Le donne disprezzate e il grande sindacato femminile

 E’ uscita giovedì sul  “Foglio” una bella recensione di “Indiana”, a firma di Andrea  Affaticati che, malgrado l’apparenza maschile del nome nell’uso italiano, è una donna, di ascendenza austriaca. Vi  ripropongo qui il testo. Ricordo a tutte le lettrici e i lettori del blog che lunedì “Indiana” verrà presentato alla sala stampa estera da Giuliano Amato, Guglielmo Epifani, Emma Fattorini, Marina Forti, Elisabetta Rasy. Oggi è uscito su “Alias”, il supplemento del “manifesto”, il reportage di Laura Salvinelli sul Kachchh: “Nell’ultimo Far West indiano”, corredato dalla sue fotografie sui Rabari e sugli altri popoli della grande area al confine con il Pakistan.

“Non abbiamo affatto vinto il campionato, siamo solo ai quarti di finale e abbiamo quattro avversari formidabili: la diseguaglianza, la corruzione, il conflitto religioso e il basso livello di educazione di base”. Tarun Tejpal, direttore del settimanale “Tehelka” famoso per i suoi scoop su politici corrotti e sui progrom in Gujarat. Tejpal si mostra assai scettico nei confronti dell’indianofilia che imperversa. Più propenso a sottoscrivere la domanda posta tempo fa dall’Economist “Can India Fly?”. Una domanda alla quale nemmeno “Indiana – Nel cuore della democrazia più complicata del mondo” (Donzelli) di Mariella Gramaglia, storica direttrice di “Noi donne”, dà una risposta e forse non vuol dare.

 Quello che le interessa in primo luogo, è raccontare le mille facce di questo immenso paese. Lei ci passa un intero anno. Vi arriva inizio 2007, su incarico del Progetto Sviluppo, l’organizzazione non governativa per la cooperazione internazionale che fa capo alla Cgil, per collaborare con Sewa. L’obiettivo ambizioso è alfabetizzare 2000 donne e istruire 5000 sindacaliste di base. Da Gujarat si sposterà poi a Tamil Nadu, una delle aree distrutte dallo tsunami, dove il consorzio di sindacati europei Solidar è impegnato nella ricostruzione. Questo libro reportage parte da una domanda semplice ma emblematica per il paese che racconta: cos’è Sewa, acronimo di Self Employed Women’s Association. Un sindacato, con oltre un milione di iscritti pur non essendovi in India una classe operaia? Un movimento femminista senza radici nel filone americano ed europeo della liberazione sessuale? Inizia così la storia affascinante di un’India in bilico tra il miracolo economico, il multimiliardario Ratan Tata, e un’India dilaniata dalle crescenti disparità, come denuncia la scrittrice Arundhati Roy. L’India qui raccontata e fotografata (con l’aiuto delle immagini scattate da Laura Salvinelli) sta a metà strada. E’ lo sterminato paese dove metà della popolazione femminile è ancora analfabeta, dove si pratica ancora con metodi feroci la selezione delle nascite (se si tratta di femmine), e quella del Call Center College di Dehli, dove si impara lo slang australiano per “guidare” la casalinga di Sidney. E’ il paese con 60 anni di democrazia alle spalle, dove però “le caste sono una maledizione gerarchica millenaria” anche sé – e sono questi se che fanno la differenza nel libro –, “le minuscole sottocaste diventano, per un paradosso sociale, anche il luogo di protezione e solidarietà”. E’ il paese dove le donne non hanno affatto pari diritti, ma poi ha dato i natali a Ansuya Sarabhai, la mitica “madre del lavoro” che fondò agli inizi del 20esimo secolo, la branca femminile del famoso sindacato tessile (Tla). E il paese dove l’emancipazoine passa attraverso donne come Ela Bhatt, che nel 1972 dà vita a Sewa (filiazione del Tla). Non più solo organizzazione in difesa delle lavoratrici, ma anche di alfabetizzazione, di emancipazione economica delle donne. L’incarico assegnatole permette a Gramaglia di raccontare soprattutto la vita quotidiana. Il viaggio su un treno indiano, che va così lento da consentire a tutti di salire e scendere in corsa. Arrivata per insegnare “lascio che le indiane e gli indiani mi cambino e mi facciano apprendere”. Assiste alla festa coloratissima degli aquiloni, per poi ritrovarsi subito dopo tra quell’esercito di bambini sotto i 14 anni costretti a lavorare (30 milioni che, stando alle cifre dell’Unicef, contribuiscono al 23 per cento del Pil nazionale). E’ un viaggio tra gli slum, tra quelli che “hanno sete”, ma anche tra una religiosità che per alcuni è l’unico bene reale di cui dispongono. Così tra le bancarelle di Velanganni, alcune offrono un servizio a dir poco curioso: la rasatura totale delle signore “per grazia ricevuta”.Un sacrificio enorme, se si conosce il culto delle indiane per i capelli. “Quando ci si affaccia sull’abisso, qualcosa di universale può manifestarsi che nelle nostre latitudini è stato chiamato Cristo. Come sosteneva Ghandi, ogni religione è vera proprio perché nessuna in termini assoluti lo è”.

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Una risposta a “Le donne disprezzate e il grande sindacato femminile

  1. Mariella, ho letto il tuo libro d’un fiato… é stata un’emozione.
    Ho visto capanne con i tetti di cocco, ho sentito il suono delle cavigliere, ho respirato il profumo dei manghi e degli anacardi, e ho conosciuto le nostre giovani e sottili “sorelle maggiori”…
    Non vedo l’ora di rivederti.
    A lunedì.

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