Il cuore non basta

Questo articolo, che recensisce e commenta gli ultimi libri di Anna Bravo e Simonetta Piccone Stella, è uscito sull’ultimo numero della rivista “Leggendaria”.

 L’occasione è casuale. Un’occasionalità un po’ spericolata che può aguzzare l’ingegno o mettere a rischio il rigore critico. Mi chiedono, dalla fondazione Basso per la voce e l’idea di Gabriella Bonacchi, di mettere insieme le note di lettura di due libri che ho amato: “A colpi di cuore: storie del sessantotto” di Anna Bravo (Laterza 2008) e “In prima persona: scrivere un diario” di Simonetta Piccone Stella (Il Mulino 2008). L’uno storico, l’altro sociologico e letterario, sono davvero leggibili in modo incrociato? Cosa li unisce?

Nel riflettere nasce fra le mie mani un piccolo lemmario in cinque voci e un post scriptum dedicato ad Anna.

 

Praticanti. E’ la parola d’esordio per Simonetta Piccone Stella fin dalla prefazione: “Sono una partigiana del diario e una sua praticante”- scrive nella prima riga. C’è l’attribuzione al diario di un soccorso al dolore di vivere che mi incanta. Mi preme meno l’analisi – che pure c’è – del diario come brogliaccio di lavoro, strumento ancillare della scrittura letteraria. Il diario come esercizio di disciplina spirituale ed emotiva, invece, ha esempi particolarmente intensi nelle pratiche femminili dei diari di guerra. “Nella realtà in progress, l’unica che i diari possano registrare – annota Simonetta – la guerra non si sa come andrà a finire: è un accadimento che estende la sua ombra su sei lunghissimi anni…è un corpo estraneo che si abbatte su oggetti consueti”. “Tutto il mondo trema e io sono felice davanti allo specchio con i miei orecchini nuovi, per un attimo, un attimo solo”- scrive Giancarla Arpinati. Nulla di frivolo. Al contrario, nel praticare, nel piegare l’anima agli esercizi come ginnaste, c’ è un’esporsi alle emozioni inattese, una capacità di accogliere la vita da sveglie, malgrado tutto.

Anna Bravo, invece, che a quarant’anni di distanza scrive un’autobiografia collettiva, sa, almeno in parte, come è andata a finire. Ma non è questo il suo punto; anche lei sembra coinvolta soprattutto da una pratica, dall’esposizione di un punto di vista, dal desiderio di non rimuovere le emozioni.

La memoria – scrive- è molto spesso puntiforme, mostra vuoti, slabbrature, cronologie incerte”. E, riferendosi esplicitamente a se stessa, alla soggettività del suo punto di vista sul ’68 che ha vissuto, aggiunge: “quando si è sperimentato qualcosa di simile alla felicità pubblica, lo scotto sono certe visite a sorpresa della nostalgia”.

 

Intimismo e bulimia. Dire che due intellettuali donne siano attente alla soggettività, può suonare ovvio. Scavare su come lo facciano, forse lo è un po’ meno. L’intimismo, facendosi aiutare dal dizionario, rimanda a “nascosto, segreto, stato d’animo connesso a legami stretti”. E’ proprio questo il diario? – si domanda Simonetta. E’ certamente comunicazione fortuita, contingente, per se stessi, ma quasi sempre porta in sé anche l’idea di potersi aprire alla comunicazione.

L’autobiografia, invece, bilancio di una vita, è spesso un monumento dell’ego. Cattedrale o piccola cappella che sia, poche donne la tentano. Non è la cifra dell’una, né dell’altra autrice: il loro esserci nel testo spunta attraverso un metalinguaggio, in modo sottilmente e piacevolmente ambiguo.

Ambedue, invece, temono la bulimia biografica dei nostri tempi “che non distingue fra privato e intimità” (Anna Bravo). I blog, le mail, gli instant book sembrano toglierci qualcosa: il lavorio silenzioso, che non sempre si perfeziona fino a diventare comunicabile. Giusta diffidenza verso i pregiudizi dell’immediatezza, oppure pregiudizio generazionale? Io, che pure appartengo più o meno alla stessa generazione, non avrei mai osato scrivere un libro sull’India se non avessi cominciato con un blog che mi permetteva di non perdere di vista amici e amiche lontane. Ma, in questo caso, era il piacere dell’immensa vicinanza nella lontananza ad accendere il gusto della comunicazione.

 

Il cuore. Il cuore ha un posto chiave in ambedue i libri. Simonetta gli dedica un capitolo: “il cuore messo a nudo”. Anna addirittura il titolo: “a colpi di cuore”. A nessuna delle due però questo “cuore” piace granché. Mettere a nudo il cuore, per Simonetta, significa riconoscere che non esiste un nucleo dell’io, che la sincerità integrale è un mito, che l’animo di chi scrive è plurale e cangiante. Culturalmente significa misurarsi con la psicoanalisi.

Per Anna, questo cuore che dà colpi, che sussulta, che strazia, che nega, che si autoassolve, “che ama chi ti ama”, che scambia la propria impazienza per dedizione agli oppressi, batte nel petto del puer aeternus. L’angelo dell’ideale che non invecchia e non conosce (anzi non pratica) l’elaborazione del lutto. Meglio del cuore è la sensibilità – precisa Anna – l’emozione, la compassione, persino la bontà e la cattiveria, virtù e vizio di cui erroneamente parliamo solo con i bambini, come se lo loro semplicità non potesse nutrirci. “Sono diventata molto suscettibile al tema della violenza”-precisa.

