Democrazia al curry

 

Questo articolo è uscito, a firma di Marina Forti, sul manifesto del 29 maggio 2008

 

Dall’India rimbalzano domande universali. Questo viene da pensare leggendo Indiana, libro che narra i percorsi intrecciati di diverse donne. Quello dell’autrice, in primo luogo, Mariella Gramaglia, che qualche tempo fa ha deciso di «prendere un periodo sabbatico dalla politica italiana», come dice lei, e lasciare l’incarico di assessore nell’amministrazione comunale di Roma che ricopriva da molti anni («vedevo il mio futuro conficcato in un notabilato», spiega). Così, dopo aver praticato a lungo «il lavoro artigianale di dare senso» alla democrazia, Gramaglia è approdata in India, «nel cuore della democrazia più complicata del mondo».

 Lavorava per Progetto Sviluppo, l’organizzazione di cooperazione della Cgil. Là il suo percorso incrocia quelli di altre donne: coraggiose, determinate, per molti versi eccezionali – come la fondatrice dell’unico sindacato autonomo di donne al mondo, o come la venditrice ambulante che capovolge una vita precaria lavorando per affermare una dignità collettiva, o ancora le sigaraie che si uniscono per strappare migliore paga e condizioni più umane, la levatrice con la sua paziente sul pavimento di una capanna spartana, l’artista che sfida i pregiudizi… Di tutte loro parla Gramaglia in Indiana (Donzelli editore, 2008, 216 pagine, 16 euro), e attraverso loro parla dell’India, con capacità di ascoltare e di stupirsi ma anche con «gli occhi resi più precisi dalla distanza».

Quale India, però? Le descrizioni di questo paese grande come un continente, con 1,2 miliardi di abitanti distribuiti tra le pendici dell’Himalaya e l’equatore, oscillano spesso tra due estremi: la «potenza economica emergente» cantata dalla stampa finanziaria mondiale, con imprenditori capaci di scalare le classifiche di Fortune e un’élite urbana capace di fare tendenza – oppure l’inferno di miseria e rivolte, di banditi e guerriglieri (si legga la duplice critica dell’autrice a Federico Rampini, divulgatore della prima immagine, e ad Arundhati Roy, appassionata scrittrice di un paese sull’orlo della guerra civile). Ma l’India sfugge alle semplificazioni. Paese rurale al 70%, ma a urbanizzazione accelerata; dove le fabbriche ricordano «l’inferno del lavoro industriale e la nascita della classe operaia inglese», mentre gli indicatori sociali restano drammaticamente bassi nonostante la crescita che supera il 9% annuo. «Una democrazia politica piena e universale da 60 anni» dove però si respira «un neoliberismo senza welfare» e l’insofferenza verso i vincoli economici dell’età di Nehru; dove «la dimensione mondo è incontenibile», irrompe con i media e con un’ampia diaspora. Un’India, infine, dove la religione svolge un ruolo fondamentale: in bene e in male, perché la storia recente indiana è percorsa da violenze intercomunitarie fondate sull’identità religiosa (o etnica, o di casta…). Nel mondo hindu è difficile parlare di «fondamentalismo», nota Gramaglia, dato che non c’è «il libro» ma ci sono molte antiche scritture: esiste però una corrente sciovinista chiamata Hindutva, l’ideologia che la cultura hindu debba prevalere su ogni altra componente di questo subcontinente dalle culture e religioni stratificate. Ramificata in organizzazioni politiche, sociali, paramilitari, culturali, l’ideologia della supremazia hindu è «il maggior pericolo per il futuro democratico del paese», oltre che il principale discrimine tra destra e sinistra.

