La rivoluzionaria gentile

Sull’ultimo numero di  Elle (ottobre 2008) è uscito questo articolo a firma di Laura Salvinelli

L’incontro con Ela Bhatt comincia nel modo migliore per un fotografo, nel segno del rispetto del lavoro e del tempo. «Tu scegli l’ora e il posto, e io ti dico il giorno». E, con quella magia tipicamente indiana di saper dilatare il senso del tempo, e praticare l’arte del non perderne ad affrettarsi, questa donna sempre impegnatissima, che ora scrive libri, partecipa  a convegni, che è il massimo riferimento del più grande sindacato al mondo di lavoratrici, oltre a prendersi cura dei suoi figli e nipoti, non ci ha dato limiti di orario. Saremo in tre: io, Ela e Mariella Gramaglia. Mariella è il motore di tutto: ex parlamentare ed ex assessore del Comune di Roma che, quando ancora la giunta di Veltroni sembrava non avere alternative, ha dato le dimissioni, si è presa un lungo periodo sabbatico dalla politica italiana e si è fatta un gran regalo di libertà – come scrive nel suo bel libro Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo edito in primavera da Donzelli – andando a lavorare come volontaria per un anno in India su incarico di Progetto e Sviluppo, la Ong della Cgil. Così io l’ho raggiunta ad Ahmedabad, nel Gujarat, per collaborare con le mie immagini al suo progetto di cooperazione. 

Abbiamo scelto di incontrarci nel cuore luminoso di Ahmedabad e dello Stato nero del Gujarat: l’ashram di Gandhi sul fiume Sabarmati, luogo culto per il sindacato fondato da Ela – Sewa (Self-Employed Womens’ Women’s Association) – e per tutti gli indiani figli e amanti della democrazia. L’ashram non è solo un museo di memorabilia (toccanti le foto storiche, la lettera del Mahatma a Hitler in cui lo scongiura di non imbarcarsi in quell’impresa disperata della seconda guerra mondiale, i suoi occhiali rotondi, i sandali di legno, il bastone), ma anche un luogo animato da sciami di bambini festosi, i nipoti degli di quelli che un tempo erano detti intoccabili, che qui venivano chiamati Harijan, cioè “figli di dio”, immerso in una bella natura ricca di alberi, uccelli, scoiattoli, affacciato sul fiume in piena del monsone estivo. 

Ela, semplice, curiosa e collaborativa, si è fatta fotografare sulla porta della stanza di Kasturba, la moglie del Mahatma. E con la pazienza dei suoi 73 anni ci ha reso la storia vicina, comprensibile: «Me lo ricordo bene Gandhi, anche se ero una ragazzina, avevo solo 13 anni quando è morto. Lo vedevo passare davanti a casa mia, perché il Presidente del Congresso abitava sei case dopo. Poi, un giorno, alle quattro del pomeriggio, mio padre tornò a casa teso, non capivamo cosa avesse, e un certo punto disse: “Una stella è caduta”. Allora ci siamo attaccati alla radio, eravamo terrorizzati che fossero stati i musulmani, perché sarebbe stata la fine dell’India. Invece, “per fortuna”, ad assassinarlo erano stati i nostri fondamentalisti».

La sua semplicità ha reso l’incontro affettuoso, come se, oltre a essere una persona dalla vita straordinaria, Ela fosse anche una presenza familiare, che ti fa stare bene perché ti permette di essere te stesso senza dover fare niente di più. Eccezionale infatti è la sua storia. L’impegno sociale e l’amore di tutta la vita della “rivoluzionaria gentile” cominciano insieme, quando nel 1949 quello che sarebbe diventato suo marito le chiese di accompagnarla a raccogliere dati sulle famiglie che abitavano negli slum. All’epoca Ramesh Bhatt era attivista della Gioventù del Partito del Congresso, ed Ela una ragazza di buona famiglia, figlia di un padre avvocato di successo e di una madre progressista, figlia a sua volta di un combattente per la libertà che aveva fatto la Marcia del Sale con Gandhi (partita proprio dall’ashram dove ci siamo incontrate), ma che diventava conservatrice quando si trattava di educare le sue due figlie. “Ramesh mi ha aperto gli occhi al mondo”, scrive Ela nel suo libro Siamo povere ma tante: la storia delle lavoratrici autonome in India (We are Poor but So Many: The Story of Self-Employed Women in India, Oxford University Press, New Delhi, 2006). 

