Siamo una somma di alberi, diventiamo una foresta

giovedì primo agosto è uscita questa intervista di Monica di Sisto su Liberazione , dedicata  a Indiana , alla politica, e a tante altre esperienze della mia vita.

A Ivrea cresce intrecciata tra un cattolicesimo post-conciliare vivace, e «quel clima di democrazia industriale, ispirata da Adriano Olivetti». Poi il ’68 a Torino, il femminismo, e soprattutto, ieri, un “gran rifiuto”. Mariella Gramaglia, è stata la mente della trasparenza amministrativa nel Comune di Roma, l’ideatrice del numero unico “trovatutto” 060606, delle Banche del tempo, «una rottura dell’idea di un burocrate inattingibile dietro al suo vetro, che ha restituito a molti romani il gusto della loro sovranità nelle piccole cose».


Prima della fine del mandato di Veltroni, però molla l’assessorato e va in India, a lavorare con la ong della Cgil Progetto sviluppo per sostenere il movimento sindacale delle donne di Sewa e nella ricostruzione del post-Tsunami in Tamil Nadu. Un sintomo, le chiedo, e sorride. Precisa che non è partita «per scappare, ma per pulire la mente e cercare di tornare con più strumenti per capire meglio il mio Paese». Una volta a casa affida ad un volumetto intenso (Indiana, Donzelli editore, 2008), colori, volti, storie e pratiche, «la sacca più pesante nella valigia del mio ritorno». Con l’idea che «i cittadini della speranza contro i profeti della paura sono tantissimi, generosi, intelligenti, ma depauperati dal non riconoscere nelle loro rappresentanze politiche alcuna relazione significativa tra il dire e il fare».Un ricordo della Ivrea di quando eri bambina
Mi ricordo Adriano Olivetti a passeggio sul lungo Dora. Ero con mio padre, suo dirigente, e mio cugino. Aveva quest’aria un po’ semplice, senza gli orpelli di oggi, né scorta, né autista, né seguito. E’ stato un uomo unico in questo Paese, un industriale colto, con una forte componente di utopismo, fantasioso, con il gusto della psicoanalisi e con il piacere di praticare il dissenso delle persone intelligenti che frequentava: da Franco Fortini a Tiziano Terzani, a Luciano Gallino.

Poi è arrivato il ’68
Tra Ivrea e Torino c’è mezz’ora di strada ma quando mi sono trasferita per studiare filosofia, in una casa condivisa con alcune amiche, è cambiato tutto. Non soltanto i paradigmi politici, ma una visione della vita, del corpo, della musica, delle relazioni affettive. Non avevo una percezione del conflitto di classe così forte come poi ho avuto a Torino, dove gli operai Fiat erano giovani, interessati a costruire con noi studenti una relazione politica nuova nella storia del movimento operaio e della Sinistra italiana.

Il femminismo ha fatto mettere i piedi per terra al ’68?
Io come moltissime ragazze non ne potevamo più del liderismo ingenuamente viriloide dei nostri ragazzi. Ci siamo stufate presto, anche se all’inizio ne eravamo anche magnetizzate perché uscivamo da un mondo familiare molto tradizionalista. Ci attaccavamo alla libertà e a queste figure di giovani maschi molto carismatiche come a una via d’uscita, ma è durato molto poco perché il prezzo da pagare a questa fascinazione era ancora una volta quello della subalternità, molto fastidiosa, pesante e a volte cruda.

Come avete conosciuto il femminismo?
Tutto ci arrivava per canali informali, da amiche e compagne che tornavano dall’estero. C’era un’intuizione che non si era mai espressa nella cultura della Sinistra del nostro Paese: il rapporto fra i sessi faceva problema, era fonte di diseguaglianze e di tensioni. Questo rapporto andava rinterpretato e le uniche che potevano farlo in modo creativo perché diventasse un dato politico, culturale e sociale ovviamente erano le donne, per la semplice ragione che erano oggetto di una discriminazione e soggetto di una sofferenza.

Come sei arrivata alla politica?
Grazie all’idea di Livia Turco del Patto tra le donne. L’idea era che le donne nei partiti, nonostante la leadership maschile fosse anche a quei tempi fortissima, scegliessero altre donne in base a un’autonomia di valutazione, cosa che oggi non accade più. Fa disperare che i tanti sforzi fatti per riequilibrare la presenza delle donne nella politica si possano tradurre in una sorta di cortigianeria da basso impero, e che la nostra fatica possa ridursi a questa miseria. Suggerisco di guardare anche nelle nostre case dove da qualche anno, dopo una legge elettorale che non dà potere agli elettori e lo concentra nelle mani dei segretari, si è perso il gusto di valorizzare i talenti politici femminili.

Perché scegliere l’amministrazione locale?
Provavo noia per la politica salottiera, parolaia, avevo voglia di scartare rispetto ai soliti noti, di guardare in faccia alle realtà sociali, il gusto di non demonizzare la realtà ma di cercare di applicarla ai bisogni. Un piacere di praticare un riformismo “caldo”, non fermo, che è fatto soprattutto di ascolto delle persone, dei loro reclami, del loro modo di vedere la società e la città, era questo che mi appassionava.

Che cosa si è rotto nella tua esperienza romana?
Sono andata via senza nessun risentimento, né nei confronti del sindaco né dei miei colleghi. Provavo, però, una grande stanchezza legata alla sensazione che la cifra della nostra esperienza collettiva si stesse perdendo. Sembravamo colpiti da una patologia della vita democratica in cui un gruppo dirigente smette di sentirsi investito di un incarico a termine e si illude di essere un notabilato a vita, che cambierà funzioni ma manterrà inalterato il suo senso di appartenenza castale.

