. E’ per questo che sottolineo l’idea di una comitato scientifico-politico che garantisca l’autorevolezza dell’evento con la sua autonomia. In questo caso (ricerca, trasmissione di memoria, critica dell’esperienza, immaginazione del futuro) non sarei affatto preoccupata di una dscussione di sole donne,anzi la riterrei preziosa. Anche se andrebbero individuati modi e segnali per coinvolgere gli uomini che lo vogliano. Come? Al momento non mi viene in mente, ma ti ripeto, in questo caso non sarebbe il primo problema. Il primo problema sarebbe quello della relazione generazionale il più possibile libera, critica e creativa. Che ne dici? Vediamo se qualcuna ha voglia di discuterne?
    Abbracci,
    Mariella

  3. Salve,
    sono un giovane “maschietto” molto deluso e rammaricato che alla manifestazione non fossero ben accetti uomini e che comunque fossero pochi. Avrei voglia di dire che la violenza contro le donne è paradossalmente “affare” di uomini, visto che dovremmo noi compiere lo sforzo maggiore per uscire o sconfiggere rappresentazioni, modalità nei rapporti. Dovremmo noi uomini farci carico del fardello e della necessità di condannare, isolare, sconfiggere la violenza sulle donne. Non sarebbe stata bella una manifestazione di soli uomini contro la violenza sulle donne? Scusate se non volo alto nei ragionamenti…cari saluti

  4. Carissimo,
    scusa se ti risposndo con ritardo. Non voli affatto basso, voli all’altezza del problema. Di solito quello che tu proponi non accade: ogni soggetto offeso nei suoi diritti o nella sua stessa vita si mobilita secondo la logica oppresso-oppressore. Pensa alla tragica manifestazione di Torino dopo le morti sul lavoro: gli imprenditori si sono ben guardati dal partecipare.
    Ma tu sembri dire una cosa molto importante: che la violenza dell’uomo sulla donna mortifica e impoverisce chi la pratica e dunque è anche un suo problema, o addirittura principalmente un suo problema. Il tuo punto di vista potrebbe contribuire a un ripensamento profondo. Certo, poi ci vuole il coraggio di organizzarsi e agire. Continua a riflettere e rifatti vivo.
    Saluti cari,
    Mariella Gramaglia

  5. Grazie della risposta. Volevo solo aggiungere che la sofferenza atroce di una violenza ha una gravità e un dolore secondo me inenarrabili. E infine che mi piacerebbe organizzarmi e agire per riflettere (scardinare mi sembra un obiettivo purtroppo lontano) sulle rappresentazioni che rendono accettabili certe rappresentazioni offensive e dis-umane della donna. A questo proposito volevo consigliare la lettura di un bel libro: “Pornopotere” di Pamela Paul. La tesi sostenuta è interessante e secondo me necessaria. Perchè lo sdoganamento della pornografia e la sua accettabilità ha “liberato” pulsioni maschili per niente belle e dignitose.

  6. Grazie Ubik,
    è molto importante che si muovano gli uomini. Questa leva è ormai riconosciuta come fattore chiave in alcuni progetti di prevenzione e cura della violenza maschile messi in atto in Europa. Gli uomini consapevoli e le loro parole sono senz’altro più efficaci delle testimonianze delle vittime (donne, bambini e anziani dei due sessi). Gli uomini consapevoli possono veicolare modelli positivi tra la popolazione in generale; talvolta possono convincere i violentatori a curarsi e cambiare modi di “esprimere la virilità” . Un convegno della Provincia di Roma nella primavera scorsa ha avuto per titolo “I generi delle violenza” (17-18 maggio, sito Solidea) e ha presentato varie esperienze: quella del nastro bianco in USA, quella di Maschile Plurale in Italia e altre associazioni di uomini attive in Spagna e Inghileterra. Puoi aggregarti a una di queste (maschileplurale.it) o costruirne una tua, con chi ti è vicino. Intanto auguroni
    Paola Piva

  7. Grazie delle infomrazioni. Credo che prenderò contatto e mi informerò. Auguri anche a voi.

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