Nel 1955 entra come giovane avvocato nel sindacato tessile TLA (Textile Labour Association) fondato da Ansuyaben Sarabhai e dal Mahatma Gandhi, che cercava la soluzione ai conflitti tra padroni e operai con la mediazione più che con gli scioperi. Ela infatti è cresciuta nutrendosi delle idee di Gandhi: l’enfasi sulla semplicità, sulla non-violenza, sulla dignità o addirittura santità del lavoro, sull’importanza dei valori umani e sul rifiuto di tutto ciò che compromette l’umanità delle persone, sulla lotta alla povertà che le priva della loro umanità, della loro libertà. Erano gli ultimi momenti d’oro dei cotonifici di Ahmedabad, che cominciarono a chiudere alla fine degli anni ’60. Un giorno, una donna le disse: «Sono senza lavoro, eppure la fatica del lavoro mi sta schiacciando». Fu una folgorazione. Ela si accorse del peso del lavoro non protetto, invisibile, che cadeva soprattutto sulle spalle delle donne. Nel 1972, all’interno del TLA fondò Sewa, l’unico sindacato di lavoratrici autonome al mondo, che oggi conta 1 milione di iscritte. 

Il lavoro autonomo, che da noi si chiama informale o atipico, in India copre il 93 per cento della totalità del mondo del lavoro, ed è dunque paradossale definirlo marginale. È il motivo di quella perenne, onnipresente, universale operosità che colpisce chiunque vada nel subcontinente: tutti lavorano, riparano, riciclano, e quando dormono – anche in mezzo al caos, e in posizioni improbabili, come i bambini – è solo per recuperare le forze tra un turno e l’altro. «Ogni cosa che la natura dà va restituita. Pensa al ciclo del sole. Il sole scalda, l’acqua fa le nuvole, la pioggia cade, le piante crescono, si ara, e il primo raccolto lo si offre agli dei, e così l’anno dopo. Quindi tutti lavoriamo, anche Dio lavora», dice Ela a Mariella accucciata sulle belle pietre calde e lisce del Sabarmati Ashram. 

Dopo anni di lotte con la madre, Elaben (“ben” significa sorella, ed è un uso gujarati e delle donne di Sewa aggiungerlo al nome, come forma di rispetto e calore, che rafforza il senso di sorellanza) ottiene il permesso di sposare Ramesh, nel ’56, e ha la fortuna di crescersi i loro due figli da giovane: «Quando sono diventata impegnatissima con il lavoro, loro erano già grandi». Dal momento della fondazione, la sua storia diventa la stessa di Sewa. La prima grande intuizione le nasce parlando con Chandaben, una commerciante di vestiti usati: «“Ben, perché non facciamo una nostra banca?”. “Perché non abbiamo soldi”, risposi pazientemente. “Serve un grande capitale per aprire una banca!”. “Ben, siamo povere, ma siamo così tante”, Chandaben rispose, e io dovetti ripensare a quello che avevo detto». In 6 mesi, con azioni da 10 rupie l’una, quelle donne analfabete, sporche, povere, e sempre piene di mocciosi tra i piedi, insomma le clienti indesiderate di tutte le banche del mondo, avevano già raccolto il capitale per fondare la loro banca. Mancava un dettaglio importante: nessuna delle 15 promotrici sapeva firmare. Elaben se le portò a casa, e le fece esercitare fino a notte fonda, fino a che non impararono a scrivere correttamente il loro nome. La prima banca di donne povere al mondo nacque nel 1974, come primo e riuscito esperimento di finanza alternativa. Le donne di Sewa hanno rivoluzionato il pregiudizio (“la parte più difficile del nostro viaggio è stata la rimozione dei pregiudizi”, scrive Ela nel suo libro) che i poveri non sono bancabili. «I poveri non appartengono alla visione grande di nessuno», ma la visione di Ela è grande proprio perché ha saputo mettere i poveri, e soprattutto le povere, al centro della sua visione. Le abitanti analfabete degli slum non solo si sono mostrate degne del credito, ma hanno reso la loro banca un’impresa finanziaria attuabile e redditizia, senza alcun bisogno di sussidi: «Le donne guardano alla banca come a una figura materna, comprensiva, che dà fiducia, onnipotente, ma questa non è la sua missione. La sua missione è quella di dare potere alle donne». Ed empowerment c’è stato, grazie soprattutto al microcredito, strumento ora incoraggiato in tutto il mondo e di cui le donne di Sewa sono state pioniere.

