Il femminismo con il sari

E’ uscita mercoledì 16 luglio, sul Secolo d’Italia, questa recensione di “Indiana” a firma di Roberta Tatafiore.

Succede che un giorno del 2007 l’assessore alla comunicazione e alle pari opportunità del Comune di Roma, Mariella Gramaglia, si dimette e parte per l’India. No di certo da turista per caso, bensì da viaggiatrice consumata nel paese che ha dato i natali al Siddharta Gautama Buddha e che, ben prima di aver attirato su di sé l’attenzione mondiale per via dell’irresistibile ascesa economica, ha sempre esercitato un grande fascino sull’Occidente. Anche Gramaglia è presa dalla fascinazione culturale e spirituale (ma anche politica) per l’Unione Indiana, e però da donna con i piedi ben piantati in terra questa volta parte con un incarico del Progetto Sviluppo della Cgil per lavorare a due interventi di cooperazione internazionale:

l’alfabetizzazione delle donne per il tramite del loro sindacato nel Gujarat, la verifica degli aiuti alla ricostruzione dopo lo tsunami nel Tamil Nadu. Dopo un anno torna in Italia e pubblica Indiana, nel cuore della democrazia più complicata del mondo (Donzelli Editore). E’ un bel libro che mischia cronaca e politica, sentimento e ragione. E’ corredato di belle fotografie di Laura Salvinelli. In una di esse si riconosce lei, Mariella, che siede in terra, scalza, i polpacci fasciati nei tradizionali pantaloni bianchi larghi larghi in vita ma stretti di gambe, una sciarpa trasparente intorno ai fianchi. Prende appunti su un taccuino, la cooperatrice giornalista (è stata direttrice dello “storico” Noi Donne, quindi anche mia direttrice), mentre parla con una coetanea accovacciata nel sari, i capelli lisci e stretti a crocchia, gli occhialetti da presbite attaccati alla catenella, come qualsiasi cinquantenne di casa nostra. Chissà perché le foto non hanno didascalie. Quindi non sappiamo chi è l’intervistata.

Probabilmente è una delle attiviste del Self Employed Women’s Association, Sewa, unico sindacato al mondo fondato da una donna e costituito solo da lavoratrici autonome. Ovvero: sigaraie di bidi (la piccola sigaretta indiana) o trasportatrici di mattoni, stampatrici di tessuti o riutilizzatici di stoffe vecchie per coperte e tappeti, cuoche o cameriere oppure raccoglitrici di carta e metallo nelle immondizie e via declinando per mestieri fa-da-te. Gramaglia avverte: guai a chiamale lavoratrici marginali. Il sindacato-femmina si arrabbia perché si tratta di lavoratrici centrali nell’economia che manda avanti la maggioranza della società, le quali assommano al 93% delle donne indiane: dalle giovanissime, appena bambine, alle vecchissime in un paese dove l’età media di mortalità non supera i 65 anni. Sono occupate senza contratto nelle mille attività informali cui si applicano le povere del mondo. Sewa, nata nel 1974, le rappresenta. Sono un milione le iscritte a questa curiosa organizzazione un po’ movimento femminista, un po’ società finanziaria di mutuo aiuto (più o meno sul modello della “banca dei poveri” inventata dal bengalese Muhammad Yunus) un po’ crogiolo di maternage che punta a disseminare l’Unione di giovani e agguerrite leader femminili. Ma se, in termini assoluti, il milione fa colpo, in termini relativi sorprende un po’ meno. Basta fare un po’ di conti. Gli indiani e le indiane sono approssimativamente un miliardo e 200.000 milioni. Secondo l’osservatorio demografico dell’Onu del 2001, per ogni 100 maschi ci sono 94,5 femmine a causa del fenomeno delle “donne mancanti” dovuto al controllo selettivo delle nascite. Grossomodo, dunque, le lavoratrici informali dovrebbero essere circa 400 milioni: nell’enorme pagliaio delle lavoratrici informale alberga dunque l’ago delle sindacalizzate, le quali però rappresentano un pungolo per tutta la complicata società indiana. E per il mondo intero, secondo l’autrice di Indiana.

la vocazione di Sewa, infatti, rappresenta la quintessenza del femminismo planetario dei diritti all’anglosassone trasferiti tra i derelitti. La stessa costituzione dell’Unione, del resto, si ispira alla concezione paritaria del liberalismo classico degli ex colonizzatori, mentre le politiche governative per l’inclusione della popolazione svantaggiata, qui costituita dalla casta degli “intocabbili” (chiamati così perché hanno a che fare con la sporcizia del mondo in cui vivono) utilizzano le “discriminazioni positive”, inventate in Usa e in Inghilterra, delle quali si avvantaggiano naturalmente anche le intoccabili. Sewa però mantiene un tratto autonomo anche rispetto a queste politiche, che pure condivide. Mariella descrive l’associazione come un consesso di donne coraggiose e disposte a affidarsi l’una all’altra con molta semplicità e le considera per questo come delle “sorelle” maggiori, superiori alle sofisticate e capricciose sorelle occidentali per due ragioni: hanno la capacità di misurarsi concretamente con il duro mondo che le circonda, non hanno il vezzo di parlare di sesso. Scrive che, tra loro e con loro, “di sessualità si parla poco, discretamente e con tutti gli accorgimenti i pudore adeguati alla sensibilità delicatissima dell’India in questo campo, che è proprio il caso di definire minato”. Eppure Sewa si occupa anche di maternità, contraccezione, violenza sessuale, tutti temi che con le relazioni sessuali tra donne e uomini molto a che fare. Ma il “campo minato” le trattiene, la lotta per l’emancipazione le assorbe. Nella confusione-delusione di cui è preda il femminismo d’occidente, specialmente quello di origine radical e liberal, l’austerità verbale e il tenersi lontane da derive intimiste e/o narcisiste fa presa su Mariella e su molte altre donne che lavorano nella cooperazione internazionale e fanno pezzi di strada con le coraggiose del Terzo Mondo. Con beneficio d’inventario per questo termine che non ha più senso nel mondo globalizzato e tanto meno in India.

L’India, infatti, è una potenza mondiale, con l’arsenale nucleare e le serre informatiche, con i ricchi businesmen (ma anche woman) e il ceto medio in ascesa nel quale il sistema millenario delle caste comincia a sgretolarsi. E con i poveri che aumentano. Gramaglia sta dalla parte loro e delle istituzioni che rappresentano “I cittadini della speranza (che) si distinguono dai profeti della paura per la passione con cui tengono aperta la sfera pubblica plurale, sia fisica che simbolica, ovunque nel mondo globale”. Insomma: con l’ago nel pagliaio di Sewa, da un lato, e le gocce di sviluppo capitalista nel mare dell’arretratezza dall’altro, può darsi che – ancora una volta – la nostra vecchia Terra se la cava.

 

 

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Una risposta a “Il femminismo con il sari

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