Quando hai deciso di partire?
Quando la mia agenda cominciava a somigliare a quelle che non mi piacciono, dove le negoziazioni, le situazioni di rappresentanza, prevalgono su una dimensione più concreta. Queste agende sono figlie di un’idea della politica secondo cui sono poche le persone che contano, anche a sinistra, e dobbiamo farci vedere da loro, nei posti che loro frequentano, farci piacere i loro gusti, i loro amici. Tanto più siamo interessati alla politica smart e salottiera, tanto meno pensiamo che una potenzialità di leadership è un’opportunità che si può diffondere ed è diffusa. E’ un dato politico, non un dato di costume. Devi decidere che cosa pensi della società e che cosa ti interessa.

La tua partenza era il sintomo della fine di un’esperienza?
Non immaginavo minimamente che per la sinistra sarebbe arrivato un tracollo così grande. Vedevo i segnali di un’involuzione: c’erano la fragilità e le contraddizioni del Governo Prodi, era evidentissima, anche se non ancora esplicita, la tensione intorno a Veltroni e alle sue possibili scelte. Da questo discendeva una fibrillazione del gruppo che lavorava con lui. Queste due cose hanno dissipato energie collettive. Forse, per il futuro, bisognerebbe fare una legge che stabilisce che il sindaco di Roma dopo due mandati diventa senatore a vita rinunciando alla carriera politica successiva. La battuta magari è un po’ stupida, ma lo spostamento di Veltroni sulla scena politica nazionale è stato disastroso.

Perché l’India?
L’India è uno stranissimo Paese che riesce ad essere polo di tutte le tensioni e le contraddizioni, nel bene e nel male. Anche lì si è consumata una stagione, anche lì la politica istituzionale è molto notabilare, separata. Una parte del ceto politico indiano parte dalla convinzione inquietante che l’India sia degli indu. Lì come qui dobbiamo decidere se le società postmoderne riescano o no ad essere luoghi in cui convivono religioni diverse, sistemi di valori diversi che trovano nella democrazia un terreno di convivenza. Le donne che ho incontrato e stimato di più, da Ela Bhatt, a Aruna Roy, a Medha Paktar, però, scelgono di lottare in ambiti diversi perché pensano che quella istituzionale sia una partita persa e soltanto nutrendo la società civile di pratiche e di valori, si riesca a influire sulla sfera più astratta e a condizionare i destini della democrazia.

Che cos’altro ti hanno sollecitato?
Che dobbiamo ripensare la relazione tra sfera pubblica e religione. Non possiamo rifugiarci in una laicità di tipo classico, nella quale la sfera pubblica è tutelata dalla religione, né cedere all’idea che in tutte le aree geografiche la religione di maggioranza abbia anche il monopolio dei valori. Dobbiamo cercare qualcosa di nuovo, alimentando la sfera pubblica di valori etici e anche religiosi, perché no, che abbiano la caratteristica di nutrire il calore della democrazia e la dimensione più intensa alla vita civica. Devono dare un supplemento d’anima alla vita civica. Questo comporta un enorme sforzo di accettazione, dialogo, umanesimo, e una totale rinuncia al calcolo dei numeri.
Il secondo spunto riguarda il rapporto tra il sindacato e il welfare. Questo mondo indiano che sembra così arretrato, dove la maggioranza dei lavoratori è informale, ha moltissimo da insegnarci perché la destrutturazione del mercato del lavoro e del sistema delle garanzie è tale anche dai noi che bisogna introdurre quel concetto di responsabilità, di mutualità tra i cittadini di cui parlano molti studiosi di quelle società. Dobbiamo trovare delle forme di welfare e di tutela del lavoro che riprendano alcune pratiche, sulle quali è originato il sindacalismo europeo, basate su un’idea non escludente di mutualità, di cooperazione, riprendendo in modo non retorico ma molto concreto e creativo il cosiddetto lavoro di base.
Terza pista, per arrivare alla politica, è di aprire alla dimensione mondo. C’è una differenza enorme tra Torino e Bombay, ma meno di 50 anni fa e le grandi transumanze globali sono destinate a farci somigliare sempre di più. Per questo è molto importante rileggere le nostre metropoli alla luce di una dimensione non localistica e autodifensiva. Una foresta è diversa da una somma di alberi. Queste donne sono una foresta, noi eravamo una foresta, ma tristemente oggi non lo siamo più.

Che spazio c’è nella politica per questa esperienza?
Non c’è molto da sperare nel breve periodo. Tutto il panorama politico della sinistra è così terremotato da quello che è successo, così impreparato ad un’opposizione di lunga lena che nel breve periodo bisogna avere molta prudenza, sapendo che non sarà facile dialogare né avere ascolto. Troppe persone sono prese da priorità vecchie, legate alla conclusione di una fase, non alla riapertura di qualcosa di nuovo. Dobbiamo metterci al servizio della speranza, senza velletairismi, per capire se a livello politico emerge una voglia di fare e di capire nuova, o se bisogna con molta modestia e serenità far crescere di nuovo l’erba e vedere se da essa nascerà qualcos’altro.

01/08/2008

 

 

 

 

 

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Una risposta a “Siamo una somma di alberi, diventiamo una foresta

  1. non è un vero e proprio commento ma un messaggio a Mariellaben. Mi chiamo Tina Imbriano vivo a Torino e mi occupo di una scuola e di una minuscola ass. di donne (nata con lo scopo di fare dei corsi di alfabetizzazione nei villaggi) nella valle dello Zanskar (Ladak). verrò a sentirla al Circolo dei Lettori e spero di poterle parlare. grazie se riesce a rispondermi.1 caro saluto tina

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