Sewa è cresciuta con le lotte delle lavoratrici urbane: trasportatrici di pesi, venditrici dei mercati, sigaraie di bidi (le sigarette indiane dei poveri, fatte di foglie di tendu e tabacco), cucitrici di coperte di stracci, riciclatrici di carta, contro lo sfruttamento degli intermediari, degli usurai, e contro le estorsioni della polizia di Ahmedabad. Ma mentre Sewa andava avanti, il TLA entrava in crisi: non era più in grado di ascoltare gli operai, né tanto meno voleva capire o accettare la grandezza del lavoro di Elaben. La rottura fu traumatica. Quando nel 1981 il governo del Gujarat propose delle quote fisse per studenti dalit e adivasi (oppressi e tribù originarie) alla Facoltà di Medicina, quelli delle caste alte si macchiarono la coscienza di gravissime violenze contro i fuori casta, facendo decine di morti. Sewa si schierò dalla parte delle vittime, ma da sola, perché i leader del TLA per un calcolo politico non presero posizione. Ela Bhatt affrontò studenti e baroni: «Io vedo le donne morire di parto perché nei villaggi si taglia ancora il cordone ombelicale con il coltello sporco e arrugginito, e voi invece di preoccuparvi della salute dei poveri pensate solo ai vostri posti», e nella sua storia di Sewa racconta:  “Siccome sono una bramina, gli studenti di medicina pensavano che mi sarei schierata con loro. Una loro banda ha vandalizzato la mia casa ma, ancora peggio, la direzione del TLA mi ha chiesto di lasciare il sindacato”. Era sotto shock, si sentiva ferita e tradita, e pensava che Sewa senza il TLA non ce l’avrebbe mai fatta. Ramesh invece, che l’aveva sempre sostenuta e che sapeva vedere lontano, non faceva altro che consigliarla di prenderla come una benedizione. E aveva ragione. Infatti, Sewa ha continuato a crescere, moltiplicando le sue attività come i rami e le radici aeree di un immenso baniano, ed Elaben si è sentita spesso come il ragno che, salendo su per il muro, cade giù in continuazione, e che diventa forte proprio perché non perde la speranza. 

Intanto, le lavoratrici si univano in cooperative, rafforzando insieme il sindacato e, soprattutto, il loro senso di sé e la loro dignità di donne. Uno dopo l’altro, hanno cominciato ad esercitare i loro diritti, perché ne sono diventate coscienti: «È un percorso di empowerment, un processo politico che non può essere insegnato, perché deve venire da dentro. Un processo lento ma irreversibile». Così Sewa diventa di fatto un movimento di liberazione delle donne, e la sua fondatrice una grande madre del femminismo indiano. «Secondo me le donne sono le leader dello sviluppo. I beni sono più forti e più protetti nelle loro mani, e questa non dovrebbe essere solo una micro-politica, dovrebbe diventare una politica generale. Le donne sono anche più aperte, più flessibili, e sanno apprezzare meglio le diverse alternative delle situazioni. Però, pur essendo femminista, non sono contro gli uomini. In realtà, non sono contro nessuno, non è questo il mio approccio», spiega gentile e con gli occhi luccicanti di passione. «Qui gli uomini hanno sofferto moltissimo, perché sono stati messi all’angolo dalla produzione: invece bisogna coinvolgerli, non andargli contro. Spesso gli uomini non sanno comunicare, non sanno mettere la testa sulla spalla di nessuno: e quando sono disperati sanno solo attaccarsi alla bottiglia ed esercitare il loro potere fra le quattro mura di casa».

