L’India delle donne fra dolore e speranza

Sul Corriere della sera di martedì 22 luglio è comparsa questaa recensione di Indiana a firma di Cinzia Fiori.

“Qualunque cosa tu dica dell’India, è sempre vero anche il suo contrario”. L’antico proverbio del subcontinente si rivela a Mariella Gramaglia con il tempo. Quando, seguendo un percorso lungo un anno, acquisirà una conoscenza approfondita del Paese. Sarà allora che gli opposti estremismi de La speranza indiana di Federico Rampini e della saggistica politica di Arundathi Roy provocheranno pagine sdegnate.

 Sdegno per un autore che scalda l’ottimismo del mercato, annunciando un miracolo indiano, mentre 260 milioni di persone vivono con meno di mezzo dollaro al giorno e il 40 per cento dei bambini è malnutrito. Sdegno per la cieca iracondia della più celebre scrittrice indiana, che dipinge il suo Paese come fosse il Darfur e ammicca ai guerriglieri naxaliti con lo stesso candore degli intellettuali che speravano in Pol Pot. Il “privilegio” del fare srotola l’India concreta davanti agli occhi dell’autrice. Ci è andata per la Cgil. Ha lavorato all’alfabetizzazione e al microcredito delle donne con il Sewa in Gujarat. In Tamil Nadu, ha partecipato alla ricostruzione della costa devastata dallo tsunami. La cooperazione col Sewa, il più grande sindacato autonomo di donne al mondo, le apre le porte della società. Dalle levatrici di campagna alle genti degli slum, arriverà a dipingere un affresco dell’India ricco e intricato come quelli dei suoi antichi artisti. Finirà per amarla l’India. Lo rivela la sua prosa. Gradualmente, giunge a scandire la narrazione con una dolcezza accurata che sembra modellata sui gesti delle indiane.

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