Obama e i padri

Nicoletta Tiliacos intervista sul Foglio quattro femministe a proposito di Obama e del ruolo dei padri, Yasmine Ergas, Letizia Paolozzi, Silvia Vegetti Finzi e me.

L´importanza della famiglia, il richiamo alla responsabilità dei
padri, la necessità che essi siano veri modelli di eccellenza:
autorevoli, affettuosi, presenti. Il sermone di Barack Obama per la
festa del papà ha toccato corde per molti versi inaspettate: “Abbiamo
bisogno di famiglie che crescano i nostri figli”. Parole
conservatrici, quelle pronunciate dal supereroe liberal, dal campione
progressista in corsa per la Casa Bianca? La risposta è decisamente
no, per Yasmine Ergas, avvocato a New York, docente di affari
internazionali alla Columbia University e femminista.

Oggi, da
convinta tifosa di Obama, dice al Foglio che “quei temi non sono
affatto così anomali in casa liberal. Fu proprio un famoso senatore
democratico dello stato di New York, Daniel Patrick Moynihan, a
lanciare, fin dagli anni Settanta, il primo forte allarme sulla crisi
della famiglia nera, che è poi quella alla quale si riferisce Obama.
Nel grande dibattito e nell´oceano di ricerche sociologiche che
furono dedicati alle ragioni dei dilaganti abbandoni paterni nelle
famiglie nere, il liberal Moynihan aveva indicato nella crisi del
ruolo maschile la radice della fuga dalle responsabilità dei padri
afroamericani”.
Obama, quindi, non farebbe altro che riportare alla ribalta “quei
ragionamenti sull´irresponsabilità maschile nera. Lui stesso, del
resto, l´ha sperimentata direttamente, visto che suo padre se ne è
andato quando lui aveva appena due anni. Lo ha lasciato, però, in una
famiglia bianca, con una madre fortissima e due nonni che l´hanno
molto amato e seguito”. L´America che potrebbe essere governata da
Barack Obama, prosegue Yasmine Ergas, “è un paese con un tasso di
gravidanze adolescenziali altissimo, soprattutto nelle fasce povere
della popolazione nera. Ed è un paese dove le donne nere si
arrangiano da molto tempo in piccole comunità tutte al femminile:
nonne, madri, figlie a loro volta madri giovanissime senza marito,
aiutate precariamente da sistemi di welfare che, non di rado, hanno
avuto effetti perversi”. E´ vero, di fronte a tutto questo, un certo
femminismo ha teorizzato che quelle comunità di mutuo soccorso
“fossero la naturale evoluzione del concetto di famiglia. Con
esigenze e modalità diverse, ma non per questo menomata”. E invece i
problemi c´erano e crescevano, “e anche per questo Clinton provò a
riformare il welfare in modo da non incoraggiare la formula familiare
della donna sola con figli”. Battaglia in larga parte persa, se oggi
Obama indica come priorità la famiglia da consolidare, la riconquista

della passione e dell´impegno della paternità, l´assunzione di
responsabilità maschile, per non mandare al macero intere generazioni
di ragazzi neri. Temi che, sostiene ancora la Ergas, “non sono
esclusivo appannaggio del campo conservatore. Nessun liberal proclama
il disinteresse verso la famiglia e teorizza la sua disintegrazione.
Obama dice che la cura dei figli chiede partecipazione da parte dei
padri, in condizioni di parità. E si guarda bene dall´usare la
storia, questa davvero poco liberal, della responsabilità femminile
nella sparizione dei padri. Al contrario, con il suo discorso sugli
uomini Obama parla soprattutto alle donne. Anche ai conservatori,
certo, ed è una buona strategia”.
Un po´ meno convinta dell´appartenenza del discorso di Obama alla
pura tradizione liberal è Letizia Paolozzi. Femminista, animatrice
del sito donnealtri.it, comunque molto simpatizzante per il sena

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