Studiando i casi di mancata restituzione dei prestiti alla banca, Ela si accorge che 15 donne erano morte di parto: «Come avevamo potute essere così preoccupate dei bisogni economici e così cieche ai loro bisogni di salute?». Sewa allora apre i primi corsi di formazione delle dai, le levatrici, figure centrali nella vita di un Paese dove ancora la maggior parte delle donne continua a partorire a casa (nel solo distretto di Ahmedabad il 60 per cento). In questi corsi, con spirito olistico, si unisce l’insegnamento della tradizione a quello della medicina moderna. Poi si fondano cooperative di sanità che collaborano con gli ambulatori mobili del governo. Si aprono dispensari di medicine a prezzi calmierati. Le organizzatrici di sanità di Sewa collaborano con la Corporazione Municipale di Ahmedabad per offrire educazione, informazione e cura della tubercolosi. Sewa organizza un sistema assicurativo per le puerpere che sarà fatto proprio dal governo come piano nazionale di assistenza: versando all’inizio della gravidanza la cifra di 15 rupie (un quarto di euro), al momento della nascita del bambino le donne ne riceveranno 100, insieme a un chilo di ghee (burro chiarificato) e alle cure del medico per il parto e per i primi mesi di vita del figlio. Viene fondata l’Accademia, l’istituto di formazione, con numerosi corsi di alfabetizzazione per donne adulte, recupero scolastico delle ragazzine che non possono andare a scuola, formazione politica, informatica ed economia per le attiviste che si occupano della banca e delle assicurazioni. Si inaugura la sezione video (che ora produce documentari premiati in tutto il mondo), e si apre uno studio radiofonico. E, soprattutto, si forma una leadership femminile fatta di donne spesso semianalfabete ma competenti, forti e autorevoli anche se molto semplici, radicate nella realtà in cui vivono. 

Il lavoro è talmente vasto che Ela Bhatt ottiene grandi riconoscimenti: nel 1986 il Presidente dell’India la nomina deputata al Parlamento, nel 1988 Rajiv Gandhi, allora primo ministro, le commissiona una relazione sul lavoro delle donne, uno studio che fa ancora scuola. Lei intanto porta per la prima volta in Parlamento la questione delle venditrici di strada, sempre alla mercè dei poliziotti, e riesce a far approvare (all’unanimità) la risoluzione di formulare una politica nazionale per riconoscere i diritti dei venditori.  Dopo aver lavorato con le donne delle città, Sewa raggiunge le donne rurali (che ora sono la maggioranza delle iscritte al sindacato), e con loro Ela incontra il cuore dell’India. Forse è questo il momento in cui realizza al massimo il pensiero gandhiano: «Le contadine povere in realtà sostengono l’economia nazionale con il loro sangue e sudore, schiacciate sotto montagne di debiti, vivendo in estrema povertà. Sono la spina dorsale della nostra economia, la bestia da soma montata dalla nostra economia». Ela e Sewa riescono a far associare in cooperative e ad avvicinare al marketing le donne tribali, anche quelle che all’inizio scappavano a nascondersi nei campi quando sapevano che c’era qualcuno venuto da fuori che voleva parlare con loro. Nel 1991, ecco il grido più radicale contro la costruzione delle grandi dighe. Lo Stato ha a cuore il progetto di quella del Sukhi, che avrebbe funzionato da pilota per il progetto molto più importante delle grandi dighe del fiume Narmada, diventato poi una battaglia della scrittrice indiana Arundhati Roy e di tutto il movimento no-global. Ela Bhatt si proclama stupita e oltraggiata: «Quanti poveri beneficiano dell’acqua della diga? Perché le fragili foreste devono essere sommerse e le città no? Chi ne trae profitto? La costruzione di una diga lascia una scia di immensa distruzione dell’ambiente; se le dighe sono costruite in nome dello sviluppo e del progresso, sembra che le persone non facciano parte di quell’equazione».  

