Lidia Ravera su Indiana

E  uscita sull’Unità di lunedì 14 una recensione di Indiana a firma di Lidia Ravera.

Sono spesso giovani, sottili, energiche, più energiche di noi, come spesso accade alle persone determinate nei paesi poveri.Eppure a me viene naturale pensarle come sorelle maggiori”, così Mariella Gramaglia, femminista storica, già deputata eletta con l’ormai impensabile “sinistra indipendente”, per sei anni assessore al Comune di Roma, per le politiche della “semplificazione” e delle “pari opportunità” , descrive le attiviste indiane del Sewa (Self Employment Women’s Association), l’unico sindacato autonomo di donne nel mondo che conta un milione di iscritte. Dice di sentirle più grandi di noi, femministe occidentali, anche se sono più piccole, perché sono capaci di “ senso dell’organizzazione,gusto di tenere insieme le forze attraverso regole, codici di comportamento, memoria e valori condivisi”, e quindi sono unite “come una foresta, che è diversa da una somma di alberi”. Le ammira, Mariella Gramaglia, le “sorelle” del Sewa , ed è andata a cercarle.

 E’ rimasta per un anno a vivere in mezzo a loro, in Gujarat, e non per fare un tuffo nell’esotico o, impresa degnissima però assai meno radicale, per scriverci su un bella inchiesta giornalistica, ma proprio per svolgere in India un lavoro di cooperazione internazionale in difesa dei diritti delle donne nell’ambito di un progetto coordinato dalla Cgil. Il risultato dell’impresa è “Indiana”, (edito da Donzelli, 216 pagine,16 euro), diario di un viaggio attraverso la complessità di un Paese dove povertà estrema ( 55 dei 240 milioni di bambini al di sotto dei 14 anni lavorano come schiavi o come salariati per mezzo euro al giorno) analfabetismo

( più del 50% di donne non sa leggere né scrivere) e arcaiche pratiche contro la persona ( per restare sul femminile, è ancora in uso il “sati”, autoimmolazione della vedova sulla tomba del marito e ancora vengono soppresse le figlie femmine, nonostante una legge che lo vieta), convivono con una democrazia per molti versi avanzata,

un Pil da primato, supermanager dell’informatica non ancora trentenni miliardari in dollari e le stelle di Bollywood”. La quantità, l’attualità e la qualità dei dati su cui Gramaglia riflette basterebbero a rendere la lettura utile, oltrechè affascinante. Ma c’è di più. Ogni singola pagina, oltre ad essere sostenuta da un scrittura che intreccia felicemente la precisione analitica della studiosa alla grazia dello sguardo poetico, è percorsa da una sincera passione e una altrettanto sincera delusione. La passione è per le donne: per la loro voglia di fare, per l’ansia di riscatto che sposta le montagne, per l’ allegria recente che segna l’inizio di una nuova epoca anche in India, quella dell’indipendenza economica, e quindi morale e mentale, da maschi rassegnati e padroni, pigri e privilegiati. La delusione è per la politica come l’abbiamo conosciuta e praticata finora, qui da noi. Non è mai detto esplicitamente, ma si legge fra le righe che questo “viaggio in India” è anche una fuga, una ritirata, più pedagogica che strategica, da trent’anni di impegno: già negli anni settanta Gramaglia era attiva politicamente, prima ne “il manifesto”, poi nel femminismo, poi alla direzione di “Noi donne”, mensile nato dall’Udi, poi in Parlamento, poi nel governo della città…si può dire che ha praticato la passione per gli affari della polis in tutte le forme possibili e, se se n’è andata a cercare ossigeno altrove, la ragione non è solo culturale, forse. Si sente, fra le pagine, una voglia di capire, non soltanto quale sarà la sorte dell’India, sospesa fra l’eredità Gandhiana, (non-violenta , tollerante, attenta all’anima e nemica del possesso e delle passioni) e la sfida di uno sviluppo tardivo e travolgente, ma anche quale sarà la nostra fine. La fine di un Paese dove nessuno è felice però nessuno prega, dove l’ingiustizia è meno visibile però non meno diffusa, dove “fare politica” (essendo di sinistra) non è costruire una scuola, concedere un prestito a una donna analfabeta che campa rollando “bidi” per poche rupie, organizzare le più povere perché possano comprarsi un telaio e migliorare il loro tenore di vita, difendere i bambini dalla tubercolosi,iniziare all’elettronica chi spacca pietre da quando aveva sei anni…ma ancora, e sempre, e sempre meno efficacemente, parlare. O, magari, promettere astrattamente una società migliore , nella quale, oramai, non crede più nessuno.

(Wwwlidiaravera.it)

‘ uscita sull’Unità di lunedì una recensione di Indiana a firma di Lidia Ravera.

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