La qualità di questa democrazia «piena e universale» sta in esperienze come quella di Sewa, «Self-employed women association», il sindacato delle donne fondato trent’anni fa a Ahmedabad, nel nordoccidentale Gujarat, nella città del Mahatma Gandhi. Bisogna leggerla, la storia di questa organizzazione che è un sindacato in senso stretto, benché le sue aderenti non siano operaie in senso classico ma lavoratrici informali (come il 93% delle donne indiane). Ed è anche un movimento di massa, con un milione di iscritte, e «come tutti i movimenti femministi è consapevole che il lavoro non è tutto nella vita delle donne e non è neppure la chiave della liberazione», scrive Gramaglia: Sewa infatti dà importanza anche alla salute, al controllo delle nascite, cerca soluzioni di welfare all’insegna del mutuo soccorso, ha fondato una banca di microcredito (ben prima della celebre Grameen bank bengalese), conduce una continua «pedagogia della dignità» (e mantiene «un pudico silenzio intorno al discorso sessuale»). «Femminismo per me significa credere nella profonda uguaglianza della differenza», dice all’autrice Ela Bhatt, la donna che ha dato inizio a Sewa e poi si è fatta da parte, lasciando il campo a una leadership di più giovani attiviste – scrive Gramaglia – «spesso giovani, sottili, più energiche di noi come accade spesso nelle persone determinate dei paesi poveri. Eppure a me viene naturale pensarle come sorelle maggiori».

Più fragile ed embrionale è l’esperienza di emancipazione incontrata all’altro estremo dell’India, nel meridionale Tamil Nadu le cui coste furono devastate dallo tsunami del 26 dicembre 2004. Proprio la tragedia ha segnato un punto di svolta, in quei poveri villaggi di pescatori: spinte da quelle circostanze, molte hanno cercato la solidarietà con altre donne, sono entrate per la prima volta in un ufficio pubblico o in una banca, hanno aderito a gruppi di microcredito (chiamati qui self-help), in un percorso individuale e insieme collettivo di emancipazione.

Sullo sfondo, considerazioni sulla religione atea dei jain, sull’attualità del buddhismo, sulla classe dirigente indiana e sull’italiana che le traversìe della vita hanno messo alla guida della famiglia più potente del paese. E sul corpo delle donne, «una foresta di simboli»: l’abito «lo orna, lo copre, lo disegna socialmente, ne codifica il pudore, ma non lo umilia».

Da quest’India lontana rimbalzano domande vicine. Sul ruolo della religione nella costruzione della società: qui l’autrice cita il laicissimo Amartya Sen, secondo cui è «indispensabile riportare la religione sulla scena pubblica, non per farne instrumento regni ma al contrario per sottrarla dalle ombre cupe e difensive che accompagnano le paure post-moderne». E poi sul ruolo delle quote: in India il dibattito sul riequilibrio della rappresentanza femminile è aperto, come qui, ma «dal punto di vista teorico è più semplice: le quote sono un problema di potere e opportunità, non di principio». L’India anzi «è la patria delle quote», perché la politica di discriminazioni positive risale all’indipendenza: ha come obiettivo caste basse, fuoricasta (dalit, una volta chiamati intoccabili) e minoranze indigene (adivasi, «tribali»), i gruppi «svantaggiati» a cui sono riservati posti nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione. Ma le società cambiano, i relativi vantaggi e svantaggi anche, e così pure la percezione di sé – negli ultimi decenni sono emersi partiti fondati proprio sull’appartenenza di casta, impensabile ai tempi di Nehru: e si discute se sia un passaggio obbligato per l’emancipazione degli emarginati o una regressione. Fatto sta che «infuriano le battaglie per essere inclusi nella preziosa lista dei “classificati” in una curiosa assimilazione verso il basso», nota Gramaglia: l’idea delle quote è cambiata, «non si tratta più di usarle per superare le caste ma per rappresentarle». Che sia il futuro delle società «multiculturali»?

Un’ultima considerazione sorge a Mumbai (Bombay) davanti al Gateway of India, l’arco di trionfo del colonialismo britannico a cui da qualche tempo fa da contraltare una statua a cavallo di Shivaji, l’eroico condottiero con spada sguainata che combatté nel ‘600 contro gli invasori musulmani e ora dà nome a un partito di estrema destra, xenofobo e sciovinista: «Temo la forza dei simboli arcaici, di destra, quelli del sangue e del suolo, nel mondo post-moderno». Parla dell’India, e di noi.

 

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