Elaben sembra così piccola accanto a Mariella. Sono sedute per terra nell’elegante vuoto luminoso dell’ashram, uno spazio che sembra ovvio solo a chi non ha mai messo piede in India, e non sa l’angustia claustrofobica degli ambienti ridotti, la fotofobia per evitare il caldo torrido, la luce livida dei neon degli uffici statali che incupisce tutto ciò che sfiora. La sorella indiana testimonia la perdita del suo adorato Ramesh rinunciando al colore del suo sari di cotone e a ogni ornamento, come tutte le vedove rispettose della tradizione. La sorella italiana sembra felice di indossare uno dei suoi coloratissimi salwaar kameez, e di prendersi la libertà di stare scalza, come da noi possono solo i bambini figli di genitori aperti di mente. Nonostante le storie diverse, si sentono vicine nella loro scelta, per niente comune, di aver rinunciato al potere quando hanno sentito che la strada che avevano percorso con tanta passione non le portava più da nessuna parte, e che bisognava lasciarla ad altri, cercando allo stesso tempo nuovi percorsi per se stesse. Prosegue Ela: «Sewa aveva raggiunto uno stadio nuovo e io pure: era il momento di farsi da parte. Avevo cinque giovani leader con molte potenzialità: io sono brava a capire questo genere di cose. Avevo fiducia che Sewa sarebbe cresciuta anche di più con un po’ di aria fresca. E poi volevo fare un esperimento. Le ho chiamate, tutte e cinque, e ho detto: chi di voi sarà la segretaria generale? Non illudetevi che sarò io a decidere, scegliete voi. Sono uscita e loro hanno optato per una direzione collettiva, in cui ciascuna avrebbe sostenuto per tre anni l’incarico di segretaria generale. Poi dopo dieci anni abbiamo indetto le elezioni e c’è stata un’altra svolta: abbiamo eletto la prima segretaria generale di Sewa di provenienza operaia, andando oltre una leadership di casta elevata, educata nella lingua inglese, che per un sindacato non è certo una buona cosa. Del resto, chi è un leader se non chi fa crescere altri leader? Io non ho perso nulla».    

Passa un guardiano dell’ashram, e saluta con rispetto Elaben. Quando la conversazione è finita, apre l’unica stanza chiusa dell’ashram, quella di Gandhi. Dentro, mi trovo sul set della celeberrima foto di Margaret Bourke-White: a sinistra il charka, l’arcolaio, al centro il cuscino e a destra lo scrittoio. Come condizione per farsi fare quella foto, il padre dell’India aveva chiesto alla fotografa di imparare ad usare l’arcolaio. L’assenza sul cuscino fa vibrare tutta l’aria della stanza di una insopportabile presenza.

Finiamo la mattinata a casa di Elaben. Un altro spazio gandhiano, in cui l’amore per il vuoto e per l’austerità sono anche amore per l’eleganza. «Quello che mi piace molto in Italia è la luce», ci dice, «questa casa è stata costruita in funzione della luce». E infatti, la luce di ogni finestra raggiunge tutte le stanze, e non c’è un angolo buio. Una casa allo stesso tempo austera e accogliente, resa bella dalla felice assenza di ogni horror vacui. Le pareti della stanza da letto sono affrescate dai suoi nipotini. Il soggiorno è lo spazio per un dondolo, quell’amatissimo dondolo che gli indiani inventarono nella notte dei tempi, rilassante e benefico refrigerio, raro lusso che non costa fatica. 

 

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Una risposta a “La rivoluzionaria gentile

  1. Cara Mariella, mi chiamo Lucina, ho 35 anni e lavoro nella cooperazione internazionale per i diritti delle donne da quasi 10 anni. Vorrei entrare in contatto con te per parlare del tuo ultimo libro, scritto con tua figlia e del futuro del femminismo in Italia. Puoi trovare piu’ informazioni su di me sul blog che ho appena iniziato: http://littlelightlab.wordpress.com. Aspetto tue notizie! Lucina (lucinadimeco@gmail.com)

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