Il tema della violenza, se preso sul serio, implica sempre una lotta fra una parte di noi e un’altra. Un tipo di battaglia per la quale “il cuore” non basta.

 

Dolore e cura. Simonetta cita l’ultima pagina di diario di due geni suicidi. Cesare Pavese: “…resta che ora so qual è il mio più alto trionfo, e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita…”. Virginia Woolf: “Con un certo piacere mi accorgo che sono le sette di sera e devo preparare la cena. Merluzzo e salsicce. Credo che sia vero che scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni di merluzzo e salsicce”. Diversissimi, eppure simili. L’impossibilità, o l’incapacità, di ancorarsi a quello che c’è, di sentirvi pulsare la vita, sembra il comune dolore insormontabile.

Non così nei diari di guerra delle donne. Mentre il mondo crolla, gli orecchini, appunto, o la casa, il cibo, i riti, la cura – cura del quotidiano, della riproduzione della vita, cura consapevole del limite – ancorano alla vita anche sul limitare della catastrofe.

C’è qualcosa di politico nel rispondere al dolore con la cura e non con il titanismo.

Così mi pare ragionare Anna Bravo a proposito di politica delle donne dopo il ’68. E’ l’unica politica – argomenta – che si sottrae allo scacco del puer aeternus, che, senza irenismi, ha i talenti possibili per sfuggire all’ingenuità, ieri prometeica, oggi cinica, dell’immaginario maschile.

 

Cura e indifferenza. Ma il lavoro per la vita può essere appartato? Può la cura delicata e sottile essere l’altra faccia, fragile e crepuscolare, del cinismo diffuso? Il femminile che non agguanta il mondo, che all’indifferenza, che non sa vedere e discernere, contrappone la differenza , costi quel che costi?

Nei giorni precedenti al dibattito, un’amica, con cui ne discuto la preparazione, mi parla di microetica, della diligente attenzione con cui ogni giorno seleziona, prepara e separa i rifiuti secondo le regole, e di come tutto questo le appaia come una piccola preghiera laica, un servizio alla comunità. Quasi contemporaneamente l’ assessore ai rifiuti della regione Lazio, Mario Di Carlo, viene intervistato a Report. In un gramlot romanesco fiorito di aneddoti privati e turpiloquio, comunica serafico che, certamente, molti rifiuti riciclabili finiscono nel termovalorizzatore perché: “mica se pò arzà ‘a temperatura co’ du’ verdure”.

Eserciti di mamme, di maestre, di bambini dal civismo aurorale, capaci di un proselitismo tenero e pedante, mi passano sotto gli occhi sconfitti.

Mica se pò arzà a temperatura co’ du’ verdure. Così muore il partito democatico. Ma del rapporto fra le donne la democrazia -cosa ben più importante – che ne sarà?

Il 24 novembre, alla vigilia dell’incontro, Mumbai va in fiamme, di odio, di bombe, di terrorismo, di insipienza e di trame. Io sogno la donna che stirava all’aperto nel vicolo accanto alla mia casa di Ahmedabad. Mi sorride e, in italiano, con lo sguardo fermo, compita adagio: “io stiro con lo stesso ferro i vestiti dei bambini musulmani e di quelli hindu”. Milioni di donne lo fanno, in tutto il subcontinente. Potrà salvare i bambini dall’odio?

 

Post scriptum. Anni addietro (ormai quattro) un’anticipazione del libro di Anna Bravo suscitò scalpore e non poca ostilità a proposito di un tema al calor bianco: l’aborto. Anna, “sensibile alla violenza”, non si risparmia e non ci risparmia. Osa pensare alla sofferenza del feto, si interroga su quanta mancanza d’immaginazione ci abbia indurito l’anima per non riconoscere la nostra parte di colpe nella ribalderia di quegli anni di giovinezza.

Ma erano davvero ribalde le ragazze del ’68? Io, quattro anni fa, tacqui e mi sentii ingenerosa. Ma non trovavo le parole, stretta fra il senso di tradimento infuriato di alcune vecchie amiche e la marea montante degli ideologi, laici e cattolici, dell’ontologia dell’embrione che per sé sta e di per sé vive. Alla mia mente vengono ora molte domande da rivolgere ad Anna e a molte altre.

Era davvero nuovo il comportamento delle ragazze di quella generazione, oppure riproduceva la memoria ancestrale di madri e di nonne, di una cultura femminile antica che sempre era ricorsa all’aborto di fronte al pericolo e alle strettoie della vita? Certo, prima c’era il silenzio e ora la voce di molte, ma non è proprio la voce a produrre rivoluzioni della coscienza?

Quanto ha contato la trasformazione della cultura scientifica e tecnica di questi quarant’anni nel ridisegnare l’immaginario femminile e collettivo intorno al corpo e all’embrione?

Quali sono gli slittamenti diversi che nella storia si producono, sia riguardo alla sensibilità verso tutte le creature viventi, sia riguardo alla responsabilità etica nella sfera pubblica? Se la coscienza femminile, in questi quarant’anni, fosse progressivamente slittata verso una distanza morale sempre più intensa nei confronti l’aborto, sarebbe uno splendido risultato, dato che la storia è anche lì per fare qualcosa – talvolta persino di buono – di tutti noi. O no? Certo, a patto che questo non ci autorizzi a giudicare, a brandire la spada o la legge.

 

 

 

 

 

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