Lettera aperta a Paolo Flores d’Arcais

Sul manifesto di ieri è comparsa questa mia lettera a Paolo Flores d’Arcais sulla manifestazion dell’8 luglio e contestualmente la sua risposta che pubblico di seguito.

Caro Paolo,

ti scrivo d’impulso, per la stima che porto alla limpidezza della tua infaticabile testimonianza civile, dopo un punto di non ritorno: la manifestazione di piazza Navona.

Qualcosa deve inevitabilmente cambiare nelle strategie e nelle forme di comunicazione di coloro che hanno a cuore la democrazia.

Lo stile innanzi tutto: la compostezza, il ragionamento, addirittura il silenzio collettivo, come forma estrema di testimonianza, si addicono meglio dei fescennini al lutto che portiamo per la decadenza del nostro paese.

Bada che non mi sfuggono le radici della furia e dello sberleffo: anni di impotenza della sinistra, imbarazzanti competizioni personali, miserie e trasformismi, hanno reso difficile, talvolta quasi patetico, lo sforzo, cui io mi sono sottoposta a lungo, di distinguere fra ceto politico e rappresentanti del popolo. Nella società dello spettacolo tutto si confonde e si consuma: non sappiamo più se le parole estreme vengano davvero dal tumulto dello sdegno, oppure servano a “bucare il video”, magari ad alimentare inedite carriere.

Potremmo decidere innanzitutto una distinzione? Che i cittadini facciano i cittadini e i comici i comici? Non per escludere nessuno dalla sfera pubblica, al contrario per accogliere tutti su un piano di parità, perché prendano la parola basandosi sul proprio senso di responsabilità e sulla percezione dei propri limiti. Nessuno può essere esente dalle critiche più severe in democrazia, con l’unica delicatissima eccezione del Presidente della Repubblica , garante di quei brandelli di patto sociale che ancora ci uniscono. Al contrario solo i cittadini attivi possono curare la nostra società malata e svolgere un ruolo di supplenza e di resistenza, magari lungo di anni. Forti, come tu sei sempre stato, del coraggio della loro indipendenza dalle lusinghe e dagli ottundimenti che derivano dall’appartenenza alla “casta”. Tutto ciò impone autorevolezza, limpida riconoscibilità della testimonianza. Troppe energie occorrono per tenere viva una fiaccola per le prossime generazioni: continuare a nutrire la democrazia di valori, di equità sociale, di calore solidale, malgrado i brividi xenofobi che percorrono il paese, battere la destra, ridisegnare un centro-sinistra degno di fiducia. Troppe per sprecarle nel cordoglio rabbioso, nella partecipazione allo sport nazionale della barzelletta da bordello.

Potremmo decidere una seconda distinzione? Che nello spazio a difesa della democrazia venga accolto a pieno titolo chi non disegna cesure nella sfera dei diritti? Non può esserci una dimensione “mega”, quella delle tv, dei processi a Berlusconi, del “lodo Alfano”, appannaggio del movimento, e una dimensione “micro”, quella della lotta contro la raccolta delle impronte digitali dei piccoli rom, confinata nell’agenda di quel che resta della sinistra radicale. Ho visto con piacere il rilievo che hai dato alla testimonianza di Alexian Santino Spinelli, ma ho colto sensibilità tiepide in tema di xenofobia nel mondo del grillismo e dell’Italia dei valori.

Potremmo, infine, lasciare in ombra gli esercizi d’alcova dei potenti? Intendimi, non voglio parlare in nome di un’omertà femminile di maniera. Nulla può ferire di più un persona come me del sospetto, ancorché non provato, che chi dovrebbe spendere tutta se stessa per rappresentare la forza femminile al massimo del prestigio istituzionale, sia depositaria dell’incarico in forza di propensioni cortigiane. Ma di nuovo la favola, pur nei suoi tratti estremi, parla di molti. Non hanno profittato quasi tutti di leggi elettorali che hanno espropriato i cittadini della possibilità di scegliere i propri rappresentanti per promuovere parenti e sodali, figurine d’occasione e specchietti per ogni tipo di uccellino di passo? Ne è passato del tempo dal periodo in cui le donne più autorevoli dei partiti – almeno di quelli di sinistra – potevano dire la loro sulle candidature femminili. Ora sono solo gli uomini a parlare in proposito. Che anche in questo esercitino un potere che segue le infinite vie dei vizi personali è parte del grande quadro. Parte della battaglia politica che ci aspetta. Non merita la miniatura oscena della misoginia.

Insomma, caro Paolo, ho l’impressione che dobbiamo prepararci a una lunga ascensione in montagna, non a una bisbocciata fuori porta. E per le ascensioni in montagna bisogna organizzarsi bene, pensare a cosa mettere nello zaino, a cosa appesantisce e a cosa è indispensabile, scegliere con cura i compagni, che conoscano i pericoli dei sentieri, che non mollino la corda, che non corrano avanti per piantar la bandiera.

Io continuo a contare su di te.

Mariella Gramaglia

 

 

 

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10 risposte a “Lettera aperta a Paolo Flores d’Arcais

  1. Condivido pienamente il contenuto, e lodo lo stile garbato e preciso, della Sua lettera a Flores.

  2. Condivido pienamente il contenuto, e lodo lo stile garbato e preciso, della Sua lettera a Flores

  3. cara mariella

    condivido molto quello che hai scritto a flores e la lucidità con cui l’hai fatto. Mi piacerebbe però, nella devastazione dei tempi presenti, che si riuscisse ad approfondire questa rappresentazione del femminile che ci inciampa e ci dispera. Giusto additare la misoginia di alcuni commenti, ma se, come credo, le propensione cortigiane di cui parli sono la spia di un sessismo trasversale e diffuso e di un’abdicazione a un’idea di libertà e forza delle donne forse dobbiamo guardarci dentro, indagare, ricostruire dei nessi, leggibili alle giovani donne che da tutto ciò sono investite, negli ambiti della loro vita.

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    grazie del commento. Mi fa molto piacere discutere ancora della manifestazione dell’otto e delle sue implicazioni.
    Sono contenta che lei sottolinei l’importanza del linguaggio. Secoli fa era trasgressivo il turpiloquio; oggi è il più ovvio dei conformismi. E’ importante registrarlo e tenerne conto per coltivare altri linguaggi. Anche quello del silenzio, quello ritualizzato delle veglie e delle marce, non ovviamente quello delle abdicazioni.

  5. Cara Assunta,
    sì, ricostruire. Ma forse in maniera sghemba, diversa, rispetto ai tempi e ai modi del ceto politico. A me pare che avremmo un disperato bisogno di donne autorevoli leader di movimenti della società civile ed espressione di rinnovamento. Non credo che in questo momento la strada istituzionale offra occasioni alla libertà femmnile. E tu?

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