L’altra faccia dell’India

Il due luglio è uscita su “Europa” questa bella recensione di “Indiana”, a firma di Nicola Mirenzi.

C’è chi la racconta sfavillante, misurandone la lucentezza con la crescita straripante del Pil. Chi invece la vede smarrita, e piange pasolinianamente la sua anima antica, uccisa dall’avanzare del “progresso”. Ma l’India di oggi non sta né nell’una né nell’altra immagine: è in entrambe. Due libri, India (Isbn Edizioni), curato da Gioia Guerzoni, e Indiana.
Nel cuore della democrazia più complicata del mondo (Donzelli), di Mariella Gramaglia, lo spiegano bene al lettore italiano, chiarendo l’apparente paradosso di un vecchio proverbio indiano: «Qualsiasi cosa tu dica dell’India, è sempre vero anche il suo contrario».


I cinque racconti, i sei reportage e i tre fumetti dell’originale volume (anche) tradotto dalla Guerzoni fotografano, con la penna di scrittori giornalisti e artisti indiani, una nazione nella quale «accanto alle “magnifiche sorti e progressive” si trovano baraccopoli decuplicate rispetto alle dimensioni degli anni settanta». Un paese nel quale nonostante ogni casa abbia un televisore e spesso una connessione a banda larga, «quattrocento milioni di persone vivono con un dollaro al giorno».
A quest’India, ambivalente, Mariella Gramaglia decide di dedicarsi. Non per «soccorrere gli umili né per applaudire i rampanti». Ma per collaborare da «pari a pari» con le lavoratrici, i lavoratori e le loro organizzazioni. Giornalista, femminista, ex parlamentare, la Gramaglia lascia l’attività amministrativa al comune di Roma, per guidare un progetto di cooperazione della Cgil. «Lentamente le parole hanno cominciato a morirmi in gola e le energie nelle mani – scrive – vedevo il mio futuro conficcato in un notabilato che mi appariva torbido e privo di sorprese ». Per un anno l’ex direttrice di Noi Donne lavora con il Sewa, unico sindacato autonomo di donne del mondo. Un’organizzazione sindacale del tutto particolare, «senza la classe operaia», le cui iscritte non sono lavoratrici della grande industria, ma donne che fanno i più disparati e umili lavori. Attività generalmente definite “marginali”, ma che non lo sono affatto, visto che coinvolgono il 93% delle donne indiane impiegate.
L’attività sindacale di Sewa consiste nel creare strumenti di welfare autonomi, disegnati intorno alle esigenze delle lavoratrici. Là dove lo stato sociale nazionale non c’è, s’inventano forme di cooperazione, microcredito, di assistenza alle donne incinte, di aiuto alle puerpere, di alfabetizzazione. Interventi che escono dai tradizionali sistemi assistenziali dell’Europa continentale e che, in alcuni casi, hanno molto da insegnarci. Quantomeno, nel superamento di alcune erose rigidità. Ma le particolarità di Sewa non finiscono qui. Oltre che un sindacato, è anche un movimento femminista assolutamente insolito: «Di sessualità si parla poco, discretamente e con tutti gli accorgimenti di pudore adeguati alla sensibilità delicatissima dell’India in questo campo, che è proprio il caso di definire minato». Una scoperta che fa sentire la Gramaglia come liberata dall’ossessione con cui l’argomento si vive dalle nostre parti. E stimola una riflessione sul femminismo francese e americano, che sul tasto della libertà hanno premuto con forza, dimenticando, forse, di affiancargli anche l’altra faccia della medaglia: la responsabilità.
Narrando il suo viaggio, Mariella Gramaglia ci offre così l’opportunità di guardare da un’angolazione ribaltata, ma non esotica, non solo all’India ma anche agli schemi mentali della nostra stessa cultura. Un gioco di specchi che attraversa tutte le pagine del libro, facendo rimbalzare i significati, invertendoli. A volte svuotandoli. Come quando Mariella racconta lo stupore di ricevere, nel paese della fissa stratificazione sociale, il libro in quel momento più discusso in Italia: La Casta. Il cui sottotitolo – Come i politici italiani sono diventati intoccabili – risulta ancora più spiazzante, per lei, che la politica non ha faticato a metterla da parte.
Una scelta che ha un’assonanza, non superficiale, con quella della «mitica fondatrice » di Sewa, Ela Bhatt, che nel 1994 lasciò la segreteria del sindacato per dedicarsi allo studio e alla scrittura, «alla ricerca di qualcosa di più profondo». Mariella Gramaglia va a trovare la Bhatt e la intervista. Nella sua casa, «insolitamente luminosa per l’India terrorizzata dal sole», discutono di molte e importanti questioni. Mariella prova a indagare anche il senso di quella così poco comune decisione, per una persona di potere. E domanda il perché.
Ricevendo una risposta che è, in parte, un’altra domanda: «Chi è un leader se non chi fa crescere altri leader? Io non ho perso nulla».
Forse, nemmeno